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L’Acqua amara di Maria Costanza Di Croce

di Alfio Squillaci

Un romanzo che costruisce un singolare personaggio femminile all’ombra dell’immaginifico Gabriele d’Annunzio.

13 Agosto 2026

Maria Costanza Di Croce – L’acqua amara – Astoria, 2026

«Un’oscura tristezza è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l’acqua amara»: il passo del Piacere di d’Annunzio da cui Maria Costanza Di Croce ricava il titolo contiene già, in nuce, il movimento profondo di questo romanzo, suo esordio narrativo. L’acqua amara è la storia romanzata — non so e non importa dire quanto vicina al vero — di Nina De Lellis, una ragazza abruzzese dai capelli rossi, di umile condizione, che nel romanzo viene posta accanto a d’Annunzio a Gardone negli ultimi anni della sua vita. La vicenda è raccontata in prima persona dalla stessa Nina, attraverso un presente indicativo di intonazione diaristica, e si sviluppa nell’arco di oltre tre anni. Il suo centro è il rapporto ambivalente fra la giovane e il Vate: soggezione e ribellione, seduzione intellettuale e resistenza, educazione e possesso.

Il romanzo si apre il 3 marzo 1938, due giorni dopo la morte del Vate. Nina, ormai adulta e lontana da Gardone, apprende la notizia mentre corregge dei compiti e decide di tornare nei luoghi in cui, diciassette anni prima, la sua vita aveva preso una direzione inattesa. Prende il treno per Brescia e, attraverso lampi della cerimonia funebre — con Mussolini che sfila dietro il feretro — la narrazione precipita nel passato. È un procedimento narrativo semplice ed efficace: dal presente della donna che ricorda si torna al gennaio 1921, al presente della ragazza che ancora non sa chi diventerà.

Nina arriva a Gardone accompagnata dalla contessa Beatrice Galati d’Avila e viene consegnata ad Amélie, la governante della villa, donna autoritaria e anaffettiva, nella quale sembrano conservarsi alcuni tratti della storica Luisa Bàccara. Il primo impatto è brutale. «Devi scordarti il dialetto», le aveva ingiunto la contessa; Amélie, poco dopo, la spoglia, la lava, la ispeziona con la freddezza riservata a una creatura da addomesticare. Nina si sente «dimenticata da tutti» e comincia a covare progetti di fuga.

Per uscire dalla villa si propone come addetta agli approvvigionamenti. Le commissioni la conducono da Sebastiano, bottegaio buono e saggio, presso il quale Nina cerca di capire chi sia veramente quel Comandante di cui tutti parlano. La risposta di Sebastiano è una delle prime chiavi del romanzo: «È un uomo che sa usare le parole come io uso la bilancia». E inoltre D’Annunzio convince gli altri a rischiare la vita per i propri sogni, come il pifferaio della favola: «È un fantasma che fa un gran frastuono».

Quando finalmente compare, il Vate è già una figura teatrale: cappotto di pelliccia, grosso cappello, cane, nomi e soprannomi. Nina, con il suo humour popolare, annota: «Vate? penso. Ma quanti nomi ha quest’uomo?». Eppure il Comandante si accorge di lei. La ragazza assiste anche al reclutamento delle giovani destinate alla sua camera da letto. È un episodio che la sconvolge: «La fame non guarda in faccia a nessuno, Ninetta mia», ricordava la nonna. «Ognuno baratta quello che ha.» Nina prova vergogna e senso di colpa per non aver saputo intervenire; ma il saluto furtivo della più giovane delle ragazze, una mano che spunta dal cappotto, crea fra le due un piccolo patto di solidarietà e di innocenza.

La fuga tentata da Nina fallisce e un incidente la costringe alla convalescenza. È allora che entra più decisamente nella sua vita Giulio, il giardiniere, figlio di Sebastiano, reduce dalla guerra e da Fiume. Nina comincia a legarsi a lui, mentre d’Annunzio scopre nella ragazza una singolare intelligenza. Le regala l’Alcyone e il Werther. Nina legge il poeta e riconosce che «la lingua che parlo ogni giorno, per chiedere a Sebastiano la farina o ad Amélie un po’ di sapone, sotto la penna di quest’uomo diventa un’altra cosa, prende una forza luminosa, incandescente».

La relazione con Giulio si approfondisce e, insieme a essa, si chiarisce il passato di entrambi. Nina apprende le ragioni per cui è stata condotta a Gardone e scopre che Sergio, il ragazzo che aveva lasciato in Abruzzo, si è fidanzato. Subisce inoltre un tentativo di stupro da parte del marchese Terenzi, dal quale si difende mordendogli la lingua a sangue. Poco dopo, parlando con d’Annunzio dell’Alcyone, gli confessa ciò che davvero pensa: «All’inizio pensavo che le poesie fossero belle perché sembravano una specie di musica. Poi però ho capito un’altra cosa. […] Che voi vorreste… sparire dentro le cose».

È il principio di un confronto-conflitto intellettuale che diventerà decisivo. D’Annunzio vuole istruirla, sottrarla al «fango» delle sue origini; Nina gli risponde con una delle frasi centrali del libro: «Non è fango! È la mia vita! Voi pensate che basti leggere per capire tutto, ma il vostro Werther si è ammazzato perché leggeva troppo e viveva poco! Io voglio lavorare, vivere la mia vita. Non voglio diventare una vostra… creatura». Il poeta, irritato, la accusa di voler rimanere «prigioniera nella terra» invece di trasformarsi nella ninfa Alcyone. Ma, nonostante lo scontro, Nina accetta di studiare con lui.

Il rapporto diventa così sempre più ambiguo. D’Annunzio è maestro e manipolatore, colui che apre alla ragazza il mondo della cultura e insieme colui che vorrebbe modellarla secondo la propria idea di bellezza. Nina, però, non perde la propria voce. E la sua identità passa anche attraverso il dialetto: «non posso cancellare il dialetto dalle mie parole. Senza quel passato, non sono nulla, non conto nulla».

Nella terza parte la villa che in seguito sarà chiamata il Vittoriale diventa quasi una proiezione della psiche del suo padrone. Nina osserva d’Annunzio come un uomo ormai prigioniero della propria leggenda. Lo sorprende immerso nella lettura e comprende perché continui ad aggrapparsi alla letteratura: essa «gli serve a non sentirsi un vecchio». La prospettiva si rovescia: Nina, che sembrava la creatura da plasmare, diventa colei che legge il proprio educatore.

D’Annunzio decide di prepararla al liceo e, forse, all’università. Nina studia con lui ogni pomeriggio, ma continua a essere trattata da Amélie come una serva. Intanto il rapporto con Giulio si trasforma in amore. Anche le lezioni di storia assumono un significato particolare: discutendo dell’«Obbedisco» di Garibaldi, Nina formula un’interpretazione che sorprende il maestro. D’Annunzio le riconosce di aver colto una «verità arcana». Nina ne ricava una sensazione nuova: «Mi sento più alta, più forte, più sicura. Più Nina».

Ma la formazione della ragazza procede contemporaneamente attraverso l’esperienza della vita. Giulio porta dentro di sé le trincee e Fiume. Confessa a Nina di aver combattuto e ucciso, di essere stato sedotto dalla voce del Vate: «Quando d’Annunzio si affacciava al balcone, la sua voce ti scavava dentro, ti stregava con le sue promesse di una patria in cui la morte e lo squallore non esistevano. Ero pronto a farmi ammazzare per lui». Nina gli risponde che d’Annunzio lo umilia perché la sua fragilità ha smascherato la bugia della «bella morte».

Intanto il fascismo prende corpo. Giulio rifiuta di iscriversi al Fascio e viene aggredito. D’Annunzio stesso confessa a Nina la propria diffidenza verso Mussolini: «Ha saccheggiato le mie parole, ha rubato i miei gesti e i miei discorsi per travestire la sua ambizione. Presto o tardi trascinerà tutti verso la rovina. Non voglio essere il suo complice». Ma la sua lucidità non cancella la responsabilità indiretta della propria retorica.

Nella  parte finale il conflitto fra d’Annunzio e Giulio diventa scoperto. Il Vate dichiara a Nina il proprio «amore elettivo» e sostiene di averla plasmata attraverso gli studi: «Tu sei il mio azzardo fatale, la scommessa estrema su cui punto l’intera mia esistenza». La frase riassume l’ambiguità dell’intero rapporto: d’Annunzio vuole elevare Nina, ma elevare significa anche possedere. Quando si mostra a lei nudo e decrepito, chiedendole addirittura di «liberarlo», la maschera dell’eroe cade definitivamente. Nina vede «un uomo prosciugato dai suoi stessi vizi» e comprende che quella carne non appartiene più a un eroe, ma a un semplice essere umano.

Nina, tuttavia, non rinuncia al proprio progetto. Deve sostenere l’esame per entrare al liceo e continuare gli studi. Il nuovo programma di Giovanni  Gentile (lodato dal Vate) è difficilissimo e persino Giulio sembra temere che quella formazione possa allontanarla da lui. Nel frattempo Fiume viene annessa al Regno d’Italia e d’Annunzio riceve il titolo di principe di Montenevoso. Giulio commenta amaramente: «Penso che basta una firma su un pezzo di carta e tutto si cancella: il dolore, i morti, l’eroismo, gli ideali».

Nina decide infine di lasciare la villa. D’Annunzio la saluta riconoscendole di avergli restituito, nella «stagione ultima» della sua vita, una volontà che credeva perduta. Ma fuori dalla villa l’Italia è ormai entrata nell’anno del delitto Matteotti e l’aria politica si fa irrespirabile. Giulio vuole partire; Nina gli chiede ancora il tempo necessario per affrontare l’esame: «Ma non chiedermi di tornare indietro, di essere una Nina diversa da quella che sono diventata».

L’esame è un trionfo. Nina completa in poche ore le prove di italiano e di greco e viene ammessa al liceo con risultati eccellenti. Ma la conquista decisiva non è il voto. È la consapevolezza che leggere e studiare sono ormai diventati parte di lei. Alludendo a Giulio osserva: «Lui ascolta la terra, io ascolto i poeti».

Il finale riserva un epilogo che è meglio non rivelare. Basti dire che il conflitto fra Nina, Giulio e d’Annunzio raggiunge il suo punto estremo attraverso un’ultima manipolazione del Vate, il quale pretende di aver plasmato Nina a suo piacimento: «In questi anni, ti ho plasmata come argilla, ti ho fatto mia». La sua «ultima lezione» consiste nel sostenere che «nell’universo della carne, nessuno dona se non per possedere». L’epilogo ci riporta al 3 marzo 1938: quale sarà la sorte di Nina?

È proprio nella costruzione di Nina che sta, a mio avviso, la riuscita più significativa di L’acqua amara. Il punto decisivo non è stabilire quanto della vicenda di Nina De Lellis corrisponda alla realtà documentaria: è la riuscita artistica di una figura femminile costruita contro l’ombra gigantesca del Vate. La stessa Di Croce, nell’avantesto, dichiara di aver dovuto sottrarre Nina all’«incessante turbine di fatti e personaggi» che circonda d’Annunzio, trasformando la ricostruzione documentaria in un racconto personale.

La futura emancipazione della protagonista nasce significativamente da una condizione di umiliazione. Nina non arriva a Gardone come una giovane donna già predisposta alla cultura, ma come una ragazza che deve anzitutto conquistare il diritto di decidere di sé. D’Annunzio è «inquadrato» all’inizio proprio attraverso il dialogo fra due persone umili, Sebastiano e Nina, sveglie e disallineate rispetto alla retorica ufficiale. Sembra che almeno loro riescano a leggere nelle vittime i segni dei tempi e le malie degli incantatori di serpenti. È una delle intuizioni felici del libro: il Vate viene osservato dal basso, da chi non possiede il suo linguaggio ma sembra possedere, talvolta, una più nitida capacità di giudizio.

La critica di Nina a d’Annunzio si precisa soprattutto quando egli pretende di «elevarla». È un momento superbo. C’è qui il rifiuto della letteratura intesa come misturazione della vita, come sua eccitata e adulterata esaltazione. Nina vuole restare nella vita, aldiquà della letteratura. È una critica diretta del dannunzianesimo, che pure resta — si pensi proprio al Piacere — uno dei momenti letterari più intensi della nostra tradizione letteraria nella sussunzione della vita in arte. L’incontro-scontro fra l’antintellettualismo di Nina e l’iperletterarietà di d’Annunzio costituisce uno dei punti da tenere maggiormente in evidenza.

La contraddizione è però solo apparente. Nina rifiuta di farsi «creatura» del poeta, ma accetta di studiare con lui. E proprio qui il romanzo compie il suo movimento più interessante: la cultura che d’Annunzio le offre è contemporaneamente strumento di emancipazione e possibile mezzo di dominio. Nina ha una bella testa, una «cocce» in dialetto. Il dialetto abruzzese non è un difetto da cancellare, ma il deposito della sua identità: «Senza quel passato, non sono nulla, non conto nulla». La cultura potrà aggiungersi a quella identità, non sostituirla.

Il romanzo mostra progressivamente che l’allieva finisce per leggere il maestro. D’Annunzio, che inizialmente appare come colui che possiede il sapere e la parola, diventa sotto gli occhi di Nina un uomo prigioniero della propria leggenda. «La sua malinconia è palpabile ed è simile a quella che provo io»; la letteratura gli serve «a non sentirsi un vecchio». La villa stessa sembra restringersi e dilatarsi secondo il suo umore. Nina, insomma, diventa colei che osserva l’uomo che voleva insegnarle a guardare.

Non è secondario, inoltre, il modo in cui Di Croce costruisce questa storia. Spira nella narrazione un uso consapevole dei codici del romanzo popolare, intinti in atmosfere dannunziane certamente e sottoposti alle sue ingiunzioni e determinazioni, quasi da far assumere al libro il registro di un metaromanzo: se non una parodia, almeno una consapevole e scaltra imitazione à la manière de, una sorta di détournement situazionista. La scrittrice racconta dunque d’Annunzio attraverso una forma narrativa che continuamente lo richiama e insieme lo mette a distanza. Lo mette tra virgolette insomma.

È probabilmente questa la chiave più interessante per leggere L’acqua amara. Di Croce non si limita a raccontare d’Annunzio, ma costruisce una prosa che lo guarda continuamente attraverso il filtro della sua stessa mitologia, per poi incrinarla. Tanto più significativo è allora il fatto che la scrittura rimanga volutamente sobria: brevi appunti in forma diretta, una prosa molto lavorata per sottrazione. L’asciuttezza della narrazione entra così in attrito con la magniloquenza del Vate, e proprio da questo attrito ricava una parte della propria efficacia.

Anche la vicenda di Giulio concorre a questo rovesciamento. Nei racconti dei reduci e dei loro congiunti traspare una sorta di risentimento verso gli eroi piumati della storia, compreso d’Annunzio, che per inseguire i loro disegni poetici ed esaltati hanno inflitto sofferenze agli umili e ai semplici. Giulio è una vittima della storia, ma anche una vittima della parola del Vate: la voce che dal balcone di Fiume lo aveva stregato promettendogli una patria in cui «la morte e lo squallore non esistevano» ha lasciato nella sua vita una devastazione che la retorica non può più nascondere.

Da questo punto di vista, il romanzo non assolve neppure il d’Annunzio che si dichiara avverso a Mussolini. La sua frase — «Ha saccheggiato le mie parole, ha rubato i miei gesti e i miei discorsi per travestire la sua ambizione» — è lucida, ma non basta a cancellare il fatto che quella retorica dell’eroismo e della bella morte ha contribuito a costruire il terreno sul quale il fascismo ha potuto prosperare.

Il rapporto fra Nina e d’Annunzio diventa così una sorta di educazione alla libertà attraverso un maestro che, mentre educa, non smette di voler possedere. È questa la contraddizione più profonda e produttiva del libro. D’Annunzio vuole trasmettere a Nina la cultura, ma pretende che la cultura ricevuta porti il suo marchio; vuole renderla autonoma, ma secondo un’autonomia da lui stesso progettata; vuole che diventi se stessa, purché quel se stessa sia in qualche modo una sua creatura. Alla fine, quando proclama «Il mio magistero è compiuto», si rivela nella sua forma più scoperta la volontà di possesso che ha sempre accompagnato la volontà pedagogica.

Ma Nina gli sfugge. Ed è qui che il romanzo acquista il suo significato ultimo. La sua formazione consiste nell’aver imparato che la cultura può liberare soltanto se non diventa un’altra forma di possesso. Nina si sottrae ad Amélie, a Giulio, a d’Annunzio, alle convenzioni del proprio ceto e persino all’immagine che gli altri hanno costruito di lei. Il Vate può averle insegnato i poeti, il latino, il greco e la storia; non può però insegnarle il valore dell’autonomia, ossia chi essere.

È questo, in definitiva, il piccolo ma significativo rovesciamento di L’acqua amara: il grande poeta che voleva «plasmare» una ragazza finisce per diventare, suo malgrado, uno degli strumenti attraverso cui quella ragazza impara a non farsi plasmare da nessuno. E alla foce della storia, come nel passo del Piacere che dà il titolo al libro, l’acqua dell’autonomia intellettuale conserva inevitabilmente il suo sapore amaro. Libro apparentemente facile, forse riducibile a sceneggiato televisivo purché nelle mani di un Sandro Bolchi, ha malizie e segreti da saper decrittare, ma sicuramente questa  Nina ha una cocce d’oro.

 

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