Letteratura
Bilanci a distanza
Due ex colleghi si incontrano al caffè e si confrontano sui loro vissuti aziendali
Il bar all’angolo è lo stesso di 20 anni fa, ma noi siamo decisamente più logori. Guardo Dario tormentare la bustina dello zucchero con la stessa precisione maniacale con cui, un tempo, allineava i dossier sulla scrivania.
Il discorso come sempre cade sulle nostra esperienza di colleghi per decenni della stessa azienda. «Un supplizio, te lo dico io. 35 anni di puro supplizio», esordisce lui, scuotendo la testa grigia. «Un tritacarne che mi ha prosciugato l’anima».
Sorrido, sorseggiando il mio decaffeinato. «Dai, Dario, non esagerare. Io mi ricordo che ci divertivamo come matti. Le trasferte, le sfide con la concorrenza, i venerdì sera a festeggiare gli obiettivi raggiunti… Per me è stata una giostra».
«Una giostra per te», ribatté lui, con un filo di fiele nella voce. «Tu surfavi sulle onde. Io ci annegavo dentro. Ogni progetto era un’agonia, una caccia all’errore che non mi faceva dormire la notte. E alla fine, per cosa? Per vedere te che scalavi le vette e io fermo al palo».
Ci conosciamo dall’asilo. Abbiamo condiviso i banchi di scuola, i primi amori e, infine, l’ingresso in Azienda nello stesso identico mese. Ma l’Azienda l’abbiamo vissuta in maniera completamente diversa.
Io so bene perché sono salito così in alto e lui no. Ricordo ancora come fosse ieri il giorno dei famigerati assessment, le valutazioni del potenziale. Dario era, ed è sempre stato, una spanna sopra di me: più intelligente, infinitamente più colto, un analista nato. Eppure, i report degli esperti delle Risorse Umane parlarono chiaro. Nel fattore più importante, la presa di decisione, Dario aveva preso un punteggio mediocre. Non solo: sul piano relazionale lo avevano giudicato insufficiente, definendolo “scarsamente incline al confronto e alla mediazione”.
Io? Io ero il classico mediocre di successo. Meno colto, meno brillante, ma dotato di quella naturale socievolezza che fa sembrare tutto facile. Ero un decisore rapido, sempre pronto a trattare, a mediare, a fare spallucce. E l’Azienda mi aveva premiato con una carriera scintillante, una poltrona da direttore e un conto in banca a sei zeri. In cuor mio, mentre lo ascolto, provo una sottile scossa di compiacimento: ho ottenuto il triplo di lui investendo la metà delle energie.
Dario continua la sua requisitoria sulle ingiustizie aziendali, sulla meritocrazia che non esiste, sulla sofferenza di chi dà tutto e non viene capito. Lo assecondo con un cenno del capo, poi decido che, dopo tutti quegli anni, posso azzardare la verità.
«Ascolta, Dario… lo so che eri il più bravo. Lo sapevano tutti. Ma ci mettevi troppo a carburare», dico abbassando la voce. «In Azienda non so come funzioni oggi, ma ai nostri tempi apprezzavano le soluzioni imperfette ma veloci, non quelle perfette che arrivavano a tempo scaduto. Tu cercavi l’eccellenza assoluta, ma fuori tempo massimo. Ti ricordi il progetto Alpha? Hai dato il meglio di te, ero ammirato e sorpreso quando ce lo hai illustrato. E penso anche che sarebbe risultato efficace se i nostri competitor non avessero prodotto qualcosa di simile anche se di qualità molto inferiore dieci settimane prima di noi”.
Dario si irrigidisce, il cucchiaino sospeso a un millimetro dalla tazzina.
Mi scappa un sorriso nostalgico e decido di dargli il colpo di grazia: «Lo sai come ti chiamavano i ragazzi del marketing, dietro le spalle? Va-lentino. Come il pilota, ma con il trattino.».
Immaginavo che avrebbe abbozzato. Mi fissa invece dritto negli occhi, con un sorriso tirato.
«Ah, sì? Molto spiritosi», dice con voce tagliente. «E tu, invece, lo sai come chiamavano te ?»
Rimango in silenzio, preso alla sprovvista.
Dario manda giù il caffè in un sorso, mi guarda dall’alto in basso e sibila: «Ti chiamavano Pronto Soccorso. Perché arrivavi sempre subito, davi una passata di cerotto superficiale che non risolveva mai il problema, e te ne andavi convinto di aver salvato una vita».
Si alza dal tavolino, gira i tacchi e si avvia verso l’uscita
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