Letteratura
I convitati di pietra di Michele Mari
Premio Strega 2026
Inizio con questa “recinzione” la mia maratona dei dodici finalisti dello Strega 2026.
Michele Mari — I convitati di pietra — Einaudi, 2025
L’idea alla base del romanzo somiglia più a un “Gedankenexperiment” (esperimento mentale) che a un presupposto narrativo credibile: un’alzata d’ingegno, efficace sulla carta più che nella vita che vorrebbe o dovrebbe mimare. Ed eccola l’idea: tutti i compagni di classe di una terza liceo milanese (miei coetanei) si ritrovano un anno dopo la maturità, il 22 luglio del 1975, e decidono di versare ogni anno alla stessa data una quota — «non alta ma nemmeno irrisoria» — da investire con interessi composti per decenni, fino a costruire un capitale destinato, alla fine, ai tre ultimi sopravvissuti.
Un meccanismo elegante e astratto, che si regge grazie alla petizione della sospensione dell’incredulità più che sulla verosimiglianza. Gli incontri si susseguono negli anni — ho intravisto nel finale un 2053 straziando il calendario futuro e tentando il romanzo ucronico, chissà! — tra assenze, morti, suicidi, omicidi (non pochi) e un progressivo diradarsi dei partecipanti. La posta in gioco cresce: «un controvalore più che ragguardevole», «una cifra sbalorditiva». E tuttavia manca “in soldoni” la cifra effettiva che balzacchianamente ci avrebbe dato il “quantum” realistico. Ma forse, come suggerisce il testo, il vero premio è altrove: nell’attesa stessa, nell’illusione di avere ancora qualcosa per cui vivere, combattere, immaginare — un ritorno simbolico a prima della maturità, quasi all’infanzia.
La galleria dei personaggi segue un principio di esasperazione tipologica: figure marcate, sopra le righe, più costruite che osservate. Il ludopate, la ninfomane seriale, l’onanista compulsivo, il manager perfetto da pubblicità, la docente algida con la sua scommessa erotica totalizzante, la frequentatrice cronica di cliniche psichiatriche, ecc. Più che individui, funzioni narrative. Più che vita, dispositivo.
L’impressione è quella di un congegno che richiama tanto i meccanismi seriali del giallo (“e non rimase più nessuno”) quanto certe allegorie esistenziali alla Bergman: una partita a scacchi con la morte. Ma senza la stessa tensione simbolica, senza la stessa necessità.
Anche sul piano redazionale il romanzo insiste su una cifra riconoscibile: periodi lunghi, avvolgenti, spesso circonvoluti; una lingua densa, dottorale, talvolta ostentatamente preziosa. Non mancano incursioni nel burocratico («assolto il compito di rendicontare») né impreziosicono il testo i secchi verbali di riunione che ricordano assemblee condominiali o dei circoli di bridge: non il massimo in una narrativa che ambisce all’alto di gamma. I coup de théâtre — morti naturali, incidenti, suicidi, omicidi — scandiscono la trama, ma raramente la animano davvero.
Il problema è che la costruzione formale finisce per sovrastare l’esperienza narrativa e punta gratuitamente all’abbandono totale della sospensione dell’incredulità da parte del lettore (che qui come me resta tuttavia un apota, uno che non se la beve) mentre l’osservazione del reale si riduce alla tigna di indicare per ogni morto la chiesa milanese in cui si svolgono i funerali. La lingua, invece di farsi veicolo, si impone come oggetto: “ripicchiata”, da vocabolario, punteggiata di preziosismi («un’immagine di ghermimento») o localismi («tranzollo»). Le frasi si dilatano in sequenze ondulatorie, cariche di subordinate, dove si avverte più l’abilità del retore che l’urgenza dello scrittore.
Si dice che non capisce di letteratura chi non ama le genealogie ipnotiche del Vecchio Testamento o il catalogo delle navi di Omero nel secondo libro dell’Iliade. In questo quadro, qui si tenta anche l’ inserto ambizioso — come la filmografia completa, diobono, di Gene Hackman — che risulta opaca. L’elenco non ipnotizza, non produce senso: resta un catalogo inerte, forse intenzionalmente mediocre, ma senza che l’intenzione riesca a trasformarsi in effetto. Ancora una volta, il progetto prevale sull’esecuzione, la cornice mangia il quadro, lo schema strozza il libero flusso narrativo.
Alla fine, ciò che resta è proprio questa sproporzione: tra idea e sviluppo, tra ambizione e resa. Non la trama, che rimane un esercizio di ingegno; non la lingua, che si compiace della propria artificiosità; non lo stile, che si inceppa nella propria stessa esibizione.
È difficile capire su quale attrattiva il romanzo di Mari intenda davvero fare leva. Vale forse ancora l’osservazione su questo scrittore di Matteo Marchesini in “Casa di carte”: «i suoi libri si reggono su un partito preso formale eccessivamente protettivo e in parte pretestuoso». E sì, qui, più che mai, la pretestuosità sembra diventare sistema.
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