Letteratura

La voce delle donne

Un saggio del premio Nobel Anne Carson sul silenzio imposto alla cultura femminile

21 Ottobre 2026

 

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L’editore Crocetti, omaggiando la poeta vincitrice del Nobel 2026 (già da lui celebrata in passato con tre premonitrici raccolte), dà alle stampe un interessante e pungente saggio di Anne Carson, Il genere del suono, dedicato alla parola delle donne: controllata, repressa e ridotta al silenzio per millenni. La postfazione al testo è firmata da Carmen Gallo, che ha ottenuto il Premio Strega Poesia qualche giorno dopo il prestigioso titolo assegnato a Carson, con il volume Procne machine anch’esso indagante miti e ideologie relative al discorso femminile.

Che la voce delle donne risulti fastidiosa alle orecchie maschili perché ritenuta stridula, aggressiva, smodata, ancora oggi è convinzione diffusa. Già nel libro VI dell’Odissea, Ulisse risvegliandosi nudo nell’isola dei Feaci per le urla di Nausicaa e delle sue amiche intente a giocare a palla, esclama: “Che chiasso di femmine mi si fa intorno!”, chiedendosi se il baccano provenisse da minacciosi selvaggi o da esseri soprannaturali. Anche il poeta Alceo paragonava gli strilli delle donne di Lesbo agli ululati dei lupi nei boschi, utilizzando verbi onomatopeici che ben esprimevano la sgradevolezza del suono prodotto dalle ugole femminee: ὀλολύζω, ἐλελεῦ, ἀλαλάζω… Ma fu soprattutto Aristotele nella Physiognomica ad affermare che la voce acuta della donna era “prova della sua indole malvagia, perché le creature coraggiose o giuste (come i leoni, i tori, i galli e il maschio degli esseri umani) hanno una gran voce profonda”. Così gli uomini che parlano con timbro acuto o eccessivamente ingentilito sono senz’altro “catamiti”: il tono vocale alto unito alla loquacità caratterizzava per lo Stagirita una persona deviante o carente rispetto all’ideale maschile dell’auto-controllo.

Il genere del suono. Un'esplorazione del suono secondo la prospettiva di genere - Anne Carson - copertina

Secondo Anne Carson (stimata docente di greco antico in diverse università americane e canadesi, traduttrice di Saffo, Sofocle e Stesicoro) nella cultura classica la virilità definita da un uso della voce pacato e profondo era garanzia della virtù maschile della σωφροσύνη (prudenza, solidità mentale, moderazione, temperanza), mentre alla fruizione della voce femminile in pubblico si associavano pazzia e stregoneria. Dal gemito raggelante della Gorgone a quello bestiale delle Furie, dalla modulazione seduttiva delle Sirene al balbettio di Cassandra, dallo strepito di Artemide cacciatrice fino alla garrulità di Eco, i suoni emessi dalle donne si caratterizzano come un flusso incontrollato e viscerale di urla, lamenti, singhiozzi, strilli, risate sonore, grida di dolore o di piacere che irritano o spaventano l’uomo. Nella cultura patriarcale l’unica σωφροσύνη concessa alle donne risiedeva nell’obbedienza alla guida maschile, nella castità, nel silenzio. Il legislatore Solone nel VI secolo a.C. promulgò delle leggi che vietavano gli eccessi disordinati e barbarici delle donne nelle feste, nelle processioni e nei riti funebri. Secondo un’antica teoria medica, esisteva una corrispondenza tra oralità e sessualità femminile: la bocca (στόμα in greco) delle donne doveva rimanere chiusa, sia quella di sopra sia quella di sotto (ἄνω o κάτω), entrambe protette da labbra che era opportuno restassero sigillate, altrimenti dalle due aperture poteva fuoriuscire qualcosa di pernicioso e incontrollabile. Teoria che è rimasta alla base nella mitologia, nella letteratura e nella religione in contesti sia antichi sia moderni. Sigmund Freud applicò il termine “isteria” allo stato di alterazione somatica espresso dalle sue pazienti (tic, nevralgie, convulsioni, paralisi, disturbi alimentari e cecità), derivata da eventi psichici che andavano ricanalizzati all’interno di un discorso razionale per risultare appropriati e inoffensivi. “Sia la bocca femminile superiore sia quella inferiore hanno apparentemente bisogno di tale azione di controllo”, postilla l’autrice. Anche oggi la diversità sessuale in relazione al linguaggio viene studiata scientificamente, per individuare se la sua origine sia naturale o culturalmente stratificata nei millenni. “Si dice che i suoni prodotti dalle donne abbiano differenti modelli flessionali, differenti gamme d’intonazione, differenti preferenze sintattiche, differenti campi semantici, differenti dizioni, differenti trame narrative, differenti strumenti comportamentali, differenti pressioni del contesto rispetto ai suoni prodotti dagli uomini”.

In questo breve saggio, Anne Carson analizza le tesi classiche sul linguaggio femminile insieme a quelle contemporanee, che ricorrendo a bizzarre ipotesi biologiche e anatomiche, ad apporti culturali di ogni epoca svelano con quali meccanismi si è tentato di imbrigliare o censurare la parola delle donne, riducendo ogni discorso femminile a futile chiacchiera, suono irrilevante o pericolosamente immorale. L’incontinenza che caratterizza il rapporto tra bocca ed emotività appare ancora oggi temibile perché rischia di femminilizzare tutta la società, con conseguenze allarmanti per l’ordine costituito (probabilmente Vannacci concorda…). Pertanto la censura del suono femminile risulta necessaria per contrastare un modello culturale alternativo a quello maschile. Giustamente Carmen Gallo, nella sua postfazione intitolata Ridare senso al rumore, ha messo in rilievo come Anne Carson sia riuscita, attraverso le sue interpretazioni di classicista e la straordinaria perizia di scrittrice, a imporre la propria voce autoriale, contestando una tradizione letteraria predisposta quasi totalmente da uomini.

 

 

ANNE CARSON, IL GENERE DEL SUONO – CROCETTI, MILANO 2026

Traduzione di Patrizio Ceccagnoli. Postfazione di Carmen Gallo. Pagine 96

 

 

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