Letteratura
Le guerre di Odessa raccontate in yiddish
Romanzo breve di Israel Singer ambientato nell’Ucraina di inizio ‘900
I due fratelli Singer, Israel Joshua e Isaac Bashevis, sono stati tra i maggiori scrittori del Novecento. Più famoso è il minore, Isaac B. Singer (1903-1991), premio Nobel 1978, autore di racconti e romanzi celebri come Gimpel l’idiota, Alla corte di mio padre, Keyla la rossa. Ma narratore altrettanto straordinario è stato Israel J. Singer (1983-1944), che ci ha lasciato capolavori come La famiglia Karnowski, Da un mondo che non c’è più, I fratelli Ashkenazi, Yoshe Kalb, in Italia editi tutti da Adelphi. Entrambi hanno raccontato la cultura e le abitudini delle comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale raccolte intorno allo shtetl, villaggio tradizionale in cui si parlava lo yiddish: Isaac in maniera più nostalgica e religiosamente ortodossa, Israel con un atteggiamento più razionalmente distaccato e ostile al fanatismo apocalittico dell’ebraismo classico, nel tentativo di leggere la cultura d’origine attraverso la lente di un laicismo moderno, lontano dall’idea di un Dio pervasivo che regola con severità l’esistenza del popolo eletto. Israel Joshua Singer era nato nel 1893 nella cittadina polacca di Bilgoraj, nel Governatorato di Lublino, all’epoca parte dell’Impero russo, e aveva trascorso l’adolescenza a Varsavia, dove il padre era rabbino. Emancipatosi dalla tradizione religiosa, dopo la rivoluzione del 1917 si era trasferito in Unione Sovietica, collaborando a diverse iniziative letterarie legate al simbolismo e all’avanguardia. Nel 1934 si stabilì a New York, dove si fece raggiungere dal fratello Isaac Bashevis, e dove morì dieci anni dopo.
Da poco pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi è il breve romanzo Sulle rive del mar Nero, uscito negli Stati Uniti nel 1949. Protagonista è il giovane Pinkhas Fradkin, che vive con la numerosa famiglia nella colonia agricola ebraica di Israelevke, nella regione di Cherson, dove suo padre esercita la professione di macellaio e di modesto rabbino della comunità. Ogni giorno il ragazzo raggiunge a piedi il porto di Odessa per godere dello spettacolo delle numerose navi commerciali trafficanti merci varie, nel vivace viavai cosmopolita di marinai, mercanti, prostitute, vagabondi, accarezzando il sogno di potersi un giorno imbarcare per raggiungere Istanbul, e di lì la terra di Israele. Per mantenersi dà lezioni di ebraico ai liceali della città, in attesa di superare gli esami e iscriversi privatamente all’università locale. “Un vigore straordinario emanava da tutta la sua persona, dai folti capelli ricci, dagli occhi ardenti, scuri come il carbone, dal rossore delle guance che traspariva sotto la pelle olivastra”, e questa energia repressa viene sfogata da Pinkhas in galvanizzanti camminate lungo lo scalo, a osservare i passeggeri delle navi somiglianti agli Ismailiti della Torah, ripetendo tra sé due versi dell’amato poeta Rabbi Yehuda Halevi: “Io sono in Occidente, ma il mio cuore è in Oriente”. Quando riesce finalmente a risparmiare abbastanza per il viaggio tanto ambito, sugli edifici del porto appaiono avvisi di mobilitazione “per difendere la Russia, terra della vera fede, contro i miscredenti tedeschi e austriaci a ovest e contro i turchi infedeli a est, a maggior gloria dello zar e della patria”. Il piccolo ebreo ventenne viene arruolato e spedito a combattere, e la penna di Israel J. Singer, così abile nel descrivere facce, colori e rumori della gente in tempo di pace, riesce a essere altrettanto efficace nella rappresentazione della miseria abbrutente della guerra.
Pinkhas Fradkin viene mandato a combattere gli infedeli della Mezzaluna sul Caucaso, e poi i tedeschi sulle rive del fiume Bug. Dopo quattro anni di servizio, sale su un vagone merci per tornare al villaggio di Israelevke, attraversando un paese lacerato, tra campagne e cittadine distrutte, percorse da soldati di ogni nazionalità allo sbando: riservisti tedeschi, bande armate di ucraini, austriaci e polacchi affamati, gruppi di comunisti inneggianti alla rivoluzione. Sfuggendo allo scherno e alla persecuzione antisemita dei commilitoni, il protagonista ricompare in paese, dove viene irretito dalla comunità ebraica che vorrebbe eleggerlo a rabbino, e dargli in moglie “un tesoro di ragazza, tanto brava quanto pia e devota, una colombella pura di cui nessuno nel villaggio dirà mai nulla di male, Dio non voglia”. Pinkhas scappa ancora di casa, sempre nutrendo il proposito di imbarcarsi per il Medio Oriente, e raggiunge Odessa. Qui troverà devastazione, povertà e razzie di soldati provenienti da tutta Europa, duri scontri tra ucraini e militari a cavallo dello zar, con improvvisi assalti di bande di uomini con la stella rossa sul berretto, mentre il capoluogo è ridotto allo stremo da fame ed epidemie, e la caccia agli ebrei diventa sempre più feroce da parte di ogni nuovo dominatore. Pinkhas si aggira “come una pagliuzza trascinata da un vortice nella desolazione della città consegnata all’anarchia”, ma quando viene a sapere che il suo paesino è stato raso al suolo e tutta la sua famiglia sterminata, decide di arruolarsi nell’Armata Rossa, guadagnandosi presto il grado di maggiore nel reggimento internazionale. Chiamando a raccolta gli ebrei sopravvissuti al massacro negli shtetl della regione di Cherson (nome che risuona tragicamente anche oggi nella guerra in Ucraina!) riesce a stanare i banditi che razziavano le campagne, protetti dai coltivatori locali e dai ricchi kulaki: “Insieme agli ebrei, cominciarono a essere arruolati individui di ogni sorta, di altri popoli: tatari nomadi, rumeni, bulgari, profughi che, sfollati dalle loro regioni all’epoca dei primi combattimenti, non erano riusciti a tornare a casa; disertori, detenuti liberati, tutti gli individui soli, infelici e ridotti alla fame in quel periodo di caos e di guerra civile”. Un esercito di straccioni vestiti con divise e scarpe di fortuna, armati con fucili e sciabole e pugnali di ogni genere, intorno a un’unica mitragliatrice, alzando una bandiera “nuova di zecca, rossa, e decorata con una scritta d’oro: «Compagni di tutti i paesi, unitevi»”, si mette in marcia lungo il Dnepr, nella zona dove sfocia nel Mar Nero. Il minuto comandante ebreo, dai crespi capelli neri, riconquista palmo a palmo i territori depredati dalle bande nemiche, utilizzando i loro stessi mezzi di spietata distruzione, bruciando cascine, ammazzando i contadini delatori, violentando le donne, rubando il bestiame. A dimostrazione che le guerre mostrano ovunque e in tutte le epoche la stessa faccia di crudele ferocia. Portato a termine il suo compito militare, Pinkhas Fradkin rinuncia alla carriera nell’esercito russo che gli viene offerta, e si imbarca per raggiungere Israele e lavorare la terra in una colonia agricola, esaudendo così il sogno coltivato in gioventù.
Un racconto breve, animato da mille avventure e personaggi, ma descritto con pacato distacco, come spesso succede nella narrativa controllata di Israel J. Singer, che a differenza del più famoso fratello Isaac non si lascia coinvolgere da alcun sentimentalismo misticheggiante, da nessun trasporto per le atmosfere magiche e seduttive dell’ebraismo ortodosso, preferendo una disamina razionale dei destini umani all’interno della corrente inarrestabile della storia.
ISRAEL J. SINGER, SULLE RIVE DEL MAR NERO – ADELPHI, MILANO 2026
Traduzione di Anna Linda Callow. Pagine 121

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