Storia
Riso caro
I prezzi di carburanti, fertilizzanti e olii minerali stanno mettendo in difficolta’ la cerealicoltura. Un film e un dipinto ricordano agli italiani perche’ non si puo’ tornare a coltivazioni senza chimica ne’ meccanica. Bisogna andare avanti – ma come?
Tra logistica in affanno e prezzi sempre piu’ alti, la risicoltura e’ in difficolta’: gli operatori italiani lamentano non solo ritardi nei trasporti, ma anche carburanti, fertilizzanti e oli minerali carissimi. A livello internazionale, questo lo si e’ visto soprattutto in tempo di semina: parecchi operatori hanno provato a prendere tempo prima di acquistare il necessario sperando in un affievolirsi delle crisi geopolitiche e quindi dei prezzi, ma senza riuscirci. Ora si teme che operazioni energivore di routine come alimentare le stazioni di pompaggio, necessarie per regolare il flusso dell’acqua in campo, facciano innalzare i costi d’esercizio al punto di far andare gli agricoltori in perdita.
Domanda ignorante: se la guerra continua, bisognera’ tornare all’agricoltura del passato ossia pre-chimica e pre-meccanica?
Con in mente i lavoratori da un lato e i consumatori dall’altro, si spererebbe proprio di no. Pensiamo al nord Italia del diciannovesimo secolo quando i braccianti agricoli delle risaie, costretti com’erano a operare manualmente in tutte le operazioni oggi meccanizzate, soffrivano di malaria, morsi di sanguisughe, malattie della pelle, insolazioni e dolori posturali. Solo delle serie di scioperi e proteste contribuirono ad un generale miglioramento delle loro condizioni, partendo dai nuovi regolamenti del 1903 fino all’istituzionalizzazione della giornata lavorativa da otto ore del 1906 – una conquista che parti’ dall’agricoltura per arrivare nelle fabbriche. Progressivamente, i datori di lavoro vennero obbligati a fornire ai braccianti dei dispositivi di protezione individuale, come le galosce o i guanti, e a registrarli uno per uno. Chi ha visto il film Riso amaro di Giuseppe de Santis del 1949 ricordera’ che proprio nelle battute iniziali avviene una lite tra le lavoratrici contrattualizzate e non; anche se vi erano ispezioni occasionali sul campo, il fenomeno del lavoro nero era – e rimane – estremamente difficile da sradicare.
Riso amaro fa anche scoprire come si organizzavano le fasi del lavoro e la divisione dei compiti. Si arava il terreno mediante trazione animale, poi si inondavano i campi e si livellavano al passaggio di cavalli che muovevano delle assi di legno sul fondo fangoso (altro che i sistemi al laser di oggi…); le piantine fatte nascere al vivaio venivano successivamente trapiantate una a una; e cosi’ via sino al raccolto, che avveniva per falciatura con tutti i rischi annessi e connessi. Ad ogni lavoratrice spettava una certa quantita’ di prodotto oltre alla paga, ma in caso di condizioni climatiche avverse o di crollo dei prezzi sui mercati il salario poteva diventare davvero magro.
I temi delle condizioni di lavoro impervie, dei salari scarsi e della suscettibilita’ dei prezzi non erano certo nuovi. Circa cinquant’anni prima del film il pittore piemontese Angelo Morbelli li aveva affrontati con il suo dipinto Per ottanta centesimi! (1895-97, olio su tela, 124×70 cm).
Il dipinto mostra gruppi di lavoratrici che trapiantano il riso a mani e piedi nudi. In una stagione particolarmente sfortunata vennero pagate appunto ottanta centesimi, ossia l’equivalente di tre euro e mezzo per circa tredici ore di lavoro giornaliere a causa del combinato disposto di svalutazione monetaria ed eccesso d’offerta; in altre parole, come spesso accade in agricoltura i lavoratori sono i primi a pagare le consequenze di circostanze sfavorevoli.
Chi guarda il dipinto rimane colpito da una luminosita’ eccezionale che desta emozioni: il pittore intendeva davvero illuminare lo spettatore medio ottocentesco, di solito all’oscuro sui temi sociali coevi (e lo raggiunse con una tecnica che prevedeva l’uso di sino a sette colori per centimetro quadrato, lentissima a realizzarsi). Le reazioni furono positive perche’ fece scoprire agli appassionati d’arte la durezza del mondo agricolo, decisamente meno romantico di quanto si potesse immaginare; tuttavia venne criticato negativamente per il modo in cui lo faceva. Alcuni esperti trovarono inappropriato il fatto che il posteriore delle donne venisse riflesso nell’acqua proprio in primo piano, nonostante conferisse bene l’idea della fatica e dello sfruttamento. Insomma, il messaggio era chiaro ma poco rispettoso delle convenzioni per l’epoca.
Anche Riso amaro ebbe i suoi detrattori. Il pubblico lo premio’, ma il suo realismo lo rese divisivo politicamente: a sinistra non piaceva perche’ mostrava una classe lavoratrice ne’ coesa ne’ collaborativa, mentre la destra non apprezzava che emergessero le vulnerabilita’ del comparto. Piu’ in generale, tanto il dipinto quanto il film hanno insegnato due cose: innanzitutto che quel tipo di agricoltura e’ anti-umanista, perche’ scarica sui lavoratori le conseguenze nefaste dell’arretratezza. Secondariamente che quei modelli di produzione cosi’ scarsamente efficienti andavano completamente rivisti: cosa che poi accadde. Chiediamo quindi agli esperti: che cosa si puo’ e deve fare per permettere alla risicoltura di sopravvivere? I nuovi aiuti di Stato autorizzati dalla UE sono davvero la via migliore?
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