Religione

A caro prezzo

Chi fa parte di una minoranza religiosa puo’ sottrarsi all’obbligo di leva? Secondo l’alta corte di giustizia israeliana la risposta e’ no. Negoziare con i religiosi e’ difficile, ma un classico del cinema suggerisce una curiosa via d’uscita. (Foto: Getty)

27 Aprile 2026

Un gruppo di ebrei ortodossi Haredim prende a sassate le auto di passaggio in una via periferica di Jaffa. Protestano per la profanazione del sabato, giorno che invece dovrebbe essere dedicato alla preghiera. Arriva un mezzo della polizia e una dozzina di agenti scende in assetto antisommossa. Piovono pietre; il sergente li schiera e si raccomanda di non picchiare alla testa se non per legittima difesa. Uno di loro, pero’, si offre volontario per una mediazione; il suo superiore, che lo conosce, all’inizio lo ignora ma poi cede alle insistenze e lo lascia andare avanti dopo essersi tolto lo scudo e la cintura. Com’e’ e come non e’, l’agente disarmato zittisce i religiosi e confabula con loro; tempo qualche minuto e tutto tace. Risolto.

Come ha fatto?

Nell’unico modo possibile, cioe’ batterli sul loro stesso terreno. Dov’e’ scritto nella Torah che si possano tirare pietre alla polizia? ‘E furono colpiti gli scribi dei figli d’Israele’ (Esodo 5,14) rispondono quelli, ma l’agente li rimprovera: presa fuori dal contesto, questa frase non ha senso. Piuttosto, la legittimita’ dell’uniforme e’ in Isaia 3,6: ‘Tu hai un mantello, sii nostro capo’: e i religiosi rimangono a bocca aperta. Parte un quiz biblico tra le parti; il poliziotto e’ preparatissimo. Bravo, e’ uno a posto, dicono gli Haredim che alla fine gli si raccolgono intorno in reverenza. Tornati in centrale, il capitano si complimenta e domanda all’agente: ma come le sai queste cose? Sei religioso? E se sei un erudito di questo spessore, com’e’ che ti sei messo a fare questo mestiere?

E’ una delle scene piu’ celebri di Azoulay il poliziotto, una commedia di Ephraim Kishon del 1971 che racconta le avventure di un simpatico combina-guai in uniforme a Tel Aviv. L’episodio e’ significativo perche’ fa leva sull’ostilita’ di una parte del mondo religioso nei confronti dello stato laico in tutte le sue manifestazioni, dalla scuola alle forze di polizia sino all’esercito. E lo vediamo ancora: la manifestazione di giovedi’ 30 ottobre 2025 porto’ centinaia di migliaia di Haredim nelle strade di Gerusalemme a protestare contro la possibilita’ di una coscrizione obbligatoria per gli studenti delle yeshiva.

La questione rivela che per raggiungere la coesione sociale c’e’ un prezzo da pagare sempre piu’ alto. A ben guardare, nel 1948 David Ben Gurion aveva raggiunto un accordo con gli Haredim secondo le quali chi era iscritto alle scuole religiose era esentato dal servizio di leva; all’epoca, pero’, si trattava di una comunita’ piccola e il loro peso politico era scarso. Oggi invece sono rappresentati da partiti in parlamento come lo Shas e soprattutto sono tanti – piu’ del 13% della popolazione totale, dovuto al fatto che mettono al mondo di media piu’ di sei figli per coppia. Al momento si calcola che almeno 60 mila studenti delle yeshiva si sottraggano al servizio di leva mentre chi ha scelto un’educazione non religiosa o un lavoro puo’ essere chiamato anche piu’ di una volta – cosa che sembra ai coscritti e alle loro famiglie inaccettabile. La giurisprudenza da’ loro ragione: un pronunciamento della corte suprema israeliana dell’anno scorso ha indicato l’accordo del 1948 incostituzionale e ha chiarito che nel caso di continuata renitenza alla leva degli studenti le yeshiva non riceveranno piu’ fondi statali. A cio’ si aggiunge quanto accaduto domenica 26 aprile scorso, quando l’Alta Corte di Giustizia ha imposto allo stato di revocare i benefit a coloro i quali non hanno risposto alla chiamata di leva e, di fatto, denunciarli penalmente. La politica, pero’, prende tempo: si tratta in fondo di un problema cui potrebbe non esserci una soluzione definitiva.

Appare chiaro che la questione non e’ fare il soldato o meno: e’ piuttosto nel nodo irrisolto tra uno stato moderno e delle componenti che ne sono diventate parte loro malgrado e vorrebbero pertanto cambiarne la natura. Cosi’ come i nazionalisti religiosi, una buona parte degli Haredim tende ad avere rapporti limitati con i laici e anzi vuole che lo stato israeliano incorpori i principi ortodossi in maniera molto piu’ consistente. Se da un lato, come ha spiegato lo storico Michael Brenner su The Conversation, gli Haredim non sono mai stati in favore della creazione dello stato d’Israele perche’ credono che solo il Messia possa dar vita ad uno stato legittimo, e’ anche vero che quello stesso stato ha fornito a tutti un approdo sicuro in anni terribili: i commentari dei testi sacri ebraici lo tolleravano come il male minore – logicamente, meglio quello dei pogrom. Oltre all’aspetto sociale e istituzionale c’e’ poi quello economico: questa minoranza rappresenta ormai un peso, perche’ in cambio delle proprie preghiere ricevono molti sussidi. La missione per molti, ma non tutti, tra loro non e’ lavorare ma studiare i testi sacri, motivo per il quale il tasso di disoccupazione all’interno della comunita’ e’ quasi al 50%. Insomma, non si esagera nel dire che la loro valenza e’ al momento innanzitutto elettorale.

Ricapitolando, gli Haredim al momento si trovano davanti un’entita’ statuale che parla e opera attraverso lo stato di diritto, a loro completamente estraneo; c’e’ chi dice – ad esempio Matt Futterman sul blog del Times of Israel – che l’unica via d’uscita per trovare un accordo sia il metodo Azoulay. Ossia che la legittimita’ di un provvedimento legislativo riguardante temi rilevanti per le minoranze religiose debba trovare riscontro su di un’interpretazione condivisa e argomentata dei testi sacri. Per quanto questo possa collidere contro l’idea che abbiamo di stato, bisogna ricordare che il fattore demografico e la rappresentativita’ politica delle comunita’ cambiano molto velocemente: ed e’ sempre meglio tenerle dentro i confini della democrazia piuttosto che emarginarli o, peggio, averle contro. La cosa va messa in prospettiva: col passare degli anni il peso politico e sociale delle comunita’ religiose crescera’ anche da noi, e bisognera’ confrontarsi con loro in forme nuove. Nel frattempo, ci farebbe proprio bene riguardare questo film.

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