Letteratura

Un ospite perturbante

Un romanzo breve e straniante ambientato nella Danimarca del primo Novecento

17 Giugno 2026

L'ospite regale - Henrik Pontoppidan - copertina

 

Nella Scandinavia di fine ’800, percorsa da tensioni sociali e ansie di rinnovamento, una nuova corrente letteraria denominata “breccia moderna” assorbiva lo spirito di una cultura europea animata dagli ideali antiborghesi e anticlericali espressi da filosofi, artisti, riformatori democratici. Tra i massimi rappresentanti di questo indirizzo innovatore e dissacrante erano il danese Jacobsen, il norvegese Ibsen, lo svedese Strindberg. All’ideale di una funzione politica dell’arte che si occupasse di problematiche contemporanee (lo sfruttamento del proletariato, il ruolo subalterno della donna, l’arcaica istituzione matrimoniale, lo spaesamento e la solitudine degli individui di fronte a un mondo in veloce cambiamento) aderì anche Henrik Pontoppidan (1857-1943), premiato con il Nobel nel 1917. Ammirato da György Lukács e Thomas Mann, l’autore danese aveva conosciuto un grande successo con alcuni romanzi di notevole introspezione psicologica e raffinata ambientazione sociale. La casa editrice Iperborea propone ora una sua opera minore del 1908, L’ospite regale, che inserisce nella descrizione realistica di una famiglia piccolo borghese residente a Sønderbøl (un paesino cupo e isolato della brughiera dello Jylland) elementi riferiti a presenze stranianti, irreali, minacciose.

I coniugi Emmy e Arnold Højer (lei casalinga, lui medico) vivono con i loro tre bambini e due domestiche un tranquillo e tradizionale ménage di coppia (“L’avevano scritto in faccia, sia nei lineamenti che nei colori: stavano bene ed erano contenti”), quando una sera si presenta inaspettatamente uno sconosciuto di mezza età, massiccio ed elegante, che chiede ospitalità in attesa di essere ricevuto dal Pastore del paese, momentaneamente fuori casa. L’uomo, rifiutandosi di giustificare la propria invadenza con una doverosa presentazione, suggerisce alla coppia stupefatta di chiamarlo “Principe Carnevale”, per adeguarsi alle giornate festive ricorrenti nel gelido febbraio nordico. In poco tempo l’estraneo si impossessa dell’intera abitazione, esibendosi al pianoforte e proponendo alla coppia di trascorrere una serata diversa dalle solite, in comune e raffinata piacevolezza. Induce marito e moglie a cambiarsi d’abito, vestendo un frak e un completo in seta rosa da anni dimenticati nei rispettivi armadi. Convince la cuoca a preparare una cena prelibata con i vini migliori, e la domestica ad addobbare la tavola con fiori e candelabri. I due coniugi, dapprima imbarazzati e vergognosi, cedono presto alla curiosità, mentre lo sconosciuto assume via via un aspetto demoniaco: “I suoi occhi castani, da capro, correvano avanti e indietro tra marito e moglie, interrogativi e incalzanti… Sembrava un vecchio satiro, così sorridente con la bocca color dell’uva e i riccioli scuri, un po’ ingrigiti, intorno alla lucente calvizie, come un’autunnale corona di pampini”. Il suo intento evidente è volto a risvegliare la coppia dal torpore quotidiano rassicurante in cui per anni si era imbozzolata, ravvivando entusiasmi giovanili e un’eccitazione sensuale da tempo rimossa. Soprattutto Emmy si lascia trasportare da un sentimento di ammirazione rapita nei confronti dell’affabilità predatrice dell’ “ospite regale”, suscitando presto l’irritazione gelosa del marito. Anche quando l’armonia tra i due sposi sembra ricomposta, un tarlo continua a rodere entrambi, destinato a perpetuarsi in eterno: il sospetto maschile di un inatteso tradimento mentale, il rimpianto femminile di una trascurata e vivace leggerezza passata. Il reciproco cambiamento degli sposi non passa inosservato nel paesino di Sønderbøl, dove la sconvolgente visita dello straniero aveva fatto circolare insinuazioni maligne: “Tutti, comunque, si trovarono d’accordo sul fatto che c’era stato un deplorevole cambiamento nel giovane dottore e in sua moglie. Perfino la famiglia del prete cominciò a prendere le distanze, dopo che Emmy si era presentata a un ricevimento in canonica con le spalle scoperte e, in quella stessa occasione, aveva fatto mostra di un’allegria e di una loquacità che non si addicevano a una donna sposata”.

Del “Principe Carnevale” nessuno sembra sapere nulla, ed Henrik Pontoppidan non ne svela l’arcana origine, la destinazione finale, i motivi del misterioso agire. Rimane un’ombra impenetrabile intorno al suo personaggio, e giustamente il curatore del romanzo Fulvio Ferrari nella postfazione fa di lui il simbolo del Tentatore per eccellenza, colui che insinua nel bene l’artiglio del male, distruggendo l’idea di innocenza: “Lo sconosciuto apre una crepa nella levigata superficie della vita matrimoniale di Emmy e Arnold: dove regnava una serena rassegnazione alla staticità e alla rinuncia si insinua ora la consapevolezza che gli impulsi verso una realtà diversa sono insopprimibili, anche se destinati a non trovare adempimento… Il piccolo paradiso dell’inizio non c’è più, c’è però altro: c’è una più lucida visione della realtà e dei suoi limiti, c’è la capacità di vivere insieme senza idealizzazioni, e c’è l’accettazione di desideri e di sogni che non si potranno mai realizzare”.

 

HENRIK PONTOPPIDAN, L’OSPITE REGALE – IPERBOREA, MILANO 2026.

Traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari. Pagine 128

 

 

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