Musei
Trump accusa lo Smithsonian di fare attività attività anti-americana
Un paper di 162 pagine, rilasciato dalla Casa Bianca il 4 luglio, prende di mira le mostre dell’istituzione e le attività educative, mettendo in discussione la libertà di un’organizzazione culturale che ha sempre goduto di un’indipendenza pari a quella delle università
Nel weekend delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, la Casa Bianca ha reso pubblico un rapporto di 162 pagine, dal titolo “Saving America’s Story”, che accusa il National Museum of American History (NMAH), il principale museo storico dello Smithsonian, di aver sostituito la ricerca storica con l’attivismo politico. Il paper per molti versi sembra riportare al clima cupo del Maccartismo. Il dossier prende di mira l’attività espositiva e i programmi educativi.
Il rapporto della Casa Bianca cita puntualmente diverse esposizioni del NMAH come prova di quella che definisce una deriva ideologica. Tra queste, “Many Voices, One Nation”, che ricostruisce la storia degli Stati Uniti attraverso le molteplici culture che li compongono, e che il dossier critica per l’enfasi posta sugli espropri di terre alle popolazioni native e sulla guerra con il Messico del 1846. Viene citata anche “Upending 1620”, una mostra del 2022 che ha analizzato i rapporti tra il popolo Wampanoag e i coloni inglesi. Si sofferma inoltre su un’esposizione dedicata alla storia del sistema delle boarding school per bambini nativi americani, e su un video della curatrice Suzan Shown Harjo, studiosa di origini cheyenne e muscogee (creek), insignita della Presidential Medal of Freedom da Barack Obama, nel quale si parla dello sradicamento forzato delle popolazioni indigene dalle proprie terre.
Un capitolo a parte riguarda la sezione “Entertainment Nation”, dedicata alla cultura popolare americana e nota al grande pubblico per l’esposizione negli spazi museali di pezzi come le scarpette rosse di Dorothy del “Mago di Oz” o i droidi di “Star Wars”. Il rapporto contesta in particolare una didascalia dedicata al musical “Hamilton” che definisce il padre fondatore “influente e imperfetto”, oltre alla presenza di contenuti ritenuti sessualmente inappropriati per un pubblico giovane, tra cui immagini legate a spettacoli drag e una copertina di rivista con una fotografia giudicata troppo esplicita. Viene infine criticata la mostra “Girlhood (It’s Complicated)”, per i contenuti relativi a identità di genere ed esperienze giovanili, insieme ad altre esposizioni che trattano temi LGBTQ, inclusi atleti transgender e figure non binarie.
Oltre alle mostre, il rapporto punta il dito contro alcuni programmi didattici del museo. Viene citato il curriculum educativo “Becoming US“, criticato per il suo approccio alla storia dei popoli e delle lingue presenti in Nord America prima della fondazione degli Stati Uniti, e per aver incluso un contributo della studiosa neozelandese Puawai Cairns, di origini Māori, sostenitrice della necessità di un approccio alla museologia che abbracci esplicitamente l’attenzione ai processi di decolonizzazione. Il rapporto contesta anche la pratica, adottata dal museo, di aprire eventi ufficiali con dei land acknowledgment, ossia le dichiarazioni che riconoscono le popolazioni indigene come abitanti originari del territorio, così come l’esistenza di una Undocumented Organizing Collective Initiative, che il paper riconduce arbitrariamente allo schema di un’attività di sostegno politico verso l’immigrazione irregolare, così come l’uso nei materiali didattici di espressioni come “immigrato senza documenti” al posto di “immigrato clandestino”.
Un punto centrale del report riguarda il “Piano Interpretativo” del 2021 del museo, che indica al personale di ricondurre ogni esposizione, “qualunque sia l’argomento”, a sette “temi centrali del nostro tempo”: razza e identità, genere e sessualità, cambiamento climatico, immigrazione, disuguaglianza economica, cambiamento tecnologico, nazionalismo e globalismo. Secondo le accuse formulate dalla Casa Bianca, questo criterio si tradurrebbe in una rilettura sistematica di qualsiasi contenuto, dallo sport all’intrattenimento, dalla storia del lavoro femminile alla colonizzazione, attraverso una lente ideologica predefinita, indipendentemente dal tema trattato.
Lo Smithsonian è nato nel lontano 1846 per volontà del Congresso, dopo che lo scienziato inglese James Smithson lasciò in eredità il proprio patrimonio agli Stati Uniti per fondare a Washington un’istituzione dedicata all’accrescimento e alla diffusione della conoscenza. Oggi è un complesso che comprende 21 musei, il National Zoo e numerosi centri di ricerca, con un bilancio complessivo per l’anno fiscale 2026 di circa 1,86 miliardi di dollari: di questi, circa 959 milioni provengono da fondi federali stanziati dal Congresso, mentre la parte restante arriva da un fondo fiduciario proprio (donazioni, lasciti, attività commerciali e investimenti). Proprio questa natura ibrida di un ente definito “strumentalità fiduciaria degli Stati Uniti”, ma non collocato formalmente in nessuno dei tre poteri dello Stato, è al centro della disputa attuale. Lo Smithsonian dipende in parte dal finanziamento pubblico, ma rivendica un’indipendenza scientifica ed editoriale paragonabile a quella di un’università.
Il vertice dell’istituzione è il Board of Regents, un consiglio di 17 membri pensato fin dall’origine per riflettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Ne fanno parte, come membri di diritto, il presidente della Corte Suprema, che tradizionalmente assume il ruolo di cancelliere dell’istituzione, e il vicepresidente degli Stati Uniti. Il chief justice attuale è John Roberts; il vicepresidente, e quindi membro di diritto del board, è oggi JD Vance. A questi si aggiungono tre senatori, tre deputati e nove cittadini nominati dal board stesso e approvati dal Congresso con una risoluzione congiunta firmata dal presidente. Il segretario, cioè il direttore esecutivo dello Smithsonian (attualmente Lonnie G. Bunch III), è nominato dai Regents ma non ha diritto di voto nel board. Quest’architettura, concepita per garantire una rappresentanza trasversale e bipartisan, rende lo Smithsonian una realtà anomala: non è un ministero, non è un’agenzia esecutiva in senso stretto, ma nemmeno un ente privato del tutto autonomo dal governo federale. Ed è proprio in questa zona grigia che si gioca la partita attuale sulla possibilità dell’esecutivo di orientarne i contenuti.
Lo scontro odierno non è inedito nella storia dell’istituzione. Il caso più noto risale al 1994-95, quando il National Air and Space Museum progettò una mostra sull’Enola Gay, il bombardiere che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, pensata per raccontare in modo articolato il contesto storico e le implicazioni morali della decisione. L’iniziativa scatenò l’opposizione di associazioni di veterani come l’American Legion e l’Air Force Association, e attirò l’attenzione del Congresso, che dopo le elezioni di midterm del 1994 era passato a maggioranza repubblicana sotto la guida di Newt Gingrich, intenzionato a mandare in crisi l’amministrazione Clinton. Alcuni parlamentari minacciarono di tagliare i fondi federali all’istituzione se il copione della mostra non fosse stato modificato; 81 membri del Congresso chiesero le dimissioni del direttore del museo, Martin Harwit. Il neo-segretario dello Smithsonian, Michael Heyman, dopo un’iniziale resistenza, il 30 gennaio 1995 decise di cancellare l’esposizione originale, sostituendola con un allestimento molto più essenziale; Harwit si dimise poco dopo. All’epoca, l’Organization of American Historians condannò pubblicamente le pressioni del Congresso come un’interferenza con l’autonomia professionale dei curatori. Va rimarcato come sin dalle prime ore dopo la pubblicazione del paper, l’organizzazione ha anche in questo caso preso esplicitamente posizione, respingendo le tesi della Casa Bianca sul NMAH. Il precedente dell’Enola Gay mostra come la tensione tra racconto storico “critico” e sensibilità pubblica o politica non sia una novità, ma una linea di faglia ricorrente nella storia dello Smithsonian.
Gran parte delle critiche dell’amministrazione Usa converge sulla figura di Anthea Hartig, direttrice del NMAH dal 2019, di cui il rapporto cita ripetutamente alcune dichiarazioni pubbliche: l’idea della storia come “strumento primario di giustizia sociale”, l’auspicio di collegare “ricerca e attivismo”, e l’affermazione secondo cui occorrerebbe “problematizzare” le celebrazioni del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Hartig non ha rilasciato dichiarazioni dirette in risposta al rapporto, rimandando alla nota ufficiale dello Smithsonian, che ha ribadito il proprio impegno storico verso una ricerca “non partigiana e indipendente”, portato avanti da oltre 180 anni. Il segretario dello Smithsonian, Lonnie Bunch, aveva già in precedenza precisato che tutte le decisioni curatoriali restano di competenza esclusiva dell’istituzione.
Al netto delle singole accuse, la disputa attuale, come già accadde con l’Enola Gay trent’anni fa, sembra vertere meno sull’accuratezza fattuale delle esposizioni e più sulla domanda di fondo su chi abbia titolo per decidere quale versione della storia americana debba essere raccontata in un’istituzione finanziata anche con fondi pubblici. Da un lato la Casa Bianca, forte della leva rappresentata dal finanziamento federale e dalla presenza di propri rappresentanti nel Board of Regents, avoca a sé il ruolo di indirizzo; dall’altro lo Smithsonian e gran parte della comunità storica rivendicano l’autonomia scientifica delle scelte curatoriali, richiamandosi proprio all’architettura istituzionale bipartisan pensata dal Congresso nel 1846 per tenere il museo al riparo da ingerenze di parte.
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