Musica
Il magnifico malinteso: Teardrop dei Massive Attack
Una base trip hop, una cantante eterea e visionaria, l’annuncio di una tragedia e quel no detto a Madonna.
Tutto questo, e molto altro, è Teardrop.
Mettiamoci nei panni di Madonna per un secondo.
È la primavera del 1997.
Siamo Madonna, la regina assoluta del pop globale, e ci troviamo tra le mani un nastro mandato da Bristol.
A spedircelo è il caro Andrew Vowles, “Mushroom”, uno dei Massive Attack, amico ed estimatore dai tempi di I Want You.
Riproducendo il nastro sentiamo una base strana, minimale: un campionamento di batteria da un pezzo jazz del 1973 e sopra un clavicembalo e un pianoforte.
Tre sole note in loop.
Una roba d’una semplicità disarmante, eppure viscerale. Il battito di un cuore.
Ce ne innamoriamo.
Sentiamo che quel pezzo può diventare qualcosa di enorme.
Ci vediamo già in vetta alle classifiche e ai vertici del gradimento dei critici più intellettuali.
Ma nei Massive Attack vige la democrazia e gli altri due del gruppo votano contro: due contro uno.
La risposta che ci arriva, qui a Miami, è un no secco.
Il pezzo viene dato a Elizabeth Fraser, la cantante dei Cocteau Twins.
Ecco, immaginiamo la frustrazione di Madonna.
Vedersi soffiare un pezzo perfetto per darlo a una sacerdotessa dell’introversione, che canta in una lingua inventata e legge saggi di filosofia sull’acqua di Gaston Bachelard.
Insomma, Madonna non la prese benissimo.
E nemmeno Mushroom che, poco tempo dopo, per una somma di altre divergenze, lascerà il gruppo.
Ma torniamo a Bristol.
Siamo ancora nel 1997, è il 29 maggio.
Elizabeth entra in studio di registrazione, canta.
Ed è un attimo: la realtà irrompe, arriva la notizia che Jeff Buckley è scomparso nelle acque del Mississippi.
Elizabeth e Jeff avevano vissuto una storia breve e devastante un paio di anni prima.
Si continua la registrazione.
La canzone è immutata nei testi e nel suono, ma la voce di Elizabeth viene travolta da quello che è appena successo.
E il significato di Teardrop prende un’altra strada.
Il pubblico la considera un tributo a Jeff Buckley.
In realtà no.
Non era nata per questo.
Anche se in fondo, come racconterà Elizabeth anni dopo, quel dolore si impadronì della sua voce a tal punto da rimanere impresso nella traccia per sempre.
E noi, che siamo ancora nei panni di Madonna, comprendiamo che la musica dovrebbe trascendere da calcoli e strategie da classifica.
La musica parla anche attraverso un malinteso che lo renderà poi magnifico.
E così le parole scritte da Elizabeth Fraser, la sua voce sospesa, quell’atmosfera ipnotica e viscerale dei Massive Attack verranno associate per sempre alla morte di Jeff Buckley.
Perché li dentro milioni di persone hanno riconosciuto un dolore.
Ognuno il proprio.
E così accade che una canzone, nata da una storia, finisce per raccontarne un’altra.
E Madonna?
Va avanti, si mette a lavorare su Ray of Light, album che scalerà le classifiche l’anno successivo.
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