Storia

Il 25 aprile come «soglia»

24 Aprile 2026

A proposito del progressivo isterilimento del 25 aprile Marco Di Salvo ha scritto che c’è un vuoto della repubblica. Francesco Moriconi, afferma che il cosmo complessivo di destra in Italia vive quella data, come “una celebrazione di parte, esclusiva, che lascia fuori qualcuno”. C’è del vero, anche se ci sono precedenti nella storia di tutti i processi di libertà che non sono statio effetti di conflitto e di divisioni verticali. Qualcuno si ricorda di aver mai visto alcun discendente di Luigi XVI festeggiare o partecipare gioiosamente alla ricorrenza del 26 agosto 1789 (il giorno in cui è promulgata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino)?

Questo non toglie che ci sia un problema oggi intorno al 25 aprile. Non riguarda la consapevolezza di ciò che rimane o la spaccatura che crea. Ma riguarda ciò che consente o meno di intraprendere.

Propongo di valutare il 25 aprile come «soglia», non come «atto primo».

Il nostro tempo non è più da molti anni il «secondo dopoguerra», ma quello di una guerra «a pezzi» cui si risponde con tentativi sempre più incerti di «pace a pezzi». Un mosaico di luoghi e di vissuti lacerati e feriti che non preparano un nuovo dopoguerra. Lo ha scritto in queste settimane con chiarezza Gavriel Segre nel suo La fine della fine della storia.  Vale la pena leggerlo.

La sfida, dunque, non è riprendere un cammino, ma ripensare domani.  Forse questo 25 aprile potrebbe essere utile mettere questa urgenza al centro della riflessione pubblica sapendo che nessuno ha una ricetta, ma che forse si può provare a pensare futuro se si parte dalle inquietudini che già caratterizzavano il secondo dopoguerra. In breve non cogliendo il 25 aprile come fine di un tempo, ma come soglia che metteva questioni all’ordine del giorno per tentare di dare un volto al nuovo tempo, ancora tutto da costruire.

È la sfida che assume Orwell nell’immediato secondo dopoguerra e che credo abbia ancora da dirci molto.

Fine della guerra. 1945. George Orwell ha appena pubblicato La fattoria degli animali, il primo resoconto crudo e senza sconti sulla parabola della rivoluzione. In quella condizione sente la necessità di fissare le regole del suo agire pubblico, in un testo che ha per titolo Perché scrivo [leggibile qui, a pp. 97-106].

Tema su cui torna a insistere a proposito di che cosa si debba intendere per libertà di stampa, che non vuol dire, precisa, circolazione di molti periodici, se, contemporaneamente, non si garantisce libertà di opinione a chi scrive.

Nella nostra epoca, osserva Orwell “tutto cospira a trasformare lo scrittore in un piccolo impiegato, che lavora su temi impostogli dall’alto e che non racconta mai quella che a lui pare essere la verità”. [Cfr. George Orwell, La prevenzione della letteratura, qui, pp. 115-132. La citazione è a p. 116].

E poi prosegue:

“La menzogna organizzata, praticata dagli stati totalitari non è come talvolta si dice, un espediente temporaneo della stessa natura del segreto militare. È parte integrante del totalitarismo, qualche cosa che continuerebbe ad andare avanti anche se i campi di concentramento e i servizi segreti non si rendessero più necessari” [p. 120 e p. 125].

Un regime dove tanto la frode come la menzogna consentono al potere di mantenersi e perpetuarsi. Una sollecitazione che nel nostro tempo ha fatto propria Edward Said nel suo Dire la verità quando scrive:

“… ricordarsi sempre che l’intellettuale ha la facoltà di scegliere se rappresentare attivamente la verità oppure lasciarsi passivamente guidare da un padrone o un’autorità. Per l’intellettuale laico, questi dèi sempre falliscono”. Mettere continuamente in discussione la realtà, dire la verità al potere e significa che di fronte al bivio tra solitudine e allineamento la scelta è per la solitudine” [p. 125].

Una condizione molto radicata nel tempo presente quando la personalità di chi è in esilio non può limitarsi alla nostalgia della patria, ma a come rifondarla anche sulla scorta di un’esperienza che matura nel tempo dell’esilio e che trasforma l’esule in diasporico.

All’origine di questa condizione sta l’eredità, spesso non raccolta, che il più grande eretico senza amici in età moderna, Spinoza, ha lasciato a noi “moderni”: favorire la progressiva riduzione della passività degli uomini e non garantire né rafforzare la sovranità del monarca.

Per Spinoza, infatti, il nocciolo duro su cui costruire azione pubblica non sta preòliminarmente nel prendere il potere, ma nel far  arretrare il più possibile la paura.

Perché questo accada, scrive nel suo Trattato politico, occorre vincere la rassegnazione. Non chiedere pietà, o comprensione. In una parola, smettere di descriversi come vittime.

E’ quello che indica come il primo passo per riprendere possesso di se stessi. e che,asuo avviso, testimonia di una condizione: prendere in mano la determinazione a pensare (ma anche a volere) futuro.

Quel futuro non sarà l’effetto delle cure caritative di qualcuno, ma della propria volontà a prendersi la responsabilità di scommettere sulla storia. Con delle regole, ovviamente, in cui valga la pari dignità, la determinazione a lavorare insieme, la volontà ad agire perché si fa patto di futuro. Differentemente il percorso andrebbe velocemente verso la delega o la sottomissione al progetto dei «tecnomonarchi» come li descrive Alessandro Mulieri con una categoria pertinente.

Non vale solo per il 25 aprile. Vale per tutte le date che simbolicamente rompono una precedente condizione di illibertà. Per esempio anche il 9 novembre 1989, il giorno del crollo del Muro di Berlino. Quel giorno non ha automaticamente prodotto la libertà. Ha posto tutti i suoi protagonisti sulla soglia.

Il problema è tutto in ciò che inizia a configurarsi il giorno dopo.

Quel giorno dopo non esprime tutte le potenzialità del giorno prima, ma indica i bivi e le scelte.

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