Formazione
L’etica oltre l’algoritmo. Inchingolo: il digitale deve migliorare il welfare e l’equità sociale
Il digitale è il terreno su cui si gioca la partita dell’uguaglianza sociale, ma se non governata può trasformarsi in un fattore di esclusione. Ne abbiamo parlato con Alessandro Inchingolo, Presidente EQIA (European Qualification, Inclusion & Assessment for All.
Quando parliamo di social media, intelligenza artificiale e tecnologie in genere, non possiamo trascurare l’impatto che questi strumenti hanno sulla qualità della vita delle persone e il modo in cui il digitale – se governato in assenza di principi etici – può trasformarsi in un potente fattore di esclusione. Incidendo, così, sulla qualità delle relazioni sociali e sulle disuguaglianze.
Il rischio più imminente è che la digitalizzazione spinta diventi un acceleratore di fratture, penalizzando in particolare i giovani, gli anziani e le persone più fragili. Mentre una fetta della società sperimenta i vantaggi dell’automazione e della connettività avanzata, i gruppi vulnerabili rischiano di scivolare non solo in un nuovo analfabetismo funzionale, ma in una vera e propria marginalità civica e relazionale.
Senza un intervento strutturale e una governance etica del cambiamento, la trasformazione digitale dei servizi e l’adozione incontrollata di sistemi basati sull’IA rischiano di erigere barriere architettoniche invisibili, capaci di negare diritti fondamentali a chi non possiede i mezzi tecnici o culturali per abitare il presente. E di lasciare, inevitabilmente, gli ultimi ancora più indietro.
Abbiamo fatto queste riflessioni con Francesco Marino – Giornalista, Creator Digitale e Autore di “Turisti della realtà – Come il mondo finì per diventare un contenuto social” (TLON, 2025) – e Davide Vairani – Dirigente Pubblico e Fondatore de Il Cantiere del Welfare.
Siamo davvero diventati ‘turisti della realtà’?
Viviamo una quotidianità in cui i confini tra il mondo fisico e quello digitale si sono dissolti, lasciando spazio a un sistema in cui ogni esperienza rischia di essere ridotta a merce visiva.
A partorire questa diagnosi è Francesco Marino – giornalista, digital strategist e autore del saggio Turisti della realtà. Come il mondo finì per diventare un contenuto social (TLON). Secondo Marino, le piattaforme hanno smesso da tempo di essere semplici strumenti di comunicazione e si trasformano progressivamente in infrastrutture totalizzanti di intrattenimento. In questo scenario, tutti noi diventiamo “turisti” all’interno della nostre vite, ossia spettatori distratti che vivono i luoghi e le esperienze non per comprenderli, ma per catturarli e convertirli in formati da consumare.
La spettacolarizzazione del quotidiano e la pressione degli algoritmi riducono la realtà a una mera scenografia. In tutto questo, il saggio spinge verso una riflessione radicale: esiste ancora una realtà fuori dagli schermi? E come possiamo salvaguardare la nostra capacità di attenzione e pensiero critico?
In effetti, diversi report e studi di settore evidenziano quanto l’adozione del digitale stia modificando le nostre capacità cognitive e strutturali. Secondo i dati elaborati dal CENSIS, sotto la spinta dei feed a scorrimento verticale (TikTok, Reels, Shorts), la capacità di concentrazione sui contenuti complessi subisce una costante riduzione a favore di un consumo impulsivo e frammentato. Ci sono, poi, gli effetti della creator economy, che sta educando una fetta sempre più rilevante di giovani (+40% nelle fasce dei giovanissimi) a vedere nella produzione di contenuti una prospettiva di guadagno, trasformando ogni momento privato in una transazione economica potenziale.
Tutelare i vulnerabili: dalle fasce economicamente deboli agli anziani
Alla base di un’innovazione democratica c’è il concetto fondamentale per cui il digitale debba configurarsi come un’infrastruttura di prossimità, e non di distanziamento, soprattutto nell’intersezione tra le diverse generazioni.
Le rilevazioni ISTAT e i dati sul divario digitale offrono una fotografia chiara: sebbene la penetrazione di internet continui a crescere anche nella fascia degli over 65, l’effettiva autonomia nell’espletamento di procedure amministrative complesse – come i servizi della Pubblica Amministrazione o di sanità digitale – rimane estremamente limitata, creando un fossato tra i cittadini e i diritti digitali di cittadinanza.
Due facce della vulnerabilità: accesso e tutela
Se per la popolazione più anziana la barriera critica resta l’accesso agli strumenti, per le nuove generazioni la sfida si sposta sul versante della tutela. La sovraesposizione informativa e la precarizzazione del mercato del lavoro espongono i giovani a nuove forme di sfruttamento. Uno scenario, quello della gig economy, dove i ritmi, i compensi e le valutazioni dipendono da metriche stabilite esclusivamente dalle piattaforme.
Come evidenziato dall’analisi di Davide Vairani, fondatore del progetto Il Cantiere del Welfare, occorre ripensare il welfare e l’innovazione sociale perché il digitale non accentui le disuguaglianze anziché colmarle.
Proteggere la dignità professionale e umana
In questa prospettiva, proteggere i soggetti vulnerabili, come gli anziani tagliati fuori dai servizi digitali o i giovani intrappolati in dinamiche lavorative malsane, richiede un cambio di paradigma normativo e culturale. Una prospettiva del tutto nuova in cui i dati personali si trasformano in mezzi di discriminazione o di profilazione spietata, ma agiscono come scudi a difesa della dignità della persona e del lavoro.
Una transizione digitale veramente democratica deve far emergere i talenti e promuovere l’autonomia della persone anziché tracciare e monetizzare le fragilità.
Le riflessioni di Alessandro Inchingolo, Presidente EQIA (European Qualification, Inclusion & Assessment for All)
I dati aggregati da EQIA – referente internazionale per la certificazione delle competenze digitali e professionali delle persone – delineano una mappa della disuguaglianza digitale che si aggrava drasticamente nelle aree a basso reddito e in via di sviluppo, dove i numeri descrivono una realtà di isolamento sistematico.
Mentre nei paesi sviluppati la penetrazione della banda larga supera l’85%, nei contesti di crisi questa percentuale scende drasticamente sotto il 25%.
Il divario, però, non è solo infrastrutturale, ma anche economico: nei territori fragili 1 GB di dati può arrivare a costare oltre il 20% del reddito mensile, rendendo la connessione un bene inaccessibile per la maggioranza. A questo si aggiunge un profondo divario di genere: nelle zone colpite da instabilità, le donne hanno fino al 40% di probabilità in meno di essere connesse rispetto agli uomini.
A questo proposito, Inchingolo – formatore ed esperto di educazione digitale afferma: «per i giovani e gli adulti in stato di precarietà sociale, l’acquisizione di competenze digitali non è solo un percorso formativo, ma l’unica via per immaginare un futuro svincolato dai limiti sociali, economici e geografici».
Continua: «Per generare un reale impatto sulla comunità occorre fornire alle persone un orientamento strategico nel lungo periodo e, soprattutto, delle credenziali certificate. Vale a dire, competenze tecniche che siano validate da standard internazionali e che possano diventare un mezzo per muoversi nel mondo, soprattutto per chi vive in contesti marginalizzati».
Standardizzare le competenze per accelerare la mobilità internazionale
Il cuore della visione di Inchingolo risiede nella standardizzazione delle competenze. In un mercato del lavoro globale, ricercare e adottare un linguaggio comune per la certificazione delle abilità è il principale volano per la mobilità internazionale.
Fare riferimento a standard di competenze internazionali e protocolli digitali sicuri significa permettere alle persone di muoversi liberamente – anche oltre i confini nazionali – portando con sé il proprio “capitale professionale” senza il rischio di dequalificazione.
Ricerche del World Economic Forum suggeriscono che entro il 2030 oltre un miliardo di persone avranno bisogno di riqualificazione (reskilling). In questo contesto, il digitale come strumento di certificazione diventa un garante di equità: permette a chiunque, ovunque si trovi, di dimostrare il proprio valore in modo oggettivo e inoppugnabile.
Devi fare login per commentare
Accedi