Macroeconomia
Quando il credito decide la crescita: perché l’efficienza delle banche è una questione macroeconomica
Il credito non è solo una questione tra banca e cliente: decidere a chi concederlo significa orientare risorse, investimenti e sviluppo. Dalla crisi del 2008 alle imprese zombie, una migliore allocazione del credito è essenziale per produttività, stabilità e crescita.
Una riflessione che emerge spesso nella mia attività didattica riguarda il modo in cui viene percepito il credito bancario. Quando una banca decide se concedere un mutuo, finanziare un’impresa o sostenere un nuovo investimento, tendiamo infatti a considerare quella decisione come una questione essenzialmente privata: la banca valuta il rischio, il cliente ottiene o meno il finanziamento e il rapporto sembrerebbe esaurirsi lì.
In realtà, dietro quella singola decisione si nasconde una funzione macroeconomica fondamentale. Il sistema creditizio non stabilisce soltanto chi possa prendere a prestito del denaro, ma contribuisce continuamente a decidere dove vengono indirizzate le risorse dell’economia, quali investimenti possono essere realizzati, quali imprese possono crescere e quali progetti rimarranno invece senza finanziamento. Milioni di decisioni individuali di concessione del credito, considerate nel loro insieme, contribuiscono quindi a determinare la direzione nella quale si sviluppa un sistema economico.
Per questo migliorare la capacità del sistema bancario di valutare e allocare il credito non significa soltanto rendere più efficienti le banche o ridurre il rischio di insolvenza. Significa investire direttamente nella capacità di sviluppo di un’economia.
Il credito non è soltanto denaro prestato
Il credito, inoltre, non rappresenta semplicemente il trasferimento di risorse già esistenti da un soggetto a un altro. Nel funzionamento del sistema bancario moderno, quando una banca concede un prestito crea normalmente anche un nuovo deposito e, quindi, nuova moneta bancaria. La questione dell’efficienza del credito diventa così ancora più importante: la banca non si limita a decidere a chi trasferire risorse già disponibili, ma contribuisce alla creazione di nuova capacità di spesa e, contemporaneamente, decide a chi attribuirla.
Quando una banca finanzia un’impresa per acquistare un nuovo macchinario, sostiene la nascita di una nuova attività oppure concede un mutuo per acquistare un immobile, sta quindi compiendo una scelta che va oltre il rapporto con il singolo cliente. Sta selezionando quali soggetti e quali attività potranno disporre oggi di risorse sulla base della loro capacità attesa di produrre reddito e restituirle domani.
Questo attribuisce alla valutazione del credito una funzione particolarmente delicata. La nuova capacità di spesa dovrebbe infatti trovare una controparte nella capacità del debitore finanziato di generare reddito e valore nel futuro. La qualità della valutazione creditizia diventa quindi parte della qualità stessa del processo attraverso cui il sistema finanziario sostiene l’economia reale.
La qualità del credito conta quanto la quantità
Immaginiamo due economie nelle quali venga concessa esattamente la stessa quantità di credito. Nella prima, i finanziamenti raggiungono imprese capaci di innovare, aumentare la produttività, acquistare nuovi macchinari, assumere lavoratori e conquistare nuovi mercati. Nella seconda, la stessa quantità di credito alimenta investimenti scarsamente produttivi, mantiene artificialmente in vita attività inefficienti oppure si concentra eccessivamente in attività speculative.
La quantità di credito è la stessa, ma gli effetti macroeconomici possono essere profondamente differenti.
Un sistema creditizio efficiente non è quindi necessariamente quello che presta di più. È quello che riesce meglio a distinguere gli investimenti produttivi da quelli scarsamente sostenibili e i debitori capaci di rimborsare il finanziamento da quelli caratterizzati da rischi eccessivi.
La letteratura economica ha da tempo evidenziato il legame tra sviluppo finanziario e crescita. Ross Levine, in una delle principali rassegne sul tema, sottolinea come il sistema finanziario possa incidere sulla crescita attraverso la raccolta di informazioni, la selezione degli investimenti, la gestione del rischio e l’allocazione delle risorse. Non conta quindi semplicemente mettere a disposizione più denaro, ma riuscire a indirizzarlo verso gli impieghi capaci di utilizzarlo in maniera più produttiva.
Anche Borio, Kharroubi, Upper e Zampolli hanno mostrato come una forte espansione del credito possa addirittura accompagnarsi a una minore crescita della produttività quando determina una riallocazione di capitale e lavoro verso settori caratterizzati da una dinamica della produttività più debole, come può avvenire durante alcuni boom immobiliari.
Quando il credito è allocato male: inflazione o sviluppo
La qualità dell’allocazione del credito può incidere anche sul rapporto tra creazione monetaria e crescita reale. Quando il nuovo credito finanzia investimenti produttivi, innovazione, nuovi impianti o attività capaci di aumentare nel tempo la produzione di beni e servizi, la maggiore capacità di spesa generata dal sistema bancario può trovare una controparte nell’espansione dell’economia reale. In questo senso, una buona allocazione del credito può sostenere investimenti, produttività e sviluppo. Al contrario, quando una forte espansione del credito si concentra su attività scarsamente produttive, consumi o mercati caratterizzati da un’offerta rigida — come può accadere, ad esempio, durante alcuni boom immobiliari — l’aumento della domanda e dei prezzi può essere maggiore dell’aumento della capacità produttiva. In questi casi il credito può contribuire a pressioni inflazionistiche o all’inflazione dei prezzi degli asset, oltre ad alimentare squilibri finanziari. Non è quindi corretto sostenere che ogni credito mal allocato produca automaticamente inflazione: il punto è che la stessa creazione di nuova capacità di spesa può tradursi prevalentemente in sviluppo quando accresce la capacità produttiva, oppure alimentare prezzi e squilibri quando cresce senza un corrispondente aumento dell’offerta reale.
Il difficile compito di decidere chi merita credito
Naturalmente, stabilire oggi quale investimento produrrà valore domani è estremamente difficile. La banca deve prendere decisioni sul futuro disponendo di informazioni necessariamente incomplete. Chi chiede il finanziamento conosce normalmente il proprio progetto, le proprie capacità e i propri rischi meglio dell’intermediario che deve valutarlo.
È il problema dell’asimmetria informativa, al centro del celebre lavoro di Joseph Stiglitz e Andrew Weiss sul razionamento del credito. Proprio perché il mercato del credito è caratterizzato da informazioni imperfette, il tasso d’interesse da solo non è sufficiente a selezionare automaticamente i migliori debitori.
Le banche devono quindi analizzare redditi, bilanci, patrimonio, garanzie, storia creditizia e capacità di rimborso. A questi elementi si aggiunge spesso la conoscenza diretta del cliente. Il rapporto tra banca e impresa può essere prezioso proprio perché permette di acquisire informazioni che difficilmente possono essere sintetizzate in un indicatore quantitativo.
Anche questo sistema presenta però dei limiti. Una valutazione troppo dipendente da procedure standardizzate, garanzie patrimoniali, rapporti consolidati o controlli routinari può non riuscire a cogliere adeguatamente la qualità del singolo progetto. Un’impresa consolidata che possiede immobili da offrire in garanzia può apparire più facilmente finanziabile rispetto a una giovane impresa innovativa con pochi asset materiali, anche quando quest’ultima possiede prospettive di crescita superiori.
L’efficienza creditizia richiede quindi qualcosa di più della semplice applicazione di una procedura: richiede la capacità di comprendere il progetto che si sta finanziando e il valore che questo potrà generare.
Il 2008: quando prestare male diventa un problema globale
La crisi finanziaria del 2008 rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di quanto una cattiva valutazione del credito possa trasformarsi da problema microeconomico a problema sistemico.
Negli Stati Uniti, negli anni precedenti alla crisi, la forte espansione dei mutui subprime consentì l’accesso al credito immobiliare anche a debitori caratterizzati da una maggiore probabilità di insolvenza. Il problema non fu semplicemente l’esistenza di prestiti rischiosi. In diversi segmenti del mercato si verificò un deterioramento degli standard utilizzati nella concessione dei finanziamenti.
La stessa Federal Reserve evidenziò come alcuni sistemi di incentivi lungo la catena creditizia finissero per premiare maggiormente il volume dei prestiti originati rispetto alla loro qualità.
Lo sviluppo del modello originate-to-distribute modificò inoltre il rapporto tra chi concedeva il finanziamento e chi ne sopportava il rischio. Se una banca concede un mutuo e sa di doverlo mantenere nel proprio bilancio per decenni, ha un forte incentivo a verificare attentamente la capacità del debitore di restituirlo. Se invece quel credito può essere rapidamente trasferito ad altri operatori, almeno una parte di quell’incentivo può indebolirsi.
Quando la complessità nasconde la fragilità
È qui che la cartolarizzazione assume un ruolo centrale. I mutui venivano aggregati e trasformati in titoli negoziabili, come le mortgage-backed securities, mentre portafogli di crediti potevano essere ulteriormente ricombinati in prodotti finanziari più complessi e suddivisi in tranche caratterizzate da differenti profili di rischio.
La cartolarizzazione non è di per sé un meccanismo negativo. Permette di distribuire il rischio, ampliare le fonti di finanziamento e collegare il sistema bancario ai mercati dei capitali. Il problema emerge quando la crescente complessità degli strumenti finisce per rendere meno trasparente la qualità dei crediti che si trovano alla loro base.
Ashcraft e Schuermann, in uno studio della Federal Reserve Bank of New York sulla cartolarizzazione dei mutui subprime, individuarono numerose frizioni informative lungo questa catena. Il rischio non scompariva perché era stato trasferito: veniva suddiviso, ricombinato e distribuito tra diversi operatori, rendendo progressivamente più difficile comprendere chi fosse realmente esposto e in quale misura.
In un certo senso, la complessità dei pacchetti finanziari poteva nascondere la fragilità dei prestiti originari. Quando i prezzi immobiliari iniziarono a diminuire e le insolvenze aumentarono, quella fragilità riemerse contemporaneamente in numerosi punti del sistema.
La lezione del 2008 è quindi fondamentale: la sofisticazione finanziaria non può sostituire una corretta valutazione del credito alla sua origine. Un rischio può essere trasferito, suddiviso e diversificato, ma se alla base esiste un credito valutato male, la costruzione di strumenti più complessi non elimina automaticamente quella debolezza.
Quando gli errori delle banche raggiungono l’economia reale
Se un singolo finanziamento non viene restituito, la banca registra una perdita. Se invece migliaia o milioni di finanziamenti vengono valutati male, il deterioramento degli attivi può interessare contemporaneamente numerosi intermediari.
Le banche devono allora proteggere capitale e liquidità, diventano più prudenti e possono ridurre la concessione di nuovi finanziamenti. A quel punto il problema raggiunge anche imprese sane che non avevano alcun rapporto con i prestiti originariamente problematici. Una minore disponibilità di credito può ridurre gli investimenti, frenare le assunzioni e rallentare l’attività economica.
È questo il passaggio attraverso cui un errore nella selezione del credito diventa un problema macroeconomico. Una cattiva allocazione iniziale può deteriorare i bilanci bancari; banche più fragili possono restringere il credito e la minore disponibilità di finanziamenti può successivamente incidere su investimenti, produttività, occupazione e crescita.
Il problema delle imprese zombie
Esiste anche il problema opposto: continuare a finanziare troppo a lungo imprese che non sono più economicamente sostenibili.
Una banca fragile può essere riluttante a riconoscere una perdita e avere quindi incentivo a rifinanziare un debitore in difficoltà. È il fenomeno dello zombie lending. Schivardi, Sette e Tabellini, studiando le relazioni tra banche e imprese italiane durante la crisi europea, hanno mostrato come banche sottocapitalizzate fossero meno propense a interrompere il credito alle imprese non più vitali, pur trovando effetti aggregati relativamente contenuti nel caso analizzato.
Il punto rimane importante: allocare bene il credito significa non soltanto riuscire a finanziare i progetti validi, ma anche evitare che risorse scarse rimangano permanentemente immobilizzate in attività incapaci di generare sufficiente valore.
Il credito contribuisce a decidere l’economia di domani
La destinazione del credito produce quindi effetti che si accumulano nel tempo. Se un sistema finanziario privilegia sistematicamente determinati impieghi rispetto ad altri, imprese consolidate rispetto a nuovi operatori oppure attività facilmente collateralizzabili rispetto a progetti innovativi, milioni di decisioni apparentemente individuali finiscono per influenzare la struttura produttiva futura di un Paese.
Questo non significa trasformare le banche in pianificatori pubblici. Al contrario, uno dei punti di forza del sistema bancario è proprio la capacità di effettuare una valutazione decentralizzata di milioni di soggetti e progetti differenti. Significa però riconoscere che la qualità con cui questa funzione viene svolta produce conseguenze collettive.
Migliorare i sistemi di valutazione, utilizzare informazioni più complete, rafforzare le competenze di chi concede credito e andare oltre procedure eccessivamente standardizzate non significa soltanto ridurre il rischio per la singola banca. Significa aumentare la probabilità che le risorse raggiungano soggetti e investimenti realmente capaci di generare valore.
È questa la dimensione che spesso viene sottovalutata. Non conta soltanto quanto credito un’economia riesca a generare, ma quanto efficacemente riesca ad allocarlo. Se raggiunge investimenti produttivi, imprese innovative e soggetti capaci di trasformarlo in produzione e reddito futuro, il credito può sostenere produttività, occupazione e crescita. Se viene sistematicamente allocato male, può invece mantenere risorse in attività scarsamente produttive, alimentare squilibri e aumentare la fragilità del sistema finanziario.
Per questo investire nell’efficienza del sistema creditizio significa investire nello sviluppo. Migliorare la capacità di valutare il credito non è soltanto una questione tecnica interna alle banche: significa migliorare uno dei principali meccanismi attraverso cui un’economia seleziona i propri investimenti e costruisce la propria capacità produttiva futura.
Dietro una decisione apparentemente semplice — concedere o meno un finanziamento — si nasconde quindi una funzione molto più ampia: selezionare oggi una parte di ciò che avrà la possibilità di creare valore domani.
Riferimenti
Levine, R. (2005), Finance and Growth: Theory and Evidence, Handbook of Economic Growth.
NBER – Finance and Growth: Theory and Evidence
Stiglitz, J. E. & Weiss, A. (1981), Credit Rationing in Markets with Imperfect Information, American Economic Review, 71(3), 393–410.
American Economic Association – articolo di Stiglitz e Weiss
Borio, C., Kharroubi, E., Upper, C. & Zampolli, F. (2016), Labour Reallocation and Productivity Dynamics: Financial Causes, Real Consequences, BIS Working Papers No. 534.
BIS – Working Paper 534
Ashcraft, A. B. & Schuermann, T. (2008), Understanding the Securitization of Subprime Mortgage Credit, Federal Reserve Bank of New York Staff Report No. 318.
Federal Reserve Bank of New York – Staff Report 318
Bernanke, B. S. (2008), Addressing Weaknesses in the Global Financial Markets, Federal Reserve Board.
Federal Reserve – intervento di Bernanke
Schivardi, F., Sette, E. & Tabellini, G. (2017), Credit Misallocation During the European Financial Crisis, BIS Working Papers No. 669.
BIS – Working Paper 669
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