Turismo

Prolegomeni sugli affitti brevi a Como. Le vocazioni dei B&B

Un inquadramento storico per comprendere l’economia degli affitti brevi a Como

18 Agosto 2026

 

Prolegomeni sugli affitti brevi a Como. Le vocazioni di B&B

di Luca Michelini

 

1. Archeologia del turismo

Dopo alcune riflessioni sul turismo del lusso a Como, è venuto il momento di affrontare il tema degli affitti brevi, che stanno ridisegnando il volto della città. Tuttavia, per comprenderli davvero occorre evitare una scorciatoia: considerarli la causa unica della trasformazione urbana. Gli affitti brevi possono aggravare problemi reali, dalla pressione abitativa alla turistificazione del centro, ma si innestano su una storia più lunga: industria, deindustrializzazione, rendita immobiliare, svuotamento dei centri storici, crisi dell’edilizia pubblica, rivoluzione dei mezzi di trasporto, nascita di Internet, mutamento globale del turismo. Difendere una lettura storica degli affitti brevi non significa negarne gli effetti problematici. Significa, piuttosto, evitare che un fenomeno recente venga usato per nascondere responsabilità più antiche e più profonde.

Ho incontrato persone professionalmente qualificate che mi hanno chiesto se i maggiori gestori di B&B di Como siano anche i proprietari degli immobili. Evidentemente del fenomeno si ha una visione approssimativa. Ecco il motivo per cui partirò da molto lontano, dandone un cenno storico. Avverto lettori e lettrici che alcune considerazioni saranno in forte controtendenza rispetto alla “pubblica opinione” oggi prevalente e tendente a vedere nel turismo quasi esclusivamente le criticità, considerandolo una sorta di economia fittizia: la Como “manifatturiera” scompare, mentre sorge l’economia del nulla-turistico. Userò talvolta l’espressione B&B in senso ampio e colloquiale, per indicare l’insieme delle forme di ospitalità extralberghiera e degli affitti brevi, pur sapendo che sul piano giuridico e amministrativo si tratta di categorie diverse.

Giovane, con la persona che sarebbe diventata mia moglie, andavo in giro per l’Europa del Nord, auto prestata dai genitori, fermandomi negli uffici del turismo, di città in città: si scorreva l’elenco degli affitta-camere e si provava, dopo aver guardato dove erano ubicati e qualche foto sbiadita. Gli aerei erano inarrivabili: pertinenza del mercato del lusso e degli “uomini d’affari” (le donne ai tempi erano prevalentemente “hostess” e la parità di genere era ai primordi) e delle compagnie di bandiera, come Alitalia. Si chiamavano i genitori con una moneta chiamata, in Italia, “gettone”. In punti strategici c’erano i telefoni “pubblici”, immortalati con le celebri cabine telefoniche inglesi (rosse), protagoniste di decine di film.

Durante la mia prima vacanza ho telefonato ai miei genitori dopo quindici giorni: incredibilmente sopravvissuti. Oggi sarei stato dato per disperso e loro sarebbero morti di crepacuore. Molti luoghi, come le spiagge, erano letteralmente sconosciuti, perché i social non esistevano. Ho ricordi molto belli e naïf di quel periodo: i miei figli, trentenni, lo hanno conosciuto nei suoi ultimi anni, ma erano bambini.

Erano i tempi in cui si comperavano le cartine stradali, per vedere dove erano ubicati i campeggi: si arrivava e si chiedeva se c’era posto e il prezzo e poi si montava la tenda. Sfiniti, si accendevano i fornelli. “Zimmer”, scandiva il cartello lungo la strada, se invece si percorrevano le montagne del Trentino o del Tirolo o del Ticino. Mai entrato: ne avevo paura.

 

2. Le insidie del viaggio

Con l’avvento di internet e degli smartphone il mondo è radicalmente cambiato: come il mio modo di cercare pernottamenti in giro per l’Europa. E’ la storia di Airbnb. Non nasce semplicemente come una nuova forma di affitto breve, ma come una piattaforma digitale capace di trasformare una pratica antica, quella di ospitare un viandante in casa propria, in un mercato globale organizzato online.

Nel 2007, a San Francisco, Brian Chesky e Joe Gebbia affittano alcuni materassi gonfiabili nel loro appartamento a persone che non trovavano posto in hotel durante una conferenza. L’idea prende il nome di AirBed & Breakfast. Nel 2008 si aggiunge Nathan Blecharczyk, che dà al progetto una struttura tecnica più solida, e viene lanciato il sito web. Nel 2009 il nome viene abbreviato in Airbnb.

L’ospitalità domestica esisteva già prima, naturalmente, ma Internet consente di amplificarla su una scala prima inimmaginabile. Prima del digitale, affittare una stanza a un viaggiatore era un fatto locale, informale, basato su conoscenze personali, annunci cartacei, agenzie o reti limitate. E comportava non pochi rischi: la letteratura è ricolma di racconti su viandanti derubati e su osti ostili.

Nel Decamerone Boccaccio mette in scena un mercante in viaggio, Rinaldo d’Asti, che si accompagna a uomini che sembrano mercanti, ma sono in realtà masnadieri, cioè ladri di strada:  “Chi non ha detto il paternostro di san Giuliano spesse volte, ancora che abbia buon letto, alberga male”, sentenzia. Non si tratta solo di trovare un buon letto, ma di soggiornare in un luogo sicuro, accogliente, privo di rischi. Il “buon letto” può non bastare: si può avere un riparo materiale e tuttavia “albergare male”, cioè cadere in pericolo, inganno o disavventura. Quando uno dei falsi mercanti chiede a Rinaldo quale preghiera sia solito dire durante il cammino, Rinaldo risponde di rivolgersi a San Giuliano l’Ospitaliere, che è tradizionalmente legato all’accoglienza di viandanti e pellegrini: secondo la leggenda, dopo una colpa tragica, avrebbe espiato dedicandosi all’assistenza dei poveri, degli stranieri e dei pellegrini, fondando o gestendo luoghi di ospitalità e traghettando viandanti. Santo oggi spesso dimenticato.

Rinaldo viene derubato perché si fida dei compagni sbagliati; poi, però, trova una forma inattesa di accoglienza presso una vedova. La novella propone due varianti del viaggio: da una parte la strada come luogo dell’inganno e della rapina, dall’altra l’ospitalità come salvezza e riparazione.

Mi piace ricordare questa novella di Boccaccio, perché descrive perfettamente la mia prima “vacanza” in solitaria, dove una anziana signora, tutta di nero vestita e dalla schiena ricurva e che abitava una casetta, poverissima, in un paesello sperduto tra i monti di un’aspra e meravigliosa regione, mi salvò da un’ospitalità ambigua e insidiosa.

Con Airbnb l’albergo sicuro che si va cercando diventa visibile a utenti di tutto il mondo, prenotabile online, recensibile, comparabile e pagabile tramite piattaforma. Lo sappiamo bene, perché ciascuno di noi svolge questa attività abitualmente. Ci lamentiamo dell’overtourism nella nostra città, mentre alimentiamo quello delle altre. Alcuni comaschi non vorrebbero vedere turisti in bikini in centro a Como e si lamentano del vocio del vicinato, ma poi ciabattano nel centro di Firenze, schiamazzando fino a tardi.

Sintetizzando: Airbnb nasce con Internet e si sviluppa secondo tre precise direzioni. Anzitutto come infrastruttura tecnica: sito, app, pagamenti digitali, calendario, messaggistica. In secondo luogo come infrastruttura reputazionale: recensioni, profili, punteggi, fiducia tra sconosciuti. Infine come infrastruttura di mercato: mette in relazione host e ospiti su scala globale.

 

3. Sharing economy

Grazie ad internet Airbnb nasce dentro una “narrazione” del tutto positiva: la cosiddetta sharing economy o collaborative consumption. In questa visione, resa popolare da Rachel Botsman e Roo Rogers nel libro What’s Mine Is Yours (2010, tradotto da FrancoAngeli nel 2017 con il titolo Il consumo collaborativo. Ovvero quello che è mio è anche tuo), le piattaforme digitali avrebbero permesso di superare il vecchio modello fondato sulla proprietà esclusiva dei beni, favorendo accesso, condivisione, fiducia tra pari, sostenibilità e uso più efficiente di beni sottoutilizzati.

La rivoluzione sperata è quella costituita da un insieme di pratiche economiche basate sull’accesso temporaneo ai beni, sulla condivisione, sul prestito, sul riuso e sullo scambio facilitato dalle tecnologie digitali. L’idea centrale è che le società occidentali stiano passando da un modello fondato sulla proprietà individuale a un modello fondato sull’accesso. Non è più necessario possedere tutto ciò che si usa: un’auto, un trapano, una stanza, una casa vacanza, un ufficio, un oggetto domestico. Ciò che conta è poter accedere al bene quando serve. Questa idea viene riassunta efficacemente dalla formula: non hai bisogno del trapano, hai bisogno del buco nel muro. Un esempio per mostrare l’irrazionalità del possesso individuale di beni usati raramente.

Gli autori descrivono la collaborative consumption come una reazione al modello del consumo iper-individualistico della società dei consumi. Contro l’accumulo di beni, propongono un’economia più leggera, flessibile, sostenibile e comunitaria. Nel libro compaiono esempi come car sharing, bike sharing, coworking, scambio di oggetti, piattaforme peer-to-peer, e forme di ospitalità alternativa.

Airbnb rappresenta un caso paradigmatico: una casa o una stanza non utilizzata può essere messa a disposizione di un viaggiatore; il proprietario ottiene un reddito; il turista accede a un’esperienza più personale; il bene esistente viene usato meglio. È esattamente la promessa originaria della sharing economy: meno spreco, più accesso, più fiducia, più comunità.

Il concetto più importante enunciato nel libro, soprattutto alla luce degli sviluppi successivi, è la fiducia tra sconosciuti. La condivisione su larga scala richiede che persone estranee possano affidarsi reciprocamente: salire nell’auto di qualcuno (sono un accanito “blablacarista”, cioè utilizzo Blablacar: sfioro le 500 recensioni), dormire in casa di qualcuno, prestare un oggetto, affittare una stanza, scambiare servizi.

Internet rende possibile questa fiducia attraverso meccanismi precisi: profili personali; recensioni; valutazioni; sistemi di pagamento; fotografie; tracciabilità delle transazioni; reputazione accumulata nel tempo. La tecnologia non produce solo efficienza, produce nuove forme di fiducia. Nel caso Airbnb, il turista accetta di dormire in casa di uno sconosciuto perché la piattaforma costruisce un ambiente reputazionale che rende quella scelta meno rischiosa. Alla luce della storia possiamo dire: totalmente sicura.

All’inizio, What’s Mine Is Yours viene letto come un testo innovativo e ottimistico. La collaborative consumption viene presentata come una delle grandi idee capaci di cambiare il mondo. Negli anni Dieci, alcune tra le più influenti testate e piattaforme internazionali, come The Economist, TIME, Forbes, CNN, The New York Times e il World Economic Forum, hanno presentato la sharing economy come un modello innovativo capace di ridurre sprechi, valorizzare beni inutilizzati, abbassare i costi per i consumatori e favorire forme più flessibili e collaborative di consumo. Naturalmente, la sharing economy ha trovato cultori anche in Italia.

 

4. La tutela del paesaggio

Applicato ad Airbnb, il paradigma della collaborative consumption assume un significato particolarmente rilevante e tuttora valido. Oggi prevalgono letture critiche del fenomeno, molto spesso utilizzato come capro espiatorio di problematiche sociali che hanno tutt’altra origine.

L’idea originaria è che le piattaforme digitali possano favorire un uso più efficiente di beni già esistenti, sostituendo almeno in parte la logica dell’acquisto e della costruzione continua con quella dell’accesso temporaneo, della condivisione e del riuso. In questa prospettiva, Airbnb non nasce soltanto come un nuovo intermediario turistico, ma come la possibilità di utilizzare meglio stanze, appartamenti e case già disponibili, evitando almeno in linea teorica la necessità di costruire nuovi hotel o nuove strutture ricettive. La piattaforma si colloca così dentro quella trasformazione culturale che Botsman e Rogers descrivono come passaggio dal possesso all’accesso, dalla proprietà esclusiva all’uso condiviso di risorse sottoutilizzate.

Questo aspetto conserva una sua vitalità. Airbnb può rappresentare una forma di turismo meno, se non per nulla legata alla speculazione edilizia alberghiera: non implica costruire nuovi volumi, consumare nuovo suolo, moltiplicare grandi strutture standardizzate, deturpare il paesaggio, che è uno dei beni artistici più importanti del nostro paese; implica, al contrario, ospitare dentro abitazioni già presenti nel tessuto urbano o territoriale. Spesso, soprattutto oggi, portandole a nuova vita, ristrutturandole, consentendo di ridare vita economica a magioni, tanto di lusso quanto “popolari”, che per motivi economici e sociali non erano più socialmente ed economicamente sostenibili.

L’Italia ha conosciuto, soprattutto nel secondo dopoguerra, uno sviluppo urbanistico rapido, disordinato e spesso violentemente aggressivo, anche considerando il legame con le attività criminali a cui erano legate. Il boom economico ha portato con sé un fatto nuovo e in sé positivo: l’accesso di milioni di lavoratori e di lavoratrici al tempo libero, al riposo, alla vacanza, a quell’“ozio” che per secoli era stato privilegio di pochi, cioè di quelle classi che Veblen descrive come dedicate al consumo vistoso e al non lavoro ostentato. Il turismo di massa ha avuto dunque un significato democratico: ha allargato il diritto alla mobilità, alla villeggiatura, al mare, alla montagna, al viaggio. E viaggiare significa imparare, perché scoprendo le differenze si riconosce la propria identità. Ma questo processo ha avuto anche un costo economico, sociale e paesaggistico altissimo.

Il paesaggio italiano non è mai stato soltanto “natura”. È il risultato di una stratificazione secolare di lavoro, agricoltura, arte, bonifiche, architetture, borghi, poderi, strade, muretti, canali, porti, pinete, vigne e uliveti. Lo storico Emilio Sereni ha dato conto di questo intreccio in un capolavoro che ha aperto la strada ad una vera e propria scuola di pensiero mondiale: Storia del paesaggio agrario italiano, che conservo in copia originale nella mia biblioteca. Il paesaggio è un’opera collettiva, lenta, prodotta da generazioni. Inviterei i lombardi a leggersi anche Carlo Cattaneo, quando descrive la pianura padana come accumulazione secolare di lavoro collettivo: oggi sempre più aggredita da un’urbanizzazione scriteriata. Per questo la distruzione del paesaggio non è soltanto perdita estetica: è perdita storica, civile, antropologica. Oggi, anche economica. Antonio Cederna parlava, a questo proposito, di “malgoverno del territorio”, “disfacimento delle città”, “abrogazione del paesaggio” e “privatizzazione sistematica del suolo nazionale in nome della rendita parassitaria”.

La letteratura italiana del Novecento ha visto con lucidità questo passaggio. In Italo Calvino, La speculazione edilizia racconta proprio l’Italia degli anni Cinquanta, quando la riviera ligure viene travolta dall’ondata di costruzioni per la nuova borghesia urbana in cerca dell’“appartamento al mare”. Calvino rappresenta il mutamento del paesaggio ligure sotto la pressione del cemento e della rendita immobiliare, mostrando come il boom economico porti con sé anche una “bassa marea morale”.

Pier Paolo Pasolini aveva intuito con straordinaria forza la distinzione tra sviluppo e progresso. Lo “sviluppo”, nel suo lessico, non coincide necessariamente con il miglioramento della vita collettiva; può essere, al contrario, crescita quantitativa, consumo, cemento, omologazione, distruzione dei luoghi e dei modi di vita. Nelle sue pagine il profilo di una nota cittadina laziale del litorale è deturpato dalla speculazione edilizia e collega quel degrado allo “sviluppo senza progresso”; in quelle immagini e parole emerge la percezione di un’Italia che si stava rapidamente distruggendo sotto gli occhi e per opera dei suoi stessi abitanti.

Per Como, o meglio, per la Brianza, bisognerebbe rileggersi alcune pagine di Carlo Emilio Gadda e provare a farsi paracadutare, oggi, in un qualsiasi punto del territorio e tentare di uscirne, a piedi, indenni e vivi. La Folgore dovrebbe spostare le proprie esercitazioni da queste parti e lasciare in pace la quieta Garfagnana.

La critica agli affitti brevi, pur necessaria quando essi producono pressione abitativa, come vedremo approfondendo l’analisi, non può essere isolata dalla sua storia. In molte città e località turistiche italiane il danno sociale – il caro-affitti, la perdita di identità – non nasce con Airbnb. Molto prima delle piattaforme digitali, intere coste sono state cementificate; pinete e dune sono state sacrificate ad alberghi, seconde case, villaggi turistici e residence; edifici sono stati costruiti troppo vicini al mare, mentre l’erosione costiera avanzava; luoghi di straordinaria bellezza sono stati trasformati in insediamenti turistici privi di adeguata pianificazione, servizi, depurazione e qualità urbana. Mari cristallini pieni di vita, sono diventati opachi deserti di rocce e sabbia.

Guardare con occhio indagatore anche la città di Como potrebbe essere molto utile: un tempo l’industria era dentro le mura cittadine, come ricordano le pagine dello storico Bruno Caizzi. Poi le fabbriche hanno letteralmente circondato la città, usando il fiume che la lambisce, il Cosia. Ancora ricordo il suono della sirena, alle sei di sera, della fabbrica Ticosa e il fiume Cosia che si colorava di mille colori, a causa delle tintorie che vi scaricavano ogni sorta di scarto. In via Carloni, dove abitavano gli operai delle tintorie, le fogne erano a cielo aperto. Ancora oggi si parla di bonificare l’area dell’ex-Ticosa, un fabbricone in cemento armato abbattuto qualche anno fa ed oggi ridotta ad un deserto e per alcuni votata a diventar parcheggio. Cioè ancora asfalto e cemento, per autovetture che l’Italia non produce più e che nelle città hanno perso utilità.

Il centro storico si è svuotato di abitanti ben prima degli affitti brevi: i ceti popolari che vi abitavano, vivevano in stamberghe, con i servizi in comune. Solo i negozi “rendevano” e potevano essere oggetto di investimento. Certo: si è fatto il depuratore: in quella parte della città che allora si considerava “periferia”, perché disseminata di tessiture, e che oggi è vicinissima a monumenti irripetibili come Sant’Abbondio e letteralmente a pochi passi dal centro storico. Il Cosia è stato “interrato”, per far posto ad una tangenziale: e corrode, lentamente. La sua foce è considerata balneabile dai turisti, che però vi rischiano la vita non conoscendo la profondità e le insidie del Lago. Alcuni hanno proposto di eliminare la spiaggia: come già fatto di fronte a Villa Geno, dove hanno fatto il parcheggio per i battelli. Ancora meglio sarebbe prosciugare il lago: ma ci sta pensando il cambiamento climatico.

E che cosa si faceva appunto dei centri storici? Li si abbatteva, come nel caso della “cortesella” di Como, sostituita dalla Banca d’Italia e da presuntuosi palazzi in stile fascista che ospitano ottima borghesia (notai, architetti, industriali, commercialisti, banche), mentre i ceti popolari sono stati trasferiti nelle “periferie”, che ancor oggi arrancano. La Como operaia, cooperativa e socialista ha conosciuto le “case popolari” della Edificatrice e poi? Esistono forse quartieri “popolari” in grado di attirare visitatori da tutto il mondo, come l’Unité d’Habitation, conosciuta come Cité Radieuse, di Le Corbusier, a Marsiglia? Nel quartiere dell’edificatrice c’è l’asilo in cui andavo, costruito dall’architetto Giuseppe Terragni, di fama mondiale: è in stato d’abbandono. Del fascismo, i nipotini di Mussolini si ricordano solo le parti peggiori.

Lascia basiti leggere analisi che attribuiscono agli affitti brevi la responsabilità quasi esclusiva della crisi abitativa o della trasformazione turistica dei luoghi. Certo, Airbnb e le altre piattaforme possono aggravare la tensione sugli affitti, sottrarre case alla residenza stabile e accelerare processi di turistificazione e “gentrificazione”, come si dice oggi, alludendo all’espulsione dei ceti “popolari” verso luoghi anonimi e privi d’interesse anche turistico. Ma gli affitti alti non dipendono da Airbnb. Dipendono dalla stagnazione dei salari, dall’impoverimento del lavoro, dalla rendita immobiliare che nasce perché si crea la periferia, dalla scarsità di edilizia pubblica, dalla debolezza della pianificazione urbana e da decenni di politiche che hanno trattato il territorio come merce individuale.

 

5. La tutela della identità e della autenticità

Vi è poi un secondo aspetto positivo: la promessa di autenticità. Airbnb si è affermato proponendo un’alternativa al turismo standardizzato dell’albergo. L’albergo è percepito come uno spazio separato dalla vita ordinaria degli abitanti: professionale, regolato, anonimo, simile a sé stesso in molte città del mondo. La casa Airbnb, invece, promette un’esperienza diversa: entrare in un quartiere, abitare temporaneamente uno spazio domestico, fare la spesa nei negozi locali, usare una cucina, muoversi tra portone, mercato, vicini, bar e strade quotidiane, incontrare il vicinato. È la promessa implicita del “vivere come un locale”. La letteratura su Airbnb ha riconosciuto che una delle sue principali attrattive è proprio l’offerta di esperienze locali percepite come più autentiche, insieme a costi inferiori e servizi domestici.

Questa promessa si collega a un tema classico della sociologia del turismo, che abbiamo incontrato in un mio precedente articolo: la ricerca dell’autenticità. Dean MacCannell, nel celebre saggio sulla staged authenticity (“Staged Authenticity: Arrangements of Social Space in Tourist Settings”, del 1973), sostiene che il turista moderno tenta spesso di oltrepassare la facciata pubblica dei luoghi per accedere ai loro “retroscena”, cioè agli spazi percepiti come più veri, intimi e non costruiti per il turismo. Airbnb sembra rispondere esattamente a questa aspirazione: non limitarsi a visitare una città, ma abitarla per qualche giorno; non consumare soltanto monumenti e servizi, ma entrare in una forma di quotidianità locale.

In questo senso, Airbnb non vende soltanto un letto o un pernottamento. Vende un’esperienza domestica. Una casa con cucina, soggiorno, libri, oggetti, balcone o cortile, produce l’impressione e quasi la realtà di un rapporto più diretto con il luogo. Anche quando l’host non è presente, lo spazio conserva tracce di domesticità e alimenta l’idea di un turismo meno artificiale. La ricerca di Paulauskaite, Powell, Coca-Stefaniak e Morrison su “Living like a local” (International Journal of Tourism Research, 2017) insiste proprio su questo punto: l’autenticità percepita nell’esperienza Airbnb dipende dall’atmosfera domestica, dal rapporto con l’host e dall’inserimento nella cultura locale ordinaria. Mi spingo oltre: l’host potrebbe quasi rappresentare la “guida” che introduce l’antropologo nel mondo che vuole non solo visitare, ma conoscere.

Più gli affitti brevi diventano locomotiva dell’economia cittadina, più questa autenticità si perde, naturalmente: le case vengono ristrutturate come alberghi e non hanno traccia della vita dell’host, che non vi ha mai abitato e che è diventato un “dipendente” di una struttura aziendale a cui il turista richiede informazioni sui musei, sui trasporti, sui ristoranti. Ebbene, si trattasse anche solo di una bolla speculativa destinata a “esplodere”, rovinando tanti capitali investiti in cerca di guadagno, socialmente sarebbe un vantaggio: il centro storico è stato salvaguardato e restaurato e il suo destino sarà pronto ad un uso ben più accogliente, ed economicamente accessibile, di quando era “popolare”.

 

6. La tutela del reddito

Un terzo elemento positivo, economico e sociale, di Airbnb: può consentire prezzi più bassi rispetto all’albergo, soprattutto per famiglie, gruppi numerosi o soggiorni medio-lunghi. Una famiglia o un gruppo di amici che prenota un appartamento può dividere i costi, cucinare, fare la spesa nei negozi locali, evitare ristoranti per ogni pasto e organizzare tempi più autonomi. Questo tipo di ospitalità può quindi rendere accessibili alcune destinazioni a persone che non potrebbero permettersi più camere d’albergo. Alcuni ricercatori hanno addirittura parlato, a ragione, a questo proposito di “innovazione dirompente” (D. Guttentag, “Airbnb: disruptive innovation and the rise of an informal tourism accommodation sector”, Current Issues in Tourism, 2015).

D’altra parte, Airbnb può generare reddito per gli host. Non tutti gli host sono grandi rentier o operatori professionali, che sono comunque imprese, da studiare. Di più: gli operatori professionali non possiedono gli appartamenti, ma a loro volta li affittano. Possono tentare di diventare grandi proprietari, naturalmente e vedremo in che misura si cimentano con l’impresa. Ma in molti casi, e le percentuali andrebbe studiate, i proprietari di una seconda casa o addirittura della propria unica casa, suddivisa opportunamente, usano la piattaforma per integrare il reddito, pagare il mutuo, affrontare difficoltà lavorative o valorizzare una stanza effettivamente inutilizzata. George Maier e Kate R. Gilchrist in “Women who host: An intersectional critique of rentier capitalism on AirBnB” (pubblicato nel 2022 su Gender, Work & Organization) mostrano, attraverso interviste a donne londinesi che affittano spazi condivisi, che alcune di loro ricorrono alla piattaforma dopo esperienze di esclusione dal mercato del lavoro legate a genere, età o disabilità; altre usano Airbnb per sostenere i propri costi abitativi, fino al caso della sublocazione del proprio letto per pagare l’affitto.

Ho assistito ad un seminario organizzato sul fenomeno comasco degli affitti brevi: mi ha colpito il disprezzo e lo scherno di alcuni relatori, che poco sapevano se non qualche statistica, e di alcuni, politicamente autorevoli spettatori, verso i giovani impegnati in questo tipo di lavoro. Eppure, nella nostra “comunità” nazionale, sembra del tutto normale che vi siano lavori e lavoratori dedicati a come pagare le tasse o addirittura a come pagarle il meno possibile o addirittura ad evaderle. E sono lavori e lavoratori ben pagati e di status notevole.

E’ normale che alcune professioni, che ormai hanno solo il diritto corporativo e legislativo “di firma”, guadagnino cifre iperboliche, mentre “l’host” e la filiera del turismo sono oggetto di disprezzo? Il capitalismo è fatto così: i ceti che ne godono momentaneamente i frutti pensano di essere “utili” e “produttivi”, fino al giorno in cui il capitalismo non rivoluziona da cima a fondo tanto l’offerta che la domanda. A quel punto tutto è messo in discussione e le forze “libere” del capitalismo, che dello Stato hanno sempre dichiarato di aver timore, ne chiedono il deciso intervento: per “regolare” il mercato, si afferma, per impedire perdita di “identità” e via via discorrendo, di narrazione in narrazione. In realtà, molto spesso, chiedono l’intervento dello Stato (leggi di varia natura) per proteggere proprio dal mercato le posizioni acquisite. Talvolta per merito proprio. Spesso per merito o demerito altrui.

La prossima puntata sarà dedicato al capitalismo delle piattaforme e alle enormi rendite che genera.

 

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.