Geopolitica
L’insulto come scudo psicologico per non affrontare la propria realtà di “ricercato”
La sfida aperta di Netanyahu al Diritto Internazionale e alla giustizia globale.
Tutti, o quasi, sanno che la linea politica e retorica di Benjamin Netanyahu sovrappone una forte matrice ideologico-religiosa alla complessa storia millenaria e all’identità di Israele, ma si continua a scriverne poco o niente. Eppure, la preoccupazione di una deriva verso il fanatismo politico-religioso da parte di Israele è quasi un sentimento comune ed evidenzia da tempo diversi elementi e risvolti incresciosi: per mantenere la maggioranza di governo, Netanyahu si è alleato con la destra ultraortodossa e nazionalista, formando coalizioni con partiti dell’estrema destra messianica e religiosa. Questo ha spostato l’asse politico del Paese, dando enorme peso a visioni radicali sulla colonizzazione della Cisgiordania e sulla gestione del conflitto, basate su imperativi divini piuttosto che su trattati internazionali o sul diritto umanitario. La strumentalizzazione dei testi sacri e l’uso frequente di metafore bibliche in contesti bellici e diplomatici è un chiaro tentativo di trasformare un conflitto geopolitico e territoriale in una sorta di crociata ideologica, allontanando le prospettive di una soluzione pragmatica. La fusione tra ultra-nazionalismo e fondamentalismo religioso ha snaturato, dunque, i valori democratici fondanti del paese israeliano, isolandolo moralmente dal resto del mondo. Si aggiunga che la destra religiosa e politica valuta la rinuncia ai territori storici citati nella Bibbia come una negazione della stessa identità ebraica e della sicurezza dello Stato, interpretando la fermezza del governo non come estremismo, ma come un dovere patriottico e morale.
Netanyahu che parla in una sala che si è fortemente svuotata, nell’assemblea dell’ONU, per difendere le posizioni geopolitiche di Israele fa riferimento esplicito, manco a dirlo, al Vecchio Testamento, affermando che la presenza ebraica nel Golan (formalmente territorio siriano) risale «fin dai tempi di Mosè ed è scritto nella Bibbia». Così, un ricercato su cui pende un mandato di arresto da parte della Corte Penale Internazionale reagisce con inaudita arroganza davanti alle sedie rimaste vuote nell’aula di New York, apostrofando i diplomatici usciti come «codardi morali». Un insulto che è una sfida aperta al diritto internazionale e alla giustizia globale. I toni duri utilizzati da Netanyahu verso le istituzioni sovranazionali e i paesi critici assurgono a una forma di pressione inaccettabile, essendo un tentativo di delegittimare organismi preposti alla tutela dei diritti umani. L’abbandono dell’aula da parte di numerose delegazioni è stato, invece, un gesto politico e simbolico, scelto da molti governi, ma non il nostro, per manifestare il forte dissenso e rifiuto di legittimarne il discorso di chi viene reputato un criminale di guerra, che prima o poi verrà interrogato, ascoltato e giudicato dai giudici del tribunale dell’Aja.
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