America
Senato USA. Le primarie sono finite. Ora comincia la vera partita
Il Delaware ha chiuso lo scorso 15 settembre la lunga stagione delle primarie. Tutti i candidati ai 35 seggi senatoriali in rinnovo sono in campo. E comincia a delinearsi il quadro che uscirà a novembre. Una nuova previsione con almeno 9 sfide al momento ancora tutte da giocare
È finita.
Il 15 settembre, con le primarie del Delaware, si è chiusa la lunghissima stagione attraverso la quale Democratici e Repubblicani hanno scelto i candidati che il 3 novembre si contenderanno i 35 seggi del Senato in palio.
E si è chiusa senza sorprese.
Il Delaware: verso un nuovo mandato per Sen. Chris Coons
Nel piccolo Delaware il senatore democratico uscente Sen. Chris Coons (2010) ha travolto i tre sfidanti interni raccogliendo il 78 per cento dei voti. Altrettanto netto il risultato repubblicano: Michael “Dr. Mike” Katz ha ottenuto oltre il 77 per cento contro John Shulli.
Saranno dunque Sen. Coons e Katz a sfidarsi il 3 novembre.
Difficile immaginare che proprio dal Delaware possa arrivare una delle sorprese della notte elettorale. I Repubblicani non conquistano un seggio del Senato dello Stato dal 1994 e Coons, 63 anni, rappresenta quasi perfettamente il tipo di Democratico che il Delaware ha premiato negli ultimi decenni.
È senatore dal 2010, quando vinse l’elezione speciale per completare il mandato originariamente conquistato da Joe Biden prima di diventare vicepresidente. È stato poi rieletto nel 2014 e nel 2020.
La sua è una figura interessante anche oltre il Delaware. Appartiene all’ala istituzionale e internazionalista dei DEM e ha costruito nei 16 anni trascorsi in Senato un profilo bipartisan, soprattutto sulla politica estera e sulla sicurezza nazionale.
Katz, medico ed ex senatore statale, prova invece a presentarsi come un Repubblicano pragmatico, capace di attrarre indipendenti e Democratici moderati. Aveva già corso per il Senato nel 2024 come indipendente, ottenendo però appena il 4 per cento. La larghissima vittoria nelle primarie gli consegna questa volta l’intero elettorato repubblicano, ma non modifica la natura della sfida.
Il Delaware può dunque essere collocato senza particolari esitazioni nella colonna democratica.
E possiamo finalmente mettere da parte le primarie e guardare la mappa nazionale.
La mappa del Senato che uscirà dalle elezioni di novembre
Avevo fornito un primo quadro dei possibili esiti a maggio. Lo avevo aggiornato ad agosto.
Il punto di partenza era allora GOP 49 – DEM 45, con sei competizioni dall’esito completamente aperto: Alaska, Maine, North Carolina e Ohio, seggi repubblicani, e Georgia e Michigan, democratici.
Due erano state le modifiche che avevo deciso di apportare ad agosto, entrambe favorevoli ai Democratici.
La prima riguardava il North Carolina. Il ritiro del repubblicano Sen. Thom Tillis e la candidatura dell’ex governatore Roy Cooper mi avevano convinto a prevedere il primo flip di questa tornata elettorale.
La seconda era il Texas. Non più un seggio da assegnare ai Repubblicani, ma una competizione da lasciare aperta dopo la vittoria di Ken Paxton nelle primarie GOP e la crescente competitività della candidatura democratica di James Talarico.
La previsione di agosto diventava così GOP 48 – DEM 46, con sei Stati ancora senza assegnazione.
Sono passate poche settimane. Ma in una campagna elettorale poche settimane possono essere moltissime.
È quindi il momento di aggiornare ancora la mappa.
Il Senato che arriva alle elezioni è composto da 53 Repubblicani e 47 appartenenti al caucus democratico, comprendendo fra questi ultimi anche i due indipendenti Sen. Bernie Sanders e Sen. Angus King.
Sessantacinque senatori non devono neppure presentarsi agli elettori. Sono i membri delle Class I e III: 31 Repubblicani e 34 appartenenti al caucus democratico.
È da qui che dobbiamo partire.
Il 3 novembre si voterà per 35 seggi: i 33 della Class II, ai quali si aggiungono le elezioni speciali in Florida e Ohio.
15 Senatori uscenti già sicuri di tornare a Washington
35 seggi in palio non significano naturalmente 35 elezioni competitive.
Almeno per 15 senatori uscenti la rielezione non presenta elementi tali da far pensare a una vera competizione. Nessun trasloco in vista per loro, dunque.
7 sono Repubblicani: Sen. Tom Cotton (2014) in Arkansas, Sen. Jim Risch (2008) in Idaho, Sen. Cindy Hyde-Smith (2018) in Mississippi, Sen. Pete Ricketts (2023) in Nebraska, Sen. Mike Rounds (2014) in South Dakota, Sen. Bill Hagerty (2020) in Tennessee e Sen Shelley Moore Capito (2024) in West Virginia.
8 sono Democratici: Sen. John Hickenlooper (2020) in Colorado, Sen. Chris Coons (2020) in Delaware, Sen. Ed Markey (2013) in Massachusetts, Sen. Cory Booker (2013) in New Jersey, Sen. Ben Ray Luján (2020) in New Mexico, Sen. Jeff Merkley (2008) in Oregon, Sen. Jack Reed (1996) in Rhode Island e Sen. Mark Warner (2008) in Virginia.
Sono quindici corse che abbiamo seguito nel corso di questi mesi – i link riportano al pezzo dedicato allo Stato e all’incombente destinato alla vittoria – e sulle quali possiamo smettere di concentrare l’attenzione.
Ci sono poi sei seggi nei quali cambierà il nome del senatore ma nei quali non prevedo un cambiamento di partito.
Sono tutti repubblicani.
Tecnicamente uno dei sei è già Senatore: Sen Darline Graham Nardone (South Carolina) è stata infatti nominata ad interim alla morte del fratello Sen Lindsey Graham lo scorso luglio, ma nei fatti anche lei va considerata un “volto nuovo”. Gli altri 5 candidati che possono già considerare sicuro l’ingresso in Senato sono: in Alabama Barry Moore, in Kentucky Andy Barr, in Louisiana Julia Letlow, in Oklahoma Kevin Hern e in Wyoming Harriet Hageman.
Anche di loro abbiamo raccontato primarie, profili e campagne. Se la previsione sarà confermata saranno sei nuovi senatori, ma non cambieranno di un solo seggio l’equilibrio fra i due partiti.
Arriviamo così a 44 Repubblicani e 42 Democratici.
E qui la situazione comincia a diventare più interessante.
5 Stati dall’esito non scontato ma abbastanza probabile
Rimangono infatti alcune competizioni che non considero sicure nello stesso senso delle precedenti, ma nelle quali ritengo esista ormai una direzione sufficientemente chiara per formulare una previsione.
La più importante è il North Carolina.
Il seggio lasciato libero dal repubblicano Sen. Thom Tillis vede contrapposti Michael Whatley, già presidente del Republican National Committee, e Roy Cooper, ex governatore democratico.
Confermo la previsione formulata in agosto: North Carolina ai Democratici.
Sarebbe il primo flip di questa tornata elettorale. Non significa considerare conclusa la corsa, ma ritenere che, dovendo oggi assegnare quel seggio, Cooper abbia costruito un vantaggio sufficientemente solido.
Nella stessa fascia dei seggi che considero probabili colloco anche Florida (Sen. Ashley Moody, GOP, nominata nel 2025 vincerà la special election) Georgia (con la conferma per un secondo mandato di Sen. Jon Ossoff) Illinois (che vedrà l’elezione di Juliana Stratton (DEM) nel seggio lasciato dopo 30 anni open da Sen Dick Durbin) e Montana con Kurt Alme (GOP)
La scelta più significativa riguarda forse la Georgia. Sen. Jon Ossoff rimane uno dei senatori democratici che i Repubblicani avrebbero maggiore interesse a sconfiggere, ma l’andamento delle ultime settimane mi porta oggi a non inserirlo più fra le competizioni completamente aperte.
Il dato politico è dunque importante: prima ancora di affrontare i veri battleground, la nostra previsione registra un primo spostamento netto di un seggio dai Repubblicani ai Democratici, quello del North Carolina.
Previsioni che ci consegnano una mappa del Senato con 46 seggi GOP e 45 seggi DEM)
I 9 Stati in cui si deciderà il controllo del Senato.
Eppure, paradossalmente, la mappa delle elezioni davvero competitive non si è ristretta.
Si è allargata.
Ed è probabilmente questa la novità più interessante rispetto alle previsioni di maggio e agosto.
Il caso più sorprendente è il Kansas.
Sen. Roger Marshall (2020) è un senatore repubblicano in carica in uno Stato nel quale un Democratico non viene eletto al Senato dal 1932. Eppure, il candidato DEM Adam Hamilton è riuscito a trasformare quella che avrebbe dovuto essere una rielezione relativamente tranquilla in una competizione che non possiamo più considerare chiusa.
Poi c’è l’Iowa.
Anche qui un seggio che pochi mesi fa sembrava destinato a rimanere tranquillamente repubblicano è diventato una vera competizione. Ashley Hinson rimane una candidata forte, ma Josh Turek ha saputo costruire una campagna capace di parlare anche a quell’elettorato rurale e indipendente senza il quale un Democratico difficilmente può pensare di vincere nello Stato.
E c’è il Minnesota.
La candidatura repubblicana di Michele Tafoya ha reso più incerta una corsa che inizialmente non avevo inserito tra quelle da seguire fino alla fine. Peggy Flanagan rimane una candidata forte in uno Stato che continua ad avere una chiara tradizione democratica, ma non abbastanza da poter già mettere il seggio nella sua colonna.
Contemporaneamente rimangono aperte le grandi competizioni che conoscevamo già: Alaska, Maine e Ohio fra i seggi oggi repubblicani; Michigan e New Hampshire fra quelli democratici; e naturalmente il Texas, diventato una delle corse simbolo di questa campagna.
È dunque cambiato qualcosa di più profondo della previsione su questo o quello Stato.
È cambiata la geografia della battaglia per il Senato.
Alla fine del nostro percorso rimangono nove Stati che oggi non assegno né ai Repubblicani né ai Democratici:
Alaska, Kansas, Iowa, Maine, Ohio, Michigan, Minnesota, New Hampshire e Texas.
Nove Stati profondamente diversi.
Ci sono territori tradizionalmente repubblicani – Kansas, Iowa e Texas – nei quali i Democratici sono riusciti a trasformare una corsa apparentemente proibitiva in una competizione reale.
Ci sono Alaska, Maine e Ohio, tre seggi repubblicani nei quali la personalità e il radicamento dei candidati possono contare almeno quanto l’appartenenza politica: Mary Peltola contro Sen. Dan Sullivan, Troy Jackson contro Sen. Susan Collins, il ritorno di Sherrod Brown contro Sen. Jon Husted.
E ci sono tre seggi democratici – Michigan, Minnesota e New Hampshire – nei quali sono invece i Repubblicani a provare a giocare in attacco.
I quattro temi cruciali da cui dipenderà il risultato finale
Ma soprattutto ci sono alcuni grandi temi che attraversano, in forme diverse, tutte queste competizioni.
Il primo è inevitabilmente Donald Trump.
Non semplicemente come referendum sulla sua presidenza. La questione più interessante è capire quanto i candidati repubblicani abbiano bisogno di Trump per mobilitare la propria base e quanto, contemporaneamente, debbano costruirsi uno spazio autonomo per conquistare moderati e indipendenti.
Il secondo è l’economia.
Costo della vita, prezzi dell’energia, sanità, agricoltura, dazi. Temi molto concreti stanno progressivamente prendendo il posto delle grandi battaglie identitarie che avevano dominato la stagione delle primarie. E negli Stati del Midwest potrebbero diventare decisivi.
Il terzo è la guerra. La politica estera, che raramente decide un’elezione per il Senato, questa volta entra nelle campagne anche attraverso le sue conseguenze interne: prezzo dell’energia, inflazione, spesa pubblica e rapporto fra l’America e il resto del mondo.
Poi c’è la qualità dei candidati.
Il 2026 sta dimostrando ancora una volta che nelle elezioni per il Senato il colore politico dello Stato conta moltissimo, ma non spiega tutto. Sen. Susan Collins nel Maine, Mary Peltola in Alaska, Sherrod Brown in Ohio, James Talarico in Texas, Adam Hamilton in Kansas, Josh Turek in Iowa, Michele Tafoya in Minnesota: biografie, reputazioni, radicamento e capacità di parlare oltre il proprio elettorato possono allargare o restringere enormemente il campo di gioco.
C’è però un altro elemento che accomuna molte delle nove sfide e che forse racconta qualcosa di più generale sulla politica americana: il rapporto non sempre lineare fra i candidati competitivi e il mainstream nazionale dei rispettivi partiti.
Sul fronte democratico le situazioni sono molto diverse. Abdul El-Sayed in Michigan rappresenta una sfida esplicita al centro tradizionale del partito e porta nella general election una piattaforma molto più nettamente progressista di quella con cui Sen. Elissa Slotkin aveva conquistato lo stesso Stato due anni fa. Altrove accade quasi il contrario. James Talarico in Texas costruisce una parte importante della propria identità politica sulla fede, sul costo della vita e su un linguaggio volutamente lontano da quello della sinistra democratica nazionale. Josh Turek in Iowa e Adam Hamilton in Kansas devono necessariamente parlare a un elettorato rurale e moderato che da anni si è allontanato dai DEM. Mary Peltola, infine, ha fatto della distanza dal partito nazionale quando sono in gioco gli interessi dell’Alaska uno dei tratti distintivi della propria candidatura.
Anche nel campo repubblicano il rapporto con il centro politico nazionale del partito è tutt’altro che uniforme. Ken Paxton in Texas è espressione piena della trasformazione trumpiana del GOP e ha sconfitto nelle primarie proprio un esponente dell’establishment repubblicano come Sen. John Cornyn. Mike Rogers in Michigan e John Sununu in New Hampshire devono invece conquistare elettori che difficilmente potrebbero essere raggiunti attraverso la sola mobilitazione della base trumpiana. Sen. Susan Collins continua a rappresentare il caso più evidente di autonomia: per vincere ancora nel Maine deve essere percepita prima come Susan Collins e soltanto dopo come senatrice repubblicana.
È forse uno dei paradossi più interessanti di queste elezioni. La politica nazionale dei due partiti seleziona sempre più nettamente identità, linguaggi e appartenenze; molte delle corse decisive per stabilire chi controllerà il Senato premiano invece candidati capaci di adattare, correggere o persino contraddire quelle identità nazionali. Per i Democratici il problema è capire quanto della nuova spinta progressista possa essere trasferito negli Stati meno favorevoli e quanto, invece, occorra recuperare un linguaggio capace di parlare all’America rurale, operaia e moderata. Per i Repubblicani la domanda speculare è quanto il trumpismo, ormai largamente dominante nel partito, sia sufficiente per vincere dove l’elezione si decide oltre il suo elettorato più fedele.
Questo rende le nove sfide qualcosa di più di nove battaglie locali. Sono anche nove piccoli laboratori sul futuro dei due partiti: su quali candidati riescano a vincere fuori dalle proprie roccaforti, su quanto spazio rimanga per l’autonomia politica rispetto a Washington e su quale rapporto possa esistere fra identità nazionale del partito e caratteristiche politiche, sociali ed economiche dei singoli Stati.
Eccoci dunque al punto. Le primarie sono finite.
Conosciamo tutti i candidati. Possiamo ragionevolmente assegnare una parte molto consistente dei 35 seggi in palio. Possiamo individuare gli incumbent che dovremmo ritrovare a Washington e buona parte dei nuovi senatori che arriveranno a gennaio.
Possiamo anche formulare una prima previsione importante: il North Carolina passa dai Repubblicani ai Democratici.
E la situazione ad oggi è dunque – secondo le mie previsioni – GOP 46 DEM 45 (1 FLIP)
Poi le certezze finiscono. Restano nove Stati.
Alaska. Kansas. Iowa. Maine. Ohio. Michigan. Minnesota. New Hampshire. Texas.
Nove competizioni nelle quali si intrecciano il giudizio sulla presidenza Trump, l’economia, il costo della vita, la guerra, la forza dei candidati e le relazioni tra dinamiche locali e linea politica generale dei due partiti.
Nove competizioni diverse, ma una sola posta in gioco: il controllo del Senato.
È da qui che ripartiremo, analizzandole nel dettaglio.
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