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Senato USA. New Hampshire, la sfida in cui conta soprattutto essere riconosciuti come indipendenti

Chris Pappas (DEM) e John Sununu (GOP) hanno vinto le primarie dell’8 settembre e si contenderanno uno dei seggi che deciderà il controllo del Senato. Per vincere entrambi vogliono mostrare di non essere prigionieri del proprio partito in uno Stato che ogni volta vuole scegliere.

12 Settembre 2026

Il motto dello Stato è Live Free or Die.

In New Hampshire non è soltanto una scritta sulle targhe automobilistiche. Racconta abbastanza bene uno Stato piccolo, individualista, diffidente verso Washington, geloso della propria autonomia e ancora poco disposto a trasformare il voto in un atto permanente di appartenenza politica.

Poco più di 1,4 milioni di abitanti, una popolazione ancora largamente bianca, livelli di istruzione e reddito superiori alla media nazionale. Il vecchio New Hampshire industriale del tessile, delle calzature, della meccanica e dell’elettronica ha attraversato una lunga trasformazione. Oggi sanità e tecnologia, servizi sociali e professionali, manifattura avanzata, turismo e piccole imprese compongono un’economia fortemente integrata con il Massachusetts e con la grande area di Boston.

È uno Stato ricco. Ma molto meno tranquillo di quanto suggeriscano i numeri.

La disoccupazione è bassissima, ma la popolazione attiva invecchia e il costo della vita e soprattutto quello delle abitazioni sta modificando la percezione del benessere.

È un paradosso sempre più diffuso: uno Stato prospero nel quale una parte crescente della classe media scopre di non potersi più permettere il proprio benessere.

Casa, energia, sanità, childcare, tasse e costo dei generi alimentari saranno perciò probabilmente più importanti di molte delle grandi contrapposizioni ideologiche nazionali.

E poi ci sono gli elettori. Dopo le primarie, gli undeclared erano circa 352.000, più dei circa 300.000 repubblicani e dei 247.000 democratici.

Non sono semplicemente persone che non hanno compilato una casella. Sono un pezzo della cultura politica dello Stato.

Il New Hampshire elegge repubblicani a livello statale con una facilità che non trova corrispondenza nelle elezioni federali. I repubblicani controllano il governatorato dal 2017, eppure nessun repubblicano vince qui un’elezione presidenziale dal 2000 e nessuno conquista un seggio senatoriale dal 2010. Trump nel 2024 ha perso soltanto di 2,8 punti. Nel 2016 di appena quattro decimi. Quello stesso anno Maggie Hassan (2016) conquistò il Senato per 740 voti.

Il New Hampshire non è diventato democratico. Ha imparato a eleggere democratici.

La sfida di novembre.

Ed è precisamente dentro questa contraddizione che si giocherà la sfida di novembre.

Il candidato DEM è Chris Pappas.

Ha 46 anni ed è quasi l’opposto del democratico progressista metropolitano.

È nato e cresciuto a Manchester, discende da immigrati greci e la sua famiglia possiede il Puritan Backroom, ristorante aperto nel 1917 e diventato nel tempo una piccola istituzione sociale e politica dello Stato. Pappas ci ha lavorato e lo ha gestito personalmente.

Scuole pubbliche di Manchester, Harvard, Camera statale, tesoriere della contea di Hillsborough, Executive Council del New Hampshire, poi Washington. Dal 2019 rappresenta alla Camera, uno dei distretti elettoralmente più competitivi d’America.

La sua biografia gli permette di presentarsi contemporaneamente come democratico, piccolo imprenditore e prodotto delle istituzioni locali.

È liberal sui diritti civili e riproduttivi, sulla sanità e sull’ambiente. È stato il primo membro apertamente gay del Congresso eletto dal New Hampshire e vive a Manchester con il marito Vann.

Politicamente, però, ha costruito un profilo pragmatico. Fa parte del bipartisan Problem Solvers Caucus e soprattutto insiste da anni sull’essere una “independent voice for New Hampshire”.

La primaria democratica appena conclusa ha messo alla prova proprio questa collocazione.

La scienziata Karishma Manzur lo ha sfidato da sinistra, su Medicare for All, salario minimo, tassazione dei ricchi e soprattutto Gaza. La sua candidatura ha dimostrato che anche nel New Hampshire esiste una componente progressista tutt’altro che irrilevante.

Pappas l’ha però battuta nettamente.

Arriva così alle elezioni generali senza essere stato trascinato verso la sinistra del partito e con una strategia abbastanza evidente: localizzare se stesso e nazionalizzare il proprio avversario.

John Sununu deve diventare il candidato di Donald Trump. Pappas vuole essere il candidato del New Hampshire.

Ma trasformare Sununu semplicemente nel candidato di Trump non sarà facile.

Perché John E. Sununu non è soltanto un ex senatore repubblicano. È un Sununu.

La dinastia Sununu: un marchio politico.

In New Hampshire quel cognome significa politica da quasi mezzo secolo.

Ma sarebbe sbagliato immaginare una delle tradizionali dinastie WASP del New England. La storia familiare è molto più sorprendente.

Il padre, John H. Sununu, nasce nel 1939 all’Avana, dove suo padre lavorava nel commercio internazionale. Le origini della famiglia intrecciano Libano, Grecia ed El Salvador. Una genealogia mediterranea, mediorientale e latino-americana che ha ben poco dell’aristocrazia protestante tradizionalmente associata al potere politico del New England.

E poi c’è il MIT. Quasi un secondo cognome per i Sununu.

La famiglia Sununu nasce culturalmente dall’ingegneria prima ancora che dalla politica. Competenza tecnica, numeri, gestione, diffidenza verso l’ideologia e anche una certa sicurezza, talvolta spigolosa, nelle proprie capacità.

John H. consegue bachelor, master e PhD in ingegneria meccanica al Massachusetts Institute of Technology. Insegna alla Tufts University, dove diventa vice-decano della facoltà di Ingegneria,

Ma il vero luogo d’origine della dinastia non è Washington.

È Salem, New Hampshire.

John H. entra nella politica locale attraverso la commissione urbanistica di Salem. La moglie Nancy Hayes Sununu siede nel consiglio scolastico di Salem. La loro casa diventa progressivamente un luogo della politica repubblicana locale e per anni il brunch di Capodanno dei Sununu richiama centinaia di persone.

Negli anni Ottanta è eletto Governatore del New Hampshire per ben tre mandati consecutivi e arriva alla Casa Bianca, dove George H. W. Bush lo sceglie come Chief of Staff.

John e Nancy avranno otto figli. Quando Bush chiama John H. alla Casa Bianca, la famiglia non abbandona davvero il New Hampshire. Mantiene la propria casa nello Stato e soltanto i due figli più giovani si trasferiscono a Washington con i genitori.

È un dettaglio che racconta molto bene la famiglia: Washington entra nella vita dei Sununu, ma il New Hampshire rimane casa.

Degli otto figli, due diventeranno protagonisti della politica nazionale.

E sono molto diversi.

John Edward, nato nel 1964, è il primogenito. Cresce a Salem, frequenta la scuola pubblica e segue quasi programmaticamente le orme intellettuali del padre: bachelor e master in ingegneria meccanica al MIT, poi MBA alla Harvard Business School.

Nel 1996 viene eletto alla Camera. Nel 2002 compie un’impresa politica importante: sfida nelle primarie repubblicane il senatore uscente Bob Smith, lo sconfigge e, a soli 38 anni, conquista il Senato.

Il fratello minore Chris è invece l’animale politico della famiglia.

Più estroverso, più immediato, passa dall’Executive Council al governatorato e vince quattro elezioni consecutive, governando dal 2017 al 2025.

La differenza fra i tre Sununu è diventata persino una battuta di famiglia.

Quando durante questa campagna un moderatore ha chiamato John per errore “Chris”, lui ha risposto che suo padre è quello intelligente, suo fratello quello divertente, mentre lui sarebbe abbastanza intelligente e molto più divertente di Chris.

La battuta funziona perché contiene qualcosa di vero.

John H. è il patriarca intellettualmente dominante. John E. l’ingegnere-politico. Chris il politico naturale.

Ma i tre Sununu raccontano anche tre diversi Partiti Repubblicani.

John H. appartiene al GOP di George H. W. Bush: conservatore, fiscalmente ortodosso, legato all’establishment economico e istituzionale, duro nella battaglia politica ma convinto che competenza e governo debbano stare insieme.

John E. è il repubblicano del primo Duemila: fiscal conservative, liberista, tecnologico, attento al debito e alle libertà civili, più interessato al funzionamento delle istituzioni che alle guerre culturali.

Chris appartiene invece alla generazione costretta a convivere con Trump: repubblicano popolare, fiscalmente conservatore, culturalmente più moderato del partito nazionale, capace di criticare Trump e contemporaneamente di sostenerlo quando ritiene che gli interessi del partito lo richiedano.

John E. torna oggi alla politica elettorale dopo quasi vent’anni. Ma il partito che ritrova non è più quello che aveva lasciato.

Dopo la sconfitta del 2008 ha lavorato nel settore privato, nei consigli di amministrazione e nella consulenza, ha insegnato e si è tenuto lontano dalle urne. Nel frattempo, Donald Trump ha rifatto il GOP.

E qui comincia il problema — e forse anche l’opportunità — della sua candidatura.

Sununu non è un trumpiano naturale.

Nel 2016 sostenne John Kasich. Nel 2024 Nikki Haley. Arrivò a definire Trump un loser. Ha criticato i dazi e continua a sostenere che il Congresso abbia ceduto troppo potere all’esecutivo. Sulla guerra con l’Iran ha preso le distanze dalla scelta del Presidente.

Trump, però, lo ha appoggiato nelle primarie. Sununu ha accettato l’endorsement e ne ha tratto un evidente vantaggio. Ma non ha trasformato la propria campagna in una candidatura MAGA.

Il cognome gli consente qualcosa che pochi repubblicani possono permettersi nel 2026: avere un’identità politica precedente e autonoma rispetto a Donald Trump.

Un marchio politico riconosciuto e apprezzato in New Hampshire.

Gli elettori del New Hampshire sanno già cosa significa Sununu.

Hanno eletto suo padre governatore. Hanno eletto quattro volte suo fratello governatore. Hanno eletto lui alla Camera e al Senato.

I Sununu sono più  un marchio politico del New Hampshire che  una dinastia tradizionale.

I Kennedy, i Bush o i Clinton sono diventati famiglie nazionali.

I Sununu sono rimasti quasi ostinatamente locali. John H. arriva alla Casa Bianca, ma la base rimane Salem. John E. arriva al Senato e, quando viene sconfitto, torna alla vita privata. Chris diventa sufficientemente popolare da essere considerato un possibile candidato presidenziale, ma rinuncia sia alla Casa Bianca sia al Senato.

In questo i Sununu ricordano un’altra grande famiglia politica di uno Stato piccolo, i Moore del West Virginia: Arch Moore, sua figlia Sen. Shelley Moore Capito (2016) e oggi una terza generazione entrata nella politica dello Stato. In entrambi i casi il cognome è diventato quasi un marchio territoriale prima ancora che nazionale.

Con una differenza significativa: i Moore hanno accompagnato la trasformazione del West Virginia da roccaforte democratica a Stato profondamente repubblicano; i Sununu cercano invece di conservare la propria identità mentre è il loro Partito Repubblicano, da Bush a Trump, ad essersi trasformato.

In qualche misura i Sununu hanno imparato a rappresentare l’idea che il New Hampshire ha di se stesso: piccolo, indipendente, fiscalmente prudente, diffidente verso Washington e abbastanza sicuro della propria identità da non sentirsi obbligato a seguire fino in fondo le trasformazioni ideologiche del proprio partito.

È questo patrimonio che John deve recuperare per battere Pappas.

Due campagne  sorprendentemente speculari.

Pappas deve essere abbastanza democratico da mobilitare il proprio partito, ma non così democratico da perdere gli indipendenti.

Sununu deve essere abbastanza repubblicano da mobilitare gli elettori di Trump, ma abbastanza Sununu da conquistare quelli che Trump non lo voterebbero mai.

Pappas deve dimostrare di essere più New Hampshire che Democratic Party. Sununu deve dimostrare di essere più Sununu che Trump.

Entrambi, in fondo, stanno cercando lo stesso elettore.

Quello che può votare Kelly Ayotte per governatore e un democratico per il Senato. Quello che considera troppo a sinistra una parte del Partito Democratico ma non ama Trump. Quello che vuole tasse basse ma teme gli effetti dei dazi. Quello che difende il diritto all’aborto ma non vuole un governo federale troppo invasivo. Quello che non considera una contraddizione votare per due partiti diversi sulla stessa scheda.

In molti Stati americani questo elettore sta scomparendo. In New Hampshire deciderà chi diventerà senatore.

Ed è per questo che il tema economico peserà tanto. Casa, energia, sanità, tasse e costo della vita permettono ai candidati di parlare a quell’elettore senza chiedergli prima una dichiarazione di appartenenza ideologica.

Una sfida locale, tra corsi e ricorsi.

Ma dietro la sfida politica ce n’è un’altra, quasi romanzesca.

Perché il seggio che Sununu cerca di conquistare nel 2026 è il suo vecchio seggio.

Nel 2002 John E. Sununu aveva battuto Sen. Jeanne Shaheen.

Sei anni dopo arrivò la rivincita. Era il 2008, l’anno di Barack Obama, della crisi finanziaria e del crollo repubblicano seguito alla presidenza di George W. Bush. Shaheen vinse 52 a 45.

Sununu perse il Senato. E apparentemente la sua storia finì lì.

Shaheen rimase al Senato per tre mandati. Sununu scomparve dalla politica elettorale. Passarono Obama, Trump, Biden e nuovamente Trump.

Poi Sen. Jeanne Shaheen decise di non ricandidarsi. E il seggio che nel 2008 aveva tolto a John Sununu tornò improvvisamente libero.

Ma Shaheen non si è limitata a lasciare il campo. Ha indicato Chris Pappas come il proprio successore e lo ha sostenuto nella corsa.

Diciotto anni dopo, quindi, Sununu torna per riprendersi il seggio perduto e trova davanti a sé l’erede politico della donna che glielo aveva sottratto.

Sununu. Shaheen. Pappas vs Sunumu.

Una staffetta politica lunga quasi un quarto di secolo.

E la storia diventa ancora più curiosa perché Pappas, candidandosi al Senato, lascia libero il proprio seggio alla Camera. A vincere la primaria democratica per cercare di succedergli è Stefany Shaheen, figlia di Jeanne.

John E. Sununu, figlio di un governatore e fratello di un altro governatore, cerca di recuperare il seggio che Jeanne Shaheen gli tolse diciotto anni fa. Chris Pappas, sostenuto da Jeanne, cerca di impedirglielo. Stefany Shaheen prova contemporaneamente a conquistare alla Camera il seggio lasciato libero da Pappas.

Ma sarebbe riduttivo leggere tutto questo soltanto come una storia di famiglie. Perché nel mezzo sono cambiati gli Stati Uniti.

Nel 2008 Shaheen non batté soltanto John Sununu.

Batté anche quel Partito Repubblicano: George W. Bush, l’Iraq, il libero commercio, il conservatorismo fiscale, l’establishment repubblicano nel quale Sununu si riconosceva perfettamente.

Diciotto anni dopo Sununu torna. Ma quel partito non esiste più. Adesso è il partito di Donald Trump.

E così il tentativo di recuperare il vecchio seggio diventa una domanda molto più interessante di una rivincita personale: può un repubblicano formatosi prima di Trump, che si è sempre opposto a Trump, vincere dentro il partito trasformato da Trump e poi vincere uno Stato che Trump non è mai riuscito a conquistare?

Pappas deve convincere gli elettori che la risposta è no. La sua campagna cercherà inevitabilmente di dire agli indipendenti: potete anche apprezzare John Sununu, ma eleggendolo mandate a Washington un altro senatore repubblicano che contribuirà a sostenere Donald Trump.

Sununu deve rispondere esattamente al contrario: potete anche non amare Donald Trump, ma non state eleggendo Trump. State eleggendo John Sununu per rappresentare il New Hampshire.

Un esito ancora incerto.

È probabilmente questa la vera campagna. E i numeri spiegano perché il risultato rimanga incerto.

Gli ultimi sondaggi pubblici raccontano una corsa quasi perfettamente in equilibrio con un leggero vantaggio a favore di Pappas, ma durante l’estate il vantaggio democratico si è progressivamente assottigliato.

C’è però un altro dato da osservare. Alle primarie hanno votato molti più democratici che repubblicani, nonostante gli elettori registrati repubblicani siano più numerosi. Con centinaia di migliaia di undeclared liberi di scegliere a quale primaria partecipare, sarebbe sbagliato trasformare automaticamente quel dato in una previsione per novembre. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorarlo.

E poi c’è Kelly Ayotte. La governatrice repubblicana (successore di Chris Sunumu)  è favorita per la rielezione e potrebbe aiutare Sununu.

Ma il New Hampshire è precisamente uno degli Stati nei quali lo split-ticket voting continua a sopravvivere. Gli elettori hanno già dimostrato di poter scegliere un repubblicano per l’esecutivo e un democratico per Washington.

Possono farlo ancora. Per questo la mia previsione rimane di vantaggio DEM

Ma la sfida merita di essere seguita perché pone una domanda che va molto oltre il piccolo New Hampshire.

In un’America nella quale Democratici e Repubblicani sono diventati partiti sempre più nazionali, polarizzati e ideologicamente omogenei, esiste ancora uno spazio politico nel quale gli elettori riescono a distinguere il candidato dal partito al quale appartiene?

Il New Hampshire è uno degli ultimi luoghi nei quali la risposta potrebbe essere ancora sì.

Diciotto anni fa tolse a John Sununu il suo seggio e lo affidò a Sen. Jeanne Shaheen.

Nel 2026 Sununu torna per riconquistarlo.

Ma per farllo dovrà convincere gli elettori che, nell’America di Donald Trump, un repubblicano del New Hampshire può ancora essere prima del New Hampshire e soltanto dopo repubblicano.

Chris Pappas deve convincerli esattamente del contrario.

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