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Senato USA. Rhode Island. Sen. Jack Reed (DEM): la forza dell’esperienza e del potere

A 76 anni e dopo trent’anni al Senato, Sen. Jack Reed sembra appartenere a un’altra epoca della politica americana. Eppure, il DEM del Rhode Island arriva alle elezioni del 2026 con una solidità impressionante.

12 Settembre 2026

Se il Massachusetts ci ha consegnato con la conferma di Sen. Ed Markey il grande vecchio liberal capace, a ottant’anni, di farsi adottare dalla nuova sinistra democratica, poche decine di chilometri più a sud il Rhode Island racconta una storia diversa.

Qui il grande vecchio si chiama Sen. Jack Reed, ha 76 anni, siede al Senato dal 1997 e si prepara ad ottenere dagli elettori il sesto mandato senatoriale.

Non ha il profilo mediatico di Sen. Bernie Sanders. Non ha cercato, come Sen. Ed Markey, un’alleanza simbolica con la nuova generazione progressista. Non è diventato il protagonista di una grande battaglia identitaria del Partito Democratico.

Reed ha fatto qualcosa di molto più semplice: è rimasto Sen. Jack Reed.

E questo, nel Rhode Island, continua a funzionare.

Il Rhode Island è piccolo solo nelle dimensioni. Poco più di un milione di abitanti concentrati fra Providence, la costa atlantica e le cittadine della baia, dentro una delle aree economicamente e culturalmente più sviluppate del New England.

È uno Stato dalla forte tradizione industriale – tessile, manifattura, cantieristica – che ha attraversato una lunga riconversione verso sanità, università e ricerca, servizi avanzati e turismo, conservando contemporaneamente un’importante economia legata al mare e alla difesa. Newport, il Naval War College, il Naval Undersea Warfare Center e la filiera dei sommergibili ne fanno un piccolo ma strategico tassello dell’apparato militare-industriale americano.

Anche socialmente il Rhode Island è più composito di quanto suggeriscano le sue dimensioni. Alla storica presenza cattolica di origine irlandese e soprattutto italiana si sono aggiunte consistenti comunità latinoamericane, portoghesi e capoverdiane. Providence concentra una società urbana giovane, istruita e progressista, nella quale convivono università d’élite, cultura e creatività, ma anche forti diseguaglianze e una crescente crisi del costo dell’abitare.

Politicamente ne nasce uno Stato solidamente democratico nelle elezioni federali, ma in cui una forte tradizione liberal convive con una cultura operaia e cattolica più pragmatica e con un numero molto elevato di elettori indipendenti.

È dentro questa comunità che si costruisce la storia politica di Sen. Jack Reed.

Nasce a Cranston nel 1949 in una famiglia cattolica della working class. Il padre, veterano della Seconda guerra mondiale, lavora come bidello nelle scuole pubbliche; la madre è casalinga.

Reed si diploma a West Point nel 1971, diventa ufficiale di fanteria e ottiene il brevetto da paracadutista. Studia public policy ad Harvard, torna a West Point come docente di economia e relazioni internazionali e, lasciato il servizio attivo, aggiunge alla propria formazione anche una laurea in legge ad Harvard.

È una biografia quasi costruita in laboratorio per la politica americana: figlio della working class, cattolico, soldato, West Point, Harvard, avvocato.

Ma Reed diventa democratico.

Prima senatore statale, poi deputato federale dal 1991. Nel 1996 conquista il seggio senatoriale ed entra al Senato. Da allora non se n’è più andato.

La longevità politica potrebbe rappresentare oggi il suo principale problema. Dopo Biden, per ogni democratico molto avanti negli anni la domanda sul ricambio generazionale è diventata inevitabile.

Nel caso di Reed accade però qualcosa di particolare.

Più passa il tempo, più la sua anzianità produce potere.

Il Rhode Island è il più piccolo Stato americano. Il suo senatore è invece uno degli uomini più influenti del Congresso quando si parla di difesa e sicurezza nazionale.

Reed è il Ranking Member della Senate Armed Services Committee, dunque il massimo rappresentante democratico nella commissione che esercita il controllo parlamentare sul Pentagono, sui vertici militari, sugli armamenti, sulla deterrenza nucleare, sulla cybersecurity e sulla presenza delle forze americane nel mondo.

Quando i Democratici controllavano il Senato ne è stato presidente. Se dopo novembre riconquistassero la maggioranza è in prima fila per tornare a guidarla.

Ma Reed siede anche nella Appropriations Committee, dove il potere politico diventa potere di spesa, nella Banking, Housing and Urban Affairs Committee ed è componente  dell’Intelligence Committee.

In altre parole, si trova contemporaneamente nei luoghi in cui il Senato discute sicurezza nazionale, bilancio federale, sistema finanziario e intelligence.

Una concentrazione di influenza considerevole per qualsiasi senatore. Eccezionale per il rappresentante del Rhode Island.

Ed è qui che la politica nazionale incontra perfettamente quella territoriale: la difesa, soprattutto la filiera industriale legata alla costruzione dei sommergibili, rappresenta, infatti, un pezzo importante dell’economia dello Stato.

Reed ha trasformato la propria specializzazione parlamentare in uno strumento di rappresentanza territoriale. La politica industriale della difesa americana, gli investimenti federali e l’occupazione nel Rhode Island finiscono per intrecciarsi.

Il potere di Reed a Washington diventa potere contrattuale del Rhode Island.

Piccoli Stati e grandi Senatori.

E qui la sua storia individuale finisce per raccontare qualcosa di più grande: il particolare meccanismo di rappresentanza sul quale è stato costruito il Senato americano.

È la componente federale, e non semplicemente proporzionale, del sistema americano: la Camera rappresenta i cittadini in rapporto al loro numero; il Senato  nel quale ogni Stato è rappresentato da 2 Senatori, indipendentemente dalla sua popolazione, rappresenta le comunità politiche che compongono la Federazione.

E’ il riconoscimento della residua sovranità degli Stati dentro una repubblica insieme nazionale e federale e un contrappeso alla rappresentanza proporzionale della Camera.

Reed ne è quasi un caso di scuola. Ma non è il solo.

Basta guardare alla geografia del potere nel Senato di oggi per scoprire quanto spesso alcuni degli uomini più influenti di Washington provengano proprio dagli Stati più piccoli.

Il Maine, con poco più di un milione e quattrocentomila abitanti, esprime con la repubblicana Sen. Susan Collins (1996) la presidente della Appropriations Committee, uno dei luoghi nei quali si decide concretamente come spendere una parte enorme delle risorse federali. Nello stesso tempo, esprime con l’altro Senatore dello Stato l’indipendente Sen. Angus King (2012) una delle voci più autorevoli sui dossier dell’intelligence, dell’energia e della sicurezza nazionale.

Il Wyoming, lo Stato meno popoloso d’America, ha in Sen. John Barrasso (2007) il numero due della leadership repubblicana.

Ma l’esempio forse più impressionante è il South Dakota. Meno di un milione di abitanti, ma uno dei suoi due senatori, Sen. John Thune (2004), è l’uomo che guida la maggioranza repubblicana, decide insieme alla leadership tempi e priorità dell’aula e rappresenta uno degli interlocutori indispensabili della Casa Bianca per trasformare il programma politico in legislazione. L’altro senatore, Sen. Mike Rounds (2014), già governatore dello Stato, siede contemporaneamente in Appropriations, Armed Services, Banking, Indian Affairs e Intelligence. Un piccolo Stato delle Grandi Pianure dispone così di una capacità di accesso ai centri decisionali federali enormemente superiore a quella che suggerirebbe il suo peso demografico. Senatori che  utilizzano quella posizione anche nel modo più tradizionale del Senato americano: riportando a casa infrastrutture, interventi per l’agricoltura e l’allevamento, politiche per le comunità native e risorse per i grandi progetti idrici indispensabili alle aree rurali.

Altrettanto singolare è l’Idaho. Con circa due milioni di abitanti, lo Stato esprime contemporaneamente i presidenti di due delle commissioni più importanti del Senato. Sen. Mike Crapo (1998) guida la Finance Committee, competente su fisco, commercio, Social Security, Medicare e Medicaid. Il collega repubblicano Sen. Jim Risch (2008) presiede invece la Foreign Relations Committee: dal piccolo Idaho si trova quindi a dirigere la commissione che interviene sulla politica estera degli Stati Uniti, sulle relazioni con Cina e Russia, sulle alleanze, sulle sanzioni e sulla conferma degli ambasciatori. Anche nel suo caso il rapporto fra grande politica internazionale e rappresentanza locale rimane visibile: commercio e apertura dei mercati per le imprese dell’Idaho, esportazioni, agricoltura, energia entrano nell’attività di un senatore che contemporaneamente discute di Cina, Taiwan, Russia e futuro dell’ordine internazionale.

Democratici, repubblicani, indipendenti. Culture politiche molto diverse. Ma qualcosa li accomuna: la capacità di essere abbastanza nazionali da influenzare le grandi scelte federali e abbastanza locali da riportare quella influenza nella comunità che li ha eletti.

È proprio qui che il Senato americano mostra la logica più profonda della sua rappresentanza territoriale.

Il senatore di un piccolo Stato non deve scegliere fra occuparsi dell’America e occuparsi della propria comunità. Nella versione migliore del modello, le due funzioni si alimentano reciprocamente: il peso conquistato a Washington aumenta la capacità di ottenere attenzione e risorse per lo Stato; la conoscenza degli interessi economici e sociali di quello Stato fornisce al senatore una base concreta dalla quale intervenire sulle politiche federali.

Quando il meccanismo funziona bene, esperienza e anzianità senatoriale diventano dunque qualcosa di più della semplice sopravvivenza politica. Diventano relazioni, conoscenza delle istituzioni, leadership di partito, presidenze di commissione, capacità di costruire maggioranze, influenza sull’amministrazione federale. E quel potere ritorna nello Stato sotto forma di infrastrutture, ricerca, università, sanità, acqua, agricoltura, basi militari, politica industriale, investimenti e risorse federali.

È, in fondo, il Senato madisoniano nella sua versione migliore: non la semplice rappresentanza di un numero di elettori, ma la rappresentanza politica di una comunità dentro la Federazione.

Da questo punto di vista il piccolo Rhode Island, attraverso Jack Reed, pesa negli Stati Uniti molto più di quanto direbbe la sua popolazione.

Coerenza, continuità e grande riconoscimento bipartisan.

Anche politicamente Reed è più interessante di quanto suggerisca la sua immagine apparentemente istituzionale. Non è un democratico conservatore.

Sulla politica interna appartiene alla tradizione liberal del New England: Social Security e Medicare, investimenti pubblici, infrastrutture, istruzione, ambiente, tutela dei consumatori, diritti civili.

Non appartiene però alla nuova sinistra democratica.

La sua cultura politica emerge soprattutto sulla sicurezza nazionale. Crede nella NATO, nelle alleanze occidentali, in forze armate tecnologicamente e militarmente forti e nella capacità americana di deterrenza.

Ma crede anche nella diplomazia, nel controllo degli armamenti e soprattutto nel ruolo costituzionale del Congresso quando l’America decide di usare la forza.

C’è un voto che racconta Reed meglio di molti discorsi.

Nel 2002, l’ex ufficiale di fanteria, Ranger e diplomato di West Point vota contro l’autorizzazione alla guerra in Iraq. Non per pacifismo.

È piuttosto l’idea che proprio chi conosce la guerra debba essere particolarmente prudente nel decidere quando combatterla.

Questa cultura istituzionale spiega anche la durezza con cui Reed si oppone all’amministrazione Trump quando ritiene che vengano politicizzate le forze armate o marginalizzato il ruolo del Congresso.

La sua opposizione può essere molto netta.

Ma raramente diventa personale.

Forse nessun rapporto racconta meglio questo modo di intendere il Senato di quello costruito con Sen. John McCain.

McCain repubblicano dell’Arizona, Reed democratico del Rhode Island. Navy contro Army. Due uomini con storie politiche e posizioni spesso molto differenti.

Quando McCain presiedeva la Armed Services Committee, Reed guidava la minoranza democratica. Le grandi leggi annuali sulla difesa venivano costruite attraverso il rapporto fra il presidente repubblicano e il Ranking Member democratico. Nel 2018 furono premiati congiuntamente per la loro leadership bipartisan e, alla morte del senatore dell’Arizona, Reed lo ricordò non soltanto come collega ma come amico.

Ma sarebbe sbagliato pensare che quella cultura sia morta con McCain.

Oggi dall’altra parte del tavolo siede Sen. Roger Wicker (2007), repubblicano del Mississippi e presidente della Armed Services Committee.

I due si conoscono e lavorano insieme da anni e, con il cambiamento della maggioranza senatoriale, si sono sostanzialmente scambiati le sedie: prima Reed presidente e Wicker capo della minoranza repubblicana; oggi Wicker presidente e Reed Ranking Member democratico.

Le distanze politiche, soprattutto nel giudizio sull’amministrazione Trump, sono profonde. Ma sulle grandi leggi della difesa continuano a cercare e costruire compromessi bipartisan.

Per Reed collaborare con un repubblicano non significa attenuare le differenze politiche. Significa riconoscere che esistono responsabilità istituzionali – la sicurezza nazionale, il controllo sul Pentagono, le prerogative del Congresso – che non possono essere amministrate soltanto attraverso la logica della contrapposizione permanente.

McCain racconta da dove viene questa cultura senatoriale. Wicker dimostra che Reed riesce ancora a praticarla nell’America di Trump.

Non soltanto con loro.

Con la repubblicana moderata del Maine Sen. Susan Collins (1996) ha collaborato a lungo anche sui dossier di Appropriations e nei tentativi di ricostruire relazioni personali fra senatori dei due partiti. Quando emerse il problema dell’interferenza russa nelle elezioni del 2016, Reed firmò con Sen. John McCain, Sen. Lindsey Graham e Sen. Chuck Schumer (1998) una dichiarazione comune per chiedere un’indagine bipartisan.

Due democratici e due repubblicani. Un modo di concepire il Senato sempre più difficile nell’America polarizzata, ma non ancora completamente scomparso.

Persino la vita privata di Reed sembra coerente con il personaggio.

Si sposa nel 2005, a 55 anni, con Julia Hart, conosciuta tre anni prima durante una missione senatoriale in Afghanistan.

Anche lei appartiene professionalmente al mondo delle istituzioni. Non lavorava nello staff politico di Reed, ma nell’apparato del Secretary of the Senate, dove per molti anni si è occupata delle relazioni interparlamentari e dell’organizzazione delle delegazioni congressuali all’estero, arrivando a svolgere il ruolo di segretaria della delegazione senatoriale presso l’Assemblea parlamentare della NATO.

Si erano conosciuti per lavoro. Avrebbero cominciato a frequentarsi successivamente. La cerimonia di matrimonio si svolge, inevitabilmente, a West Point. Hanno una figlia.

Per il resto cercare gossip su Jack Reed è un esercizio destinato a produrre risultati piuttosto modesti.

Niente personalità debordante. Pochissima esposizione mediatica nazionale. Nessuna ossessione per i social. Nessuna particolare capacità o volontà di trasformarsi in personaggio.

Il gossip su Jack Reed è che non c’è gossip.

La sua immagine pubblica rimane quasi ostinatamente quella dell’uomo serio, preparato, riservato e forse persino un po’ noioso.

In un sistema politico nel quale essere visibili è diventato spesso più importante che essere influenti, Reed rappresenta quasi l’opposto.

Parla poco. Ma quando si discute di difesa americana è seduto al tavolo dove si decide.

Le primarie DEM del 2026.

Ed è soltanto a questo punto che il risultato delle primarie democratiche del 9 settembre acquista davvero il suo significato.

Contro Reed si erano candidati Connor Burbridge, 31 anni, lavoratore nell’assistenza agli anziani e alla prima esperienza elettorale, e Luis Daniel Muñoz, medico e già candidato a cariche statali.

Burbridge soprattutto aveva provato a costruire la sfida generazionale.

Medicare for All, maggiore tassazione dei miliardari, abolizione del filibuster, critica delle corporations e del peso dell’industria militare nella politica americana. Sulla politica estera entrambi gli sfidanti si collocavano a sinistra di Reed, soprattutto sulla guerra a Gaza e sul sostegno americano a Israele.

Sulla carta c’erano tutti gli ingredienti della primaria democratica del 2026: giovani progressisti contro un incumbent settantaseienne che siede al Senato da trent’anni.

Gli elettori hanno risposto in maniera brutale assegnando a Sen. Jack Reed oltre il 75% dei consensi

Il dato diventa ancora più interessante guardando ciò che è successo nello stesso momento nel resto dello Stato. Gli elettori DEM del Rhode Island non si sono affatto dimostrati conservatori o timorosi del cambiamento. Il governatore uscente Dan McKee è stato sconfitto nelle primarie da Helena Foulkes. E a Providence il sindaco uscente Brett Smiley è stato battuto dal ventisettenne David Morales, democratic socialist sostenuto da Sen. Bernie Sanders (2006).

Lo stesso elettorato capace di scegliere un socialista ventisettenne non ha avuto alcuna voglia di pensionare il senatore settantaseienne.

È questo il dato politicamente interessante.

Il problema non era l’età.

Era dimostrare che Jack Reed non servisse più al Rhode Island. I suoi avversari non ci sono riusciti.

Gli elettori non sembrano avere premiato Reed nonostante la sua lunga permanenza al Senato.

Lo hanno premiato proprio per ciò che quella permanenza gli ha consentito di diventare.

A novembre affronterà il repubblicano Ray McKay e l’indipendente Michael Bahry. Il Rhode Island non è una delle corse sulle quali si deciderà il controllo del Senato. Il seggio è solidamente democratico e Sen. Jack Reed tornerà a Washington per un sesto mandato.

Sen. Ed Markey (2013) e Sen. John Reed (1996) arrivano così allo stesso appuntamento attraverso due strade diverse.

Markey ha conservato la propria rilevanza accompagnando la trasformazione a sinistra del Partito Democratico. Reed l’ha conservata accumulando autorevolezza, relazioni e potere dentro il Senato.

Uno può dire alla nuova generazione progressista: sulle grandi battaglie sono con voi.

L’altro sembra dire agli elettori del Rhode Island: sapete chi sono, sapete cosa faccio, sapete quanto conto a Washington e sapete quanto quel potere conta per voi.

In questa stagione americana l’anzianità politica è diventata spesso sinonimo di debolezza. Jack Reed mostra che non necessariamente è così.

L’esperienza diventa un problema quando appare soltanto passato. Rimane una forza quando continua a produrre competenza, relazioni e potere. E il potere conserva la propria legittimità quando riesce a trasformarsi in rappresentanza e utilità per la comunità che lo ha conferito.

Dopo trent’anni al Senato, nel più piccolo Stato d’America, Sen. Jack Reed riesce ancora a fare entrambe le cose.

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