Geopolitica
Breve guida alle elezioni di Midterm
Per ottenere una vittoria piena alle elezioni di Midterm i democratici dovrebbero raggiungere la maggioranza al Senato dove devono guadagnare almeno 4 seggi senza perderne nessuno. Analizziamo quattro sfide cruciali per poi allargare lo sguardo.
Le elezioni di metà mandato americane sembrano destinate a una vittoria democratica, data l’impopolarità del presidente Donald Trump. I modelli previsionali stimano che i democratici dovrebbero conquistare agevolmente la Camera dei rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi.
Una vittoria piena richiederebbe però anche la maggioranza al Senato, impresa assai più complicata: si rinnovano solo 35 seggi su 100 e i democratici dovrebbero guadagnarne almeno 4 senza perderne nessuno. Analizziamo le quattro sfide cruciali, per poi allargare lo sguardo agli altri stati in bilico.
Michigan: l’ago della bilancia
Per i democratici mantenere il Michigan è decisivo: senza questo stato la maggioranza al Senato diventa quasi impossibile. Il seggio nel 2020 andò ai democratici per circa 92.000 voti (1,7%), mentre alle presidenziali del 2024 Trump batté Kamala Harris per circa 80.000. È dunque uno stato in bilico, con una storia gloriosa ma segnata da una lunga crisi.
Il Michigan è lo stato di Detroit, la città dell’auto, per decenni emblema dell’industria americana. Dopo il declino industriale, aggravato dalla crisi del 2008, Detroit dichiarò bancarotta nel 2013, diventando il simbolo di un’America che non c’è più. A ciò si aggiunsero vicende tanto assurde quanto devastanti, come la crisi idrica di Flint, raccontata da Michael Moore in Fahrenheit 11/9.
Oggi lo stato si è ripreso e la sua economia cresce, ma senza eccellere. È un mosaico culturale vivace: accanto agli operai bianchi che chiedono riscatto vivono una vasta comunità afroamericana e una consistente presenza musulmana. Per tutti la sfida è accedere a una crescita ormai più lenta rispetto agli anni d’oro, che spesso non raggiunge le fasce più povere.
Il candidato democratico è forse il più interessante in corsa. Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie di agosto, è nato in Michigan da genitori egiziani. Brillante studente, laureato in medicina con un dottorato in sanità pubblica a Oxford, epidemiologo ed ex dirigente sanitario di Detroit, è musulmano, vicino alle idee socialiste (pur senza definirsi tale) e critico verso il governo israeliano. Concentra insomma tutto ciò che la destra mondiale detesta, e la campagna contro il candidato repubblicano, l’ex agente FBI Mike Rogers, è stata molto aspra: Rogers lo ha definito “anti-americano”.
Il cavallo di battaglia di El-Sayed è Medicare for All, che renderebbe pubblica la sanità, oggi basata su assicurazioni private. È un’idea difficile da far passare negli Stati Uniti, ma che guadagna credibilità in bocca a un medico con una carriera nella sanità pubblica.
I sondaggi lo danno in vantaggio di alcuni punti, ma il margine storico dello stato è ridotto. Una sua vittoria sarebbe un sigillo per l’ala sinistra del Partito Democratico: in uno stato in bilico, una presa di posizione netta sui servizi alla persona sarebbe difficile da ignorare.
Maine: la sinistra che si fa male da sola
Il Maine è uno stato politicamente particolare. A stragrande maggioranza bianca, si trova nel nord-est degli Stati Uniti, una regione che alle presidenziali vota prevalentemente democratico. Eppure da 30 anni il seggio al Senato è occupato dalla repubblicana Susan Collins. La sinistra avrebbe grandi possibilità di riconquistarlo, ma una sua caratteristica è farsi male da sola.
Per sconfiggere Collins, l’ala socialdemocratica del partito ha candidato alle primarie l’allevatore di ostriche Graham Platner, che ha vinto agilmente. Si è presentato come eroe della classe media: lavoratore dalla barba ispida e dall’abbigliamento casual, favorevole a sanità gratuita e salario minimo, contrario alle guerre. Un profilo perfetto per riportare il seggio ai democratici. O no?
Presto è emerso che Platner viene da una famiglia benestante. Anche l’allevamento, secondo i critici, sarebbe poco più di un’attività marginale. Ma i guai sono altri. Aveva un tatuaggio con un simbolo nazista, fatto in Croazia durante il periodo nei marines. Sono riaffiorati vecchi post su Reddit con commenti offensivi verso le minoranze ed è perfino arrivata un’accusa di violenza sessuale. Platner nega. Niente di accertato, ma abbastanza per costringerlo a ritirarsi.
Al suo posto è subentrato Troy Jackson, altro esponente dell’ala sinistra, ma politico di lungo corso e presidente del Senato statale dal 2018 al 2024. Nato in una famiglia cattolica di boscaioli, entrò in politica nel 1998 guidando un blocco contro i taglialegna canadesi che, secondo i manifestanti, “rubavano” il lavoro ai locali. Si candidò inizialmente con i repubblicani, per poi passare ai democratici.
All’inizio era molto conservatore, contrario all’aborto e al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Oggi incarna le battaglie dei democratici più progressisti: sanità pubblica per tutti, abolizione dell’ICE, tasse sui miliardari. Ha concrete possibilità di strappare a Collins molti voti nelle aree periferiche, dove l’uomo bianco è arrabbiato perché negli ultimi anni ha perso potere d’acquisto.
Ma battere Collins non è semplice: la volpe repubblicana sa di avere consenso e mantiene una solida reputazione di moderata, che può aiutarla nelle città più grandi. È tra i senatori che hanno votato più spesso contro il proprio partito: nel 2021 votò per condannare Trump nel secondo impeachment e si è unita ai democratici nelle risoluzioni per limitare la guerra in Iran.
I sondaggi danno in vantaggio Jackson, ma di pochi punti e ricordiamo che, nel 2020, Collins smentì quasi tutte le previsioni.
Kansas: la sfida più sorprendente
La battaglia più sorprendente è quella per il seggio del Kansas. Lo stato non elegge un senatore democratico dal 1932, Trump ha battuto Harris di 16 punti e il senatore uscente, Roger Marshall, ha vinto di circa 11.
Eppure i repubblicani temono una sorpresa, tanto che lo stesso Trump è sceso in campo con un comizio nei sobborghi di Wichita, la città più popolosa. L’arrivo del presidente è però un’arma a doppio taglio: il Kansas è uno stato rurale che ha sofferto sia per i dazi sia per l’avventura in Iran. Quest’ultima ha fatto impennare in primavera i prezzi dei fertilizzanti e ora quelli del gasolio, due voci cruciali per gli agricoltori. I dazi di ritorsione, inoltre, hanno fatto perdere agli agricoltori parte degli acquirenti stranieri di mais e soia.
Davanti a circa 5.000 persone, Trump ha dipinto lo sfidante di Marshall come un finto moderato, che riempirebbe lo stato di rifugiati e vorrebbe farvi pentire di essere nati bianchi. E chi sarebbe questo estremista? Il reverendo Adam Hamilton, fondatore e pastore della Chiesa della Risurrezione, la più grande congregazione della Chiesa metodista unita negli Stati Uniti.
I metodisti nacquero nel Settecento dalla predicazione del pastore anglicano John Wesley, attento alle questioni sociali, e si diffusero tra le classi emarginate durante la rivoluzione industriale. Di recente la Chiesa metodista unita, di cui Hamilton è tra i principali esponenti, ha eliminato i divieti sul matrimonio egualitario.
In una lunga intervista a Dasha Burns per Politico, Hamilton si definisce un democratico centrista e racconta che la sua congregazione conta circa 9.000 repubblicani, 9.000 democratici e 6.000 indipendenti. Dice di comprendere le esigenze dei repubblicani e punta a una politica in cui i partiti tornino a parlarsi. Spiega la sua avversione per Trump soprattutto sul piano etico, pur dicendo di condividere alcune sue posizioni, come la lotta a frodi e sprechi e il controllo dei confini. Su Harris, che pure ha votato, dice che può restare in California: non porterebbe voti in uno stato dove i repubblicani sono il 45% e i democratici il 25%.
Hamilton vorrebbe unire l’attenzione alle fasce più deboli e al costo della vita a una politica di sicurezza delle frontiere e di riduzione del debito pubblico. È un profilo molto moderato, che ha valutato di candidarsi come indipendente prima di unirsi ai democratici: l’unico, in questo contesto, con qualche chance di vittoria.
Texas: la demografia come speranza
Il Texas ripropone una sfida simile a quella del Kansas, ma con maggiori probabilità di vittoria per i democratici. Qui perdono dal 1994, anno in cui George W. Bush fu eletto governatore, ma la crescita della comunità ispanica sembra poter restituire loro lo stato della “stella solitaria”. Gli ispanici sono in genere vicini alla sinistra sui temi sociali e più conservatori su quelli valoriali: nel 2024 Trump batté Harris di 14 punti, un’enormità.
In quegli anni la sinistra americana alternava battaglie sacrosante a stramberie che le fecero perdere voti tra le comunità che non si sentivano rappresentate, in particolare quelle legate a una fede religiosa, come la cattolica, molto diffusa tra gli ispanici. In quel clima è emerso a livello nazionale un giovane deputato del parlamento texano, James Talarico.
Talarico è un cristiano presbiteriano che ha studiato teologia. Non è un prete, ma sembra pensare da tale: prova a rispondere alle domande basandosi sui testi sacri, dandosi un’aria moderata, anche se la giustizia sociale è al centro del suo programma. Ha però dovuto fare passi indietro sui diritti civili. In passato aveva affermato che “Dio è non-binario” e aveva definito vegana una delle sue campagne elettorali. Sono dichiarazioni controproducenti, che ha in parte ritrattato, ma per cui è ancora attaccato dai repubblicani e dallo stesso Trump.
Eppure in diversi sondaggi Talarico è in lieve vantaggio sul suo avversario, il repubblicano Ken Paxton, fedelissimo del presidente e legato a vari scandali. L’ultimo riguarda un video del Wall Street Journal in cui festeggia il capodanno 2024 a Dubai insieme a due ricercati statunitensi, incriminati per frode al sistema sanitario: proprio lui, che è tuttora procuratore generale del Texas.
Gli altri seggi in gioco
Oltre ai quattro stati analizzati, i democratici hanno concrete possibilità di battere i repubblicani in Carolina del Nord, Ohio e Alaska. In Carolina del Nord i sondaggi danno il candidato democratico quasi certo dell’elezione; negli altri due casi il vantaggio rientra nel margine di incertezza.
I repubblicani appaiono invece in leggero vantaggio in Iowa, classico stato in cui i democratici sognano una vittoria che non arriva mai, e soprattutto in Carolina del Sud. Qui il Partito Repubblicano si è fatto male da solo candidando Darline Graham, il cui principale merito è essere la sorella di Lindsey, potente senatore scomparso a luglio. Se Lindsey era un falco in politica estera, tanto conservatore quanto preparato, Darline ha dovuto ammettere: “National Security is not my thing” (la sicurezza nazionale non è la mia materia).
Oltre il Senato: equilibri interni e prudenza
Oltre ai seggi, conterà anche l’ampiezza delle vittorie. I repubblicani mandano i pesi massimi, Trump e J.D. Vance, a fare campagna anche in stati che non dovrebbero essere in discussione, come il Nebraska.
I democratici, dal canto loro, devono osservare attentamente gli equilibri al loro interno. La Florida è ormai uno stato repubblicano, ma un buon risultato della candidata socialista Angie Nixon, insieme a eventuali vittorie in Michigan e Maine, potrebbe aiutare la corsa alla nomination della più forte rappresentante di quest’area, Alexandria Ocasio-Cortez. In Georgia, Jon Ossoff vuole sbaragliare la concorrenza repubblicana per poter sognare la presidenza, magari in ticket con Mark Kelly, ex astronauta e oggi senatore dell’Arizona: un ticket moderato che guarda a sinistra.
Ovviamente, tutti questi discorsi lasciano il tempo che trovano. Dopo le midterm del 2022 Trump era dato in declino, a causa della sconfitta di molti candidati a lui vicini, mentre la netta vittoria in Florida del governatore Ron DeSantis, che qualcuno chiamava “Trump con il cervello“, sembrava spalancargli la strada verso la nomination repubblicana. Elon Musk gli offrì di annunciare la candidatura sul suo nuovo acquisto, X: la diretta si inceppò, e con lei la candidatura. Conosciamo il resto della storia.
Per questo, finché non arriveranno i risultati finali del 3 novembre, conviene restare prudenti.
Foto dalla pagina Facebook di Abdul El-Sayed
Devi fare login per commentare
Accedi