Geopolitica
Breve guida alle elezioni di Midterm – Battaglia al Senato
Prendiamo in esame altre quattro battaglie per il Senato americano nelle elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre. Non sono tutte sfide contedibili, ma sinigificative, anche per i profili dei candidati.
Nell’articolo precedente ho analizzato le quattro sfide che ritengo più interessanti per le elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre. Qui prendo in esame altre quattro battaglie per il Senato americano. Questa volta non sono tutte contendibili: forse l’unico stato davvero in bilico è l’Alaska. In Georgia e in Florida il risultato sembra più scritto, ma i distacchi diranno molto su quanto sia solido il consenso dei due partiti. Il Nebraska, infine, potrebbe riservare la sorpresa della serata.
L’Alaska first di Mary Peltola
Nei territori più periferici e poco popolati la politica spesso non segue le logiche nazionali, e vale anche per i seggi al senato di queste elezioni di metà mandato. L’Alaska è vastissima, conta appena 740.000 abitanti, è staccata dal resto degli Stati Uniti ed è attraversata dal circolo polare artico.
Si sfidano il senatore uscente, il repubblicano Dan S. Sullivan, e la democratica Mary Peltola, ma non sono gli unici nomi sulla scheda. Sullivan deve scandire bene il proprio nome in campagna elettorale, perché gli elettori non votino per errore l’omonimo Dan J. Sullivan, insegnante in pensione. A complicare il quadro c’è il voto con classifica delle preferenze, che scatta quando nessuno supera il 50%. Il governo Trump vuole squalificare l’insegnante, che considera imposto dai democratici per creare confusione: il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa allo stato per bloccare la certificazione del risultato se Peltola vincesse con un margine inferiore ai voti ottenuti dall’omonimo. Forse, stavolta potrebbe anche avere ragione Trump.
Il caos si abbatte su una campagna in cui i due sfidanti sembrano più interessati a prendere le distanze dai politici di Washington che a seguirne le logiche. Si contendono il merito di fare di più per la propria comunità, e in Alaska questo significa pesca: così passano il tempo a battibeccare sul settore ittico.
Peltola, nativa americana della comunità Yup’ik, è convinta che caccia e pesca insegnino valori alle nuove generazioni. Non vuole rafforzare i controlli sulle armi e il suo slogan è “Fish, Family, Freedom”. Insiste sulla necessità di vietare la pesca a strascico industriale e di frenare gli eccessi dei grandi pescherecci, che danneggiano l’ecosistema e i piccoli pescatori. È favorevole all’aborto e all’estensione dell’assistenza sanitaria, ma anche a una gestione prudente delle finanze pubbliche. Si è spesso schierata con Israele e in campagna cita i deputati repubblicani dell’Alaska che hanno anteposto gli interessi della comunità a quelli del partito. È infine in sintonia con l’altra senatrice dello stato, Lisa Murkowski, repubblicana in frequente contrasto con il proprio partito.
È una candidata difficile da incasellare, frutto del legame con la sua comunità, e questo può rivelarsi vincente: i sondaggi la danno in leggero vantaggio, ma la corsa resta apertissima. I democratici devono solo sperare che non faccia come Tulsi Gabbard, ex deputata democratica hawaiana, tanto isolazionista da diventare fedelissima di Trump nel 2024.
La forza della tradizione in Georgia
Il seggio del senato della Georgia non sembra in discussione: il vantaggio del democratico Jon Ossoff appare rassicurante. Ma una netta vittoria in uno stato generalmente in bilico proietterebbe Ossoff come figura nazionale. Il senatore uscente è un giovane rampante che sa usare molto i social e ha grandi ambizioni, anche se dice in pubblico di non pensare alla presidenza.
È stato eletto al ballottaggio del gennaio 2021, poco dopo che Joe Biden aveva conquistato la Casa Bianca anche grazie alla vittoria in Georgia, per un pugno di voti (+0,23% su Donald Trump). Aveva appena 33 anni e da allora si è distinto in Parlamento come un pragmatico, capace di concretizzare il proprio lavoro anche grazie all’appoggio dei repubblicani. Dichiara di essere il senatore al primo mandato che ha fatto approvare più leggi, presentando iniziative di buon senso. Ad esempio, il Report Act ha costretto le piattaforme tecnologiche a segnalare i casi di sfruttamento sessuale di minori: secondo i dati del centro nazionale per i minori scomparsi e sfruttati (NCMEC), le segnalazioni di traffico sessuale sono aumentate del 1.100%. Si è inoltre battuto per introdurre misure contro la crisi degli oppioidi e rivendica di aver ottenuto il tetto di 35 dollari al mese al prezzo dell’insulina.
Ossoff ha quindi un approccio moderato sul lavoro parlamentare: è un centrista che guarda timidamente verso una sinistra tradizionale, legata più ai diritti civili che a quelli sociali. La sua aggressività emerge invece sui social, dove attacca Donald Trump e i suoi video diventano virali. In un recente comizio ad Atlanta ha accusato il Presidente di giocare a golf e fare trading invece di governare: “Non vuole fare il lavoro. Vuole costruire la sua sala da ballo”. Il video ha superato i 6 milioni di visualizzazioni su X.
C’è chi lo chiama “l’Obama bianco” e chi immagina un ticket con Mark Kelly, senatore moderato dell’Arizona. Kelly è un ex astronauta e veterano di guerra, marito di Gabrielle Giffords, l’ex deputata rimasta gravemente ferita in una sparatoria compiuta nel 2011 a Tucson da un giovane con gravi problemi mentali. Sarebbe un ticket rassicurante: l’astronauta che si batte per il controllo delle armi e il giovane rampante che fa approvare leggi che piacciono a tutti.
Le speranze della sinistra democratica in Florida
La sfida di Angie Nixon è difficilissima. La deputata statale, iscritta ai socialisti democratici, ha deciso di battere la Florida palmo a palmo, a bordo di un furgone. Il Sunshine State è passato da contendibile a solidamente repubblicano. Qui vive Donald Trump, che ha candidato una sua fedelissima, la senatrice Ashley Moody, nominata al posto di Marco Rubio quando questi è diventato segretario di Stato.
Nei giorni scorsi Nixon ha ricevuto il sostegno di Barack Obama, l’ultimo democratico ad aver vinto in Florida. Nel video l’ex presidente sottolinea che entrambi sono nati come “organizzatori”, cioè politici che hanno fatto la gavetta girando porta a porta. Ricorda anche il ruolo di Nixon nel referendum che ha portato il salario minimo a 15 dollari e nelle proteste contro le modifiche ai collegi elettorali che avrebbero favorito i repubblicani. In quell’occasione si presentò in aula con un megafono rosa e restò cinque ore nell’ufficio del governatore Ron DeSantis, finendo con una multa e un richiamo disciplinare.
La sua forza è presentarsi come una pragmatica. Nell’intervista di Dasha Burns per Politico spiega di aver aderito ai socialisti democratici perché sul territorio erano quelli che si occupavano delle cose concrete, come distribuire pasti e pannolini. Si batte per reti di sicurezza sociale forti, si oppone alle deportazioni di massa e agli sgravi fiscali per i miliardari, e chiede più accesso al credito per le piccole imprese.
Attacca Moody sul tema forse più sentito, la sanità. La senatrice ha votato a favore della “grande e bella legge” di Trump, che secondo la fondazione indipendente KFF lascerà 590.000 cittadini della Florida senza assicurazione sanitaria, e contro la proroga dei sussidi, lasciando senza copertura altre 440.000 persone. Poi c’è lo scandalo Hope Florida: quasi 10 milioni di dollari destinati alla cura di bambini malati sono finiti, attraverso organizzazioni non profit tra cui la Hope Florida Foundation, a comitati politici. Secondo Nixon, Moody, allora procuratrice generale, avrebbe approvato l’operazione. Non è chiaro quanto sia coinvolta, ma il caso resta imbarazzante.
Nei sondaggi Nixon parte dietro, ma alle primarie ha battuto Alex Vindman, che aveva a disposizione un budget sedici volte superiore. Oggi vuole smentire di nuovo tutti. Se vincesse, sarebbe la prima donna nera a rappresentare la Florida al Senato degli Stati Uniti.
Una candidatura indipendente in Nebraska
From the town of Lincoln, Nebraska
With a sawed-off .410 on my lap
Through to the badlands of Wyoming
I killed everything in my path
Nel 1982 Bruce Springsteen incise su cassetta un album acustico intitolato Nebraska, come la canzone d’apertura, che raccontava un efferato fatto di cronaca di molti anni prima. Il disco diventò di culto e contribuì a consolidare l’immagine del “Boss” come cantore dell’America rurale.
Quell’America è chiamata al voto per le elezioni di metà mandato e sembra aver perso l’infatuazione per Donald Trump. Nelle presidenziali Trump ha sempre vinto in Nebraska con un margine di circa venti punti, ma, avvertito il pericolo, il 5 ottobre è andato a fare un comizio per sostenere Pete Ricketts, ex governatore e oggi senatore uscente. Il comizio si è tenuto a Grand Island, nel cuore dello stato. L’ultimo presidente a visitarla per le elezioni di midterm era stato George W. Bush nel 2006, e non andò benissimo: il seggio del senato restò ai democratici. Lo sfidante sconfitto? Pete Ricketts.
Ricketts, ultraconservatore favorevole alla pena capitale e fermamente contrario all’aborto, rischia di perdere di nuovo il seggio al senato. La crisi iraniana ha fatto impennare i costi di carburante e fertilizzanti, i prezzi della carne sono schizzati e i consumatori faticano a pagarla. Il presidente ha sospeso temporaneamente i dazi sulla carne e punta a importarne di più dall’estero per farne calare i prezzi, ma gli allevatori sono letteralmente imbufaliti. Durante il comizio Trump ha annunciato un ordine esecutivo che consente l’uso su strada del diesel non tassato, normalmente riservato ai trattori: una mossa tardiva, che offre solo un modesto sollievo ai camionisti. Per il resto, solo vaghe promesse di una rapida fine della crisi iraniana.
Sul fronte opposto, i democratici hanno avuto la buona idea di farsi da parte a favore dell’indipendente Dan Osborn, un populista a tutto tondo che ricorda un grillino della prima ora. Veterano e sindacalista, lavorava come meccanico industriale alla Kellogg, dove ha guidato il grande sciopero dell’ottobre 2021 nello stabilimento di Omaha. Trump lo ha bollato come “finto indipendente” e radicale di sinistra. In realtà Osborn sostiene il salario minimo e i diritti sindacali, ma anche il diritto di possedere armi e la sicurezza delle frontiere, ed è contrario agli accordi commerciali che penalizzano lavoratori e piccole imprese.
È l’uomo bianco arrabbiato, il patriota che lotta per i più deboli, e fa suoi alcuni tratti della politica trumpiana. Un profilo che, da queste parti, ha qualche chance di vittoria per aggiudicarsi il seggio al senato.
Conclusioni
Tra i quattro candidati al senato, Ossoff è l’unico democratico tradizionale. Gli altri portano peculiarità diverse: Nixon è una socialista democratica che vuole cambiare la narrazione dominante, mentre Peltola e Osborn provano a interpretare da sinistra le stesse esigenze della popolazione che hanno favorito la vittoria di Trump.
Per dirla in breve, Nixon vuole far saltare il tavolo, Ossoff vuole ripulirlo dal caos lasciato da Trump, Osborn e Peltola vogliono farci sedere sia le istanze dei repubblicani sia quelle dei democratici. Gli ultimi due sono i profili che potremmo definire “populisti”, ma data la crisi di sistema attuale nemmeno le rassicurazioni di Ossoff e le battaglie di Nixon possono considerarsi del tutto attendibili e realizzabili.
Siamo in un’era in cui servirà molta inventiva per uscire dalla caotica e irrequieta presidenza Trump. Il Partito democratico sembra aver finalmente capito che non esiste una ricetta unica, ma tante ricette possibili, da adattare ai singoli territori e ai singoli candidati. È l’unica strada per ottenere una vittoria che limiti i poteri del Presidente, raggiungendo la soglia di 51 senatori democratici o almeno “non repubblicani”. Certo, per governare, trovare una sintesi tra queste anime sarà molto complicato.
Foto dalla pagina Facebook di Mary Peltola
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