Geopolitica
Albania, dalla spiaggia alle piazze
Da più di un mese ormai una folla si raccoglie nelle strade di Tirana dopo le 19 per chiedere le dimissioni del governo Edi Rama e la fine di un sistema politico che costringe centinaia di migliaia di giovani a emigrare. La chiamano la “Rivoluzione dei fenicotteri”.
Questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter di PuntoCritico.info in data 21 Luglio 2026.
Capisci che è una rivoluzione nata dai giovani dai cartelli che sventolano nelle serate afose di Tirana. Un oceano di meme e battute sarcastiche, il linguaggio internazionale dei GenZ e Millennial, che attraverso immagini buffe o ironiche dissacra il potere e lo riduce a battute da stories su Instagram. È la generazione social albanese, che da una spiaggia sulla costa adriatica ha allargato il fronte dello scontro con Edi Rama, al suo terzo governo, portandolo nelle strade della capitale. Una coorte di giovani stanchi di essere costretti a rimanere in miseria o a emigrare per necessità, mentre il paese diventa oggetto di trattativa privata tra le istituzioni e le oligarchie mondiali.
Distanze siderali
«Una delle prime ragioni della protesta, che sta contribuendo a tenerla in piedi, è che tutti ormai in Albania notano un’enorme distanza tra chi governa e i cittadini – mi spiega l’analista di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa Gentiola Madhi, originaria dell’Albania – ormai il potere si è rivelato un sistema per sovvenzionare gruppi di oligarchi. La protesta quindi si tiene insieme anche grazie a questo, l’insoddisfazione per un problema in comune». Il 14 luglio l’ultimo corteo, alle 19 per evitare le temperature improponibili dell’estate albanese. È il 45esimo, e gli organizzatori hanno promesso che non sarà l’ultimo. «I manifestanti vogliono le dimissioni del governo Rama Ter e modifiche alla legge sugli investimenti strategici che ha permesso lo svilupparsi dello scandalo del resort di Kushner, una norma che prevede deroghe alla conservazione del patrimonio ambientale e espropri di proprietà privata per opere pubbliche di interesse nazionale».
Un tentativo di ridimensionare la situazione è arrivato dall’Europa. L’Albania infatti ha chiuso il 14 le discussioni su tre dei 33 capitoli aperti per negoziare l’ingresso di Tirana nell’Unione Europea. Capitoli tendenzialmente innocui – Scienza e ricerca (25), Educazione e Cultura (26) e Relazioni Internazionali (30); quello che è importante è stato l’assist di Marta Kos, Commissario europeo per l’allargamento e la politica europea di vicinato, che in conferenza stampa ha dichiarato che il premier Rama ha promesso a Bruxelles di rivedere la legge sugli investimenti strategici, quella Legge n. 55/2015 (poi ampliata nel 2024) che garantisce una serie di agevolazioni e pratiche velocizzate per gli investitori stranieri che vogliono fare affari in Albania, in particolare nel settore turistico. E Kos ha dichiarato che questa decisione sarebbe stata sul tavolo “da diversi mesi”. «Quando Rama aveva ventilato l’ipotesi di rivedere la legge, era stata letta giustamente come una vittoria delle piazze. Dire che sono mesi che ci pensa è come dire “non siete stati voi a fargli cambiare idea”» osserva Madhi. Un modo insomma per contenere anche simbolicamente la protesta e le sue conseguenze.
Dalla piazza alle urne?
Quando iniziano questi movimenti dal basso tendenzialmente ci si chiede: e poi? Quando dalle parole si passerà ai fatti, nell’ipotesi che veramente Rama dopo aver passato mesi a insultare non certo velatamente i manifestanti dando loro dei “cretini” e dei “bamboccioni” e letteralmente mandandoli a fare… quando si arriverà alle urne, cosa succederà? Qui entra in scena la seconda proposta della piazza: un governo tecnico incaricato di gestire il paese per un anno e soprattutto cambiare la cornice istituzionale dell’Albania, con una nuova legge elettorale che permetterebbe anche ai piccoli partiti di accedere più facilmente ai 140 posti in palio nell’emiciclo di Tirana. Una rivoluzione, in un paese governato per anni da due mastodontici partiti, il partito socialista di Edi Rama e il Partito Democratico d’Albania di centro destra. Un cambiamento che potrebbe portare anche piccoli partiti nati come movimenti di sinistra dal basso a sedere con gli altri in Parlamento. «Lëvizja Bashkë – Movimento Insieme è nato come un movimento politico di sinistra e socialdemocratico ed esiste dal 2011, siamo poi diventati un partito nel 2022» mi spiega Alfred Bushi, candidato del movimento. «Al centro della nostra agenda ci sono le tasse per i super ricchi, un governo di vero welfare che promuova i settori strategici come l’agricoltura e in generale un ampliamento dello stato di diritto in difesa dei meno abbienti». Che sono, in Albania, una discreta maggioranza. «Qui i prezzi con il turismo stanno crescendo mentre le nostre pensioni e i nostri salari restano gli stessi». Le pensioni, in particolare, sono tra le più basse d’Europa: «La pensione minima è di 100 euro, in media si prende intorno ai 190 euro con cui se tutto va bene vivi sì e no 10 giorni».
Non va meglio per chi cerca casa. «Poco tempo fa ho dato un’occhiata al mercato immobiliare – racconta Madhi – ormai i prezzi hanno raggiunto i 6 mila euro al metro quadro. Per un appartamento familiare da 80 mq, vuol dire 480 mila euro, quasi i prezzi che si vedono qui a Verona. E lo stipendio medio è di 500 euro». Non essendo ancora membro dell’Unione Europea, niente fondi di coesione, niente controlli sul paradosso immobiliare per cui nonostante immensi investimenti nel cemento e nel mattone mancano case a prezzi accessibili per le famiglie albanesi. Un controsenso spiegabile solo se quelle case, in realtà, servono a nascondere altro. Su questo punto sia Bushi che Madhi concordano: in linea di massima, il settore edilizio in Albania è una grande macchina di riciclaggio di denaro, in cui come già sottolineato da diverse inchieste giornalistiche tra cui quella di Report ci sono le mani anche della grande criminalità organizzata italiana, dalla ’Ndrangheta alla Camorra. «Aprono un cantiere, prendono i finanziamenti, e poi sorprendentemente il cantiere senza nemmeno aver mai messo giù un mattone “fallisce” e chiude. E intanto i soldi sono stati intascati. Certo, quando del cantiere non c’è solo il rendering» spiega Alfred, mentre Gentiola Madhi in un’altra intervista osserva: «Recentemente è stata promossa la pubblicazione di un libro, “Albanian Files”, di un editore di Zurigo. Una carrellata di 60 capitoli dedicati a opere edilizie in Albania, di altrettanti archistar e architetti famosi, per di più con una prefazione di Edi Rama stesso. Doveva essere una promozione, ha fatto l’effetto opposto. Il problema è che dietro alla costruzione di diverse opere architettoniche c’erano gruppi immobiliari di oligarchi, che tra le altre cose possiedono anche diverse emittenti televisive». Un’altra tecnica è espropriare terreni privati utilizzando cavilli catastali, per poterli vendere come beni pubblici strategici, spesso senza che i proprietari lo sappiano: «Recentemente un investitore albanese negli USA ha cercato di cedere terreni privati presentati come demanio a un fondo di investimenti siriano. Hanno bloccato 120 milioni di euro. I residenti erano ignari».
Uno dei motivi per cui lo scandalo di Sazan, prima di diventare virale, in Albania era stato tenuto sotto controllo grazie a un sistema di media controllati da magnati dell’edilizia e oligarchi delle istituzioni. «E in tutto questo mancano i servizi di base – lamenta Bushi – Rama dice di costruire per il progresso dell’Albania, e dalla piazza gli rispondono “Certo, mentre tu svendi il paese, nei pronto soccorso mancano i medicinali”». Uno slogan che in effetti rimbalza anche sulle bacheche, soprattutto dopo che Rama, sempre più alienato dalle domande del Paese, ha deciso di investire 4 milioni di euro di sovvenzioni statali per ospitare un concerto di Kanye West. Un gesto che, al di là della figura controversa di “Ye” (antisemita, omofobo, paradossalmente razzista e filo MAGA) getta un’ulteriore ombra sulla capacità di Rama di saper leggere le piazze. «Quello che ha fatto arrabbiare i cittadini è questo regalare la patria all’estero. Questa cessione a un oligarca straniero della terra albanese è un’azione detestata dagli Albanesi, sembra quasi un’occupazione e, per motivi storici, l’idea di essere circondati e occupati non è per niente rassicurante. Tutto questo – sottolinea Bushi – a spese dello Stato sociale albanese».
Vecchi rancori, nuove sfide
Ma chi è lo Stato sociale albanese? Quello che ha preso l’aereo o ha organizzato macchinate dall’Italia a Tirana per unirsi alle manifestazioni: la Diaspora. Dal 2021 dall’Albania sono partite 130 mila persone circa. Non solo manovali e tecnici, ma anche accademici, intellettuali, ricercatori. Una fuga di cervelli verso le opportunità europee che alimenta la fiamma dello scontento nelle strade di Tirana. «Alla televisione ho visto delle signore anziane che hanno detto che non è giusto che i ragazzi debbano andarsene mentre qua i soldi li fa la corruzione. Una volta – commenta orgogliosa Madhi – sui giornali albanesi ogni estate vedevo comparire il titolo “Tornano gli emigrati”. Come se fossimo una categoria “altra”, allontanati e a distanza. Oggi siamo “la diaspora”, siamo contattati e aggiornati su tutto quello che succede, la spaccatura si è ridotta. È un sintomo di un cambiamento non solo linguistico, ma sociale». Bushi commenta: «La diaspora albanese è lo Stato sociale albanese. Solo grazie alle rimesse da chi vive all’estero si riesce a racimolare quello che serve per tirare avanti». Una diaspora molto giovane, fatta di ragazzi senza opportunità che scappano dalla loro terra (uno scenario purtroppo noto anche in Italia). Mi viene spontaneo chiedermi: proteste di giovani in Serbia, proteste di giovani in Albania…vuoi vedere che la gioventù balcanica potrebbe diventare un movimento compatto, superando il passato di guerre etniche e genocidi della regione? «Nel breve periodo non credo sarà possibile – mi corregge Madhi – i ragazzi di Belgrado non hanno messo mai a programma una revisione delle idee serbe sul Kosovo. È una questione nazionale molto sentita, e finché non si riuscirà ad accettare che certe cose non possono essere cambiate, dubito che i movimenti potranno unirsi, anche se condividono alcuni principi».
Intanto, per ora, la protesta resta non violenta salvo casi sporadici come gli scontri avvenuti fuori dallo stadio, dove si giocava Israele vs Albania (ma più legati a motivi di sicurezza della nazionale di Tel Aviv che alle proteste in sé). Tra le ragioni della piazza la presunta notizia (per ora smentita) di una cessione dell’isola di Saseno allo stato di Israele. Certo, c’è anche da dire che il promotore del progetto del resort sull’isola, Jared Kushner, è in rapporti più che ottimi con i fondi di investimento immobiliari israeliani. Un’altra notizia che circola è che il resort a Saseno sia una copertura per trasformare l’isola in una base bellica americana, che chiuderebbe così l’Adriatico. È possibile? Madhi sorride : «Non credo che Trump farebbe troppi giri di parole per chiedere di costruire una base militare, lo pretenderebbe e basta. Inoltre – aggiunge – è vero che da quanto è trapelato, anche se mai confermato, ci sono dei bunker a Sazan, perché sì, in passato era una base militare. Ma è anche vero che ha già delle basi, anche più comode, come Kuçovë a 80 chilometri da Tirana».
Proteste così comunque «non si vedevano dalla caduta del regime. L’Albania di solito finisce sui giornali in modo superficiale, per scontri violenti, calamità naturali, questioni di migrazioni». Questa volta, è la protagonista di una rivoluzione giovane. Quella dei giovani a cui Rama ha detto “Vaffanculo” («come può non sembrare uno squilibrato un premier che reagisce così?» commenta Bushi), che il presidente ha etichettato come “lavativi da bar”. E che ha riempito di strade in un’onda lunga di proteste partita da una spiaggia rosa di fenicotteri sull’Adriatico.
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