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Geopolitica

Yemen: l’escalation silenziosa

Analisi dell’escalation del conflitto in Yemen: attacchi di Ansar Allah, vittime civili, Bab el Mandeb militarizzato e allarme dell’ONU.

20 Agosto 2026

La guerra che rifiuta di morire e la fragilità del multilateralismo

Da oltre un decennio, lo Yemen vive in uno stato di guerra che non viene mai davvero nominata, un conflitto che si trasforma, si frammenta, si ricompone, ma non si ferma. Le dichiarazioni di cessate il fuoco, le tregue parziali, i negoziati falliti e le mediazioni regionali hanno creato l’illusione di una guerra “congelata”. Tuttavia, dietro questa facciata diplomatica, le dinamiche militari continuano a svilupparsi, spesso lontano dai radar mediatici.

L’allarme lanciato dal Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, il 17 agosto 2026, si inserisce in questo panorama di instabilità cronica. Gli attacchi recenti attribuiti ad Ansar Allah — contro campi di sfollati, infrastrutture portuali e navi civili — ricordano che la guerra yemenita non è mai uscita dal suo ciclo di violenza. Rivelano anche la fragilità di un equilibrio politico e militare che si regge più sull’esaurimento degli attori che su una reale volontà di pace.

Un conflitto che si sposta, ma non si estingue

Le ostilità delle ultime settimane non sono un episodio isolato. Si inseriscono in una logica di pressione graduale, in cui Ansar Allah cerca di consolidare le proprie posizioni militari testando al contempo i limiti della risposta internazionale. Gli attacchi a Ma’rib, Ta’izz e allo stretto di Bab el‑Mandeb mostrano una strategia che combina controllo territoriale, perturbazione economica e dimostrazione di forza.

Il missile che ha colpito il campo di Jaw al‑Naseem, ferendo civili tra cui un bambino, illustra l’estrema vulnerabilità delle popolazioni sfollate. Questi campi, spesso situati in aree periferiche o vicino a linee del fronte mobili, sono diventati spazi in cui il confine tra civile e militare si dissolve.

Gli attacchi contro il porto di Al‑Mokha, infrastruttura vitale per l’approvvigionamento di beni e carburante, rivelano la volontà di colpire i nervi logistici del Paese. In uno Yemen dove 18 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare, colpire i porti significa colpire la sopravvivenza stessa della popolazione.

Bab el‑Mandeb: uno stretto strategico trasformato in campo di battaglia

L’attacco contro una nave cargo nello stretto di Bab el‑Mandeb, che ha causato la morte di quattro marinai, non è solo una tragedia umana. Rivela la dimensione geopolitica del conflitto yemenita. Bab el‑Mandeb è uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo: un corridoio attraverso cui transitano i flussi energetici tra Golfo, Europa e Africa orientale.

Colpendo una nave civile, Ansar Allah invia un messaggio a diversi destinatari: – al governo yemenita, per mostrare la propria capacità di danno; – alle potenze regionali, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; – agli attori internazionali, per ricordare che la stabilità marittima dipende dalla risoluzione del conflitto yemenita.

La militarizzazione dello stretto fa parte di una tendenza più ampia: la trasformazione delle rotte commerciali in zone di confronto, dove attori non statali cercano di influenzare gli equilibri geopolitici.

La spirale della violenza e l’erosione del diritto internazionale

Gli attacchi contro infrastrutture civili — ospedali, depositi di carburante, complessi residenziali — costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Ma nel contesto yemenita, queste violazioni non sono nuove: si inseriscono in una lunga serie di bombardamenti, blocchi, distruzione di infrastrutture vitali e attacchi indiscriminati condotti da tutte le parti in conflitto.

Il richiamo del Alto Commissario al rispetto del diritto internazionale risuona come un eco lontano in un Paese dove i meccanismi di protezione sono stati sistematicamente indeboliti. La questione non è più solo se gli attori rispettino la legge, ma se la legge abbia ancora la capacità di influenzare i comportamenti in un conflitto diventato strutturalmente anarchico.

Una crisi umanitaria alimentata dalla guerra e dalla geopolitica

Lo Yemen è oggi uno dei Paesi più colpiti dall’insicurezza alimentare. Gli attacchi contro porti, rotte commerciali e infrastrutture di stoccaggio aggravano una situazione già catastrofica. In un Paese dove le importazioni rappresentano oltre l’80% dei bisogni alimentari, ogni missile, ogni drone, ogni esplosione ha un impatto diretto sulla disponibilità di cibo.

La crisi umanitaria non è un danno collaterale: è diventata uno strumento di pressione politica. Gli attori armati sanno che la fame, la scarsità di carburante e la distruzione delle infrastrutture possono essere utilizzate per indebolire l’avversario, controllare le popolazioni o negoziare concessioni.

Il multilateralismo di fronte ai propri limiti

Fin dall’inizio del conflitto, le Nazioni Unite hanno cercato di svolgere un ruolo di mediazione. Ma le dinamiche regionali — rivalità tra Riad e Abu Dhabi, ruolo dell’Iran, frammentazione delle milizie locali — hanno progressivamente marginalizzato gli sforzi diplomatici.

La dichiarazione di Volker Türk evidenzia una realtà che il sistema multilaterale fatica a riconoscere: lo Yemen è diventato un terreno in cui le norme internazionali vengono costantemente eluse, dove i meccanismi di protezione sono insufficienti e dove gli appelli alla moderazione si scontrano con logiche militari profondamente radicate.

Il conflitto yemenita rivela anche la crisi più ampia del multilateralismo contemporaneo: – incapacità di imporre meccanismi di responsabilità; – difficoltà nel mantenere tregue durature; – marginalizzazione delle istituzioni internazionali di fronte ad agende regionali.

Un Paese sull’orlo del baratro, ma non senza voce

Nonostante la violenza, la frammentazione e l’esaurimento, la società yemenita continua a resistere. Organizzazioni locali, reti di solidarietà, giornalisti e difensori dei diritti umani cercano di documentare le violazioni, proteggere i civili e mantenere un minimo di coesione sociale.

Ma il loro margine di azione si riduce man mano che la violenza si sposta verso infrastrutture vitali e rotte commerciali. La domanda centrale è ora quanto a lungo lo Yemen potrà sopportare una guerra che continua a mutare, e una comunità internazionale che fatica a imporre limiti.

La guerra che rifiuta di morire

L’escalation attuale non è un semplice episodio. È il sintomo di un conflitto che rifiuta di morire, di un Paese intrappolato in una spirale in cui ogni attacco alimenta il successivo, ogni violazione indebolisce ulteriormente i meccanismi di protezione, ogni silenzio internazionale apre la strada a nuove trasgressioni.

Lo Yemen non ha bisogno di nuovi appelli alla moderazione: ha bisogno di un impegno politico reale, di una pressione internazionale coerente e di un riconoscimento chiaro che la protezione dei civili non può più essere relegata in secondo piano. Senza questo, la guerra continuerà a spostarsi, mutare, espandersi — e divorare un Paese già spezzato.

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