America

Il referendum che Trump non voleva

La sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato è stata la sconfitta di un metodo: governare rivolti non a tutto il paese, ma solo alla propria base, per provocazione permanente, per nemico esterno. Molti americani hanno agito di conseguenza: hanno punito il “nemico interno”

4 Novembre 2026

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 non sono state una semplice alternanza. Sono state una sanzione storica. I Democratici hanno conquistato la maggioranza sia al Senato che alla Camera, avendo la meglio anche in diverse roccaforti repubblicane, e infliggendo una dura sconfitta al presidente Donald Trump.  Da sempre le elezioni di metà mandato sono anche una sorta di referendum sul presidente in carica. Ma mai come questa volta il giudizio dei votanti sul presidente in carica ha avuto un peso così determinante sul risultato finale

Tre fatti nuovi hanno trasformato questa consultazione in una solenne bocciatura del presidente in carica:

– La guerra in Iran. È il fattore che Trump stesso ha dovuto ammettere. Dopo due anni di retorica sull’America First, l’elettorato – soprattutto indipendenti e giovani – ha votato contro un conflitto costoso, impopolare e senza via d’uscita, che ha fatto esplodere il prezzo del carburante e ha riportato le bare coperte da bandiera nei telegiornali locali.

– La caduta delle roccaforti evangeliche e del Sud. Il simbolo è il Kansas: Adam Hamilton, pastore di una delle più grandi chiese evangeliche del Paese, è diventato il primo democratico a conquistare un seggio al Senato dalla Grande Depressione, quasi un secolo fa. Se un pastore progressista vince in Kansas, se la Carolina del Sud e il Texas girano al blu, non è un’ondata. È una frattura culturale. La base evangelica non ha più votato compatta, spaccata su aborto, assistenza sanitaria e, di nuovo, sulla guerra.

– L’economia reale contro l’economia raccontata. Moltissimi elettori, hanno usato le  elezioni di metà mandato di per infliggere una sanzione storica a Donald Trump e ai repubblicani. L’inflazione accumulata nei primi due anni del mandato presidenziale, i tassi sui mutui sopra il 7% e i tagli sulla spesa pubblica hanno pesato più di ogni comizio.

Trump rimane presidente, ma dal prossimo gennaio dovrà confrontarsi con un Congresso guidato dall’opposizione. Ha già detto al New York Times di essere disposto ad accettare i risultati, una frase che fino a ieri sembrava non scontata. Questa non è stata solo la vittoria dei Democratici. È stata soprattutto la sconfitta di un metodo: governare rivolti non a tutto il paese, ma solo alla propria  base, per provocazione permanente, per nemico esterno. Molti americani, alla fine, si sono comportati di conseguenza: hanno scelto un nemico interno da punire.

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