America
Trump perde il congresso e molti americani che lo avevano votato
Midterm USA 2026, il voto contro Trump raccontato da Wall Street Journal, Associated Press e Financial Times: economia, giovani e ispanici cambiano gli equilibri. Decisive le queestioni economiche e la povertà crescente.
La notizia della notte elettorale americana è che Donald Trump al Midterm 2026 ha perso il controllo del Congresso e l’analisi del voto contiene una notizia politicamente molto rilevante: una parte significativa degli elettori che lo avevano riportato alla Casa Bianca nel novembre 2024, appena due anni dopo ha deciso di voltargli le spalle. Non soltanto gli indipendenti, tradizionalmente mobili nelle elezioni americane, ma anche giovani, ispanici e segmenti dell’elettorato popolare che avevano contribuito a costruire la sua vittoria presidenziale.
È questa la chiave di lettura che emerge dalle prime analisi del Wall Street Journal, dell’Associated Press e del Financial Times. Tre osservatori diversi, che convergono su una questione fondamentale: Trump aveva vinto promettendo di migliorare le condizioni materiali degli americani e di restituire loro il controllo del proprio destino. Due anni dopo, molti elettori sembrano ritenere che non abbia mantenuto quella promessa.
Il Wall Street Journal, nell’analisi del Midterm 2026 firmata da Alex Leary e Lindsay Wise, parla di una «astonishing rebuke», una sorprendente bocciatura del presidente. Il quotidiano finanziario americano sottolinea come il voto abbia sottratto ai repubblicani il controllo del Congresso in un clima di diffusa insoddisfazione economica, alimentata dall’aumento dei prezzi, dalle conseguenze della guerra in Iran e dalle controversie sulle politiche dell’amministrazione.
Ma il punto più interessante riguarda la composizione sociale del voto. Secondo i primi dati analizzati dal giornale, i democratici hanno recuperato terreno tra gli indipendenti e presso gruppi che nel 2024 avevano contribuito alla vittoria repubblicana. Il vantaggio democratico tra gli elettori indipendenti sarebbe passato da sei a diciassette punti percentuali. Anche fra gli ispanici, gli afroamericani e i bianchi senza titolo universitario emergono segnali di allontanamento dal Partito Repubblicano.
La questione è cruciale perché la vittoria di Trump nel 2024 non era stata soltanto una ripetizione di quella del 2016. Aveva mostrato la capacità del presidente di allargare il proprio consenso oltre i confini tradizionali della destra americana, intercettando elettori popolari, minoranze e giovani. La sconfitta di oggi suggerisce che una parte di quell’allargamento fosse meno consolidata di quanto apparisse.
I dati dell’Associated Press permettono di misurare meglio il fenomeno. L’AP Voter Poll, una vasta indagine condotta su circa 80 mila elettori in tutti i cinquanta Stati, mostra che circa sette giovani su dieci, fra quelli che hanno votato e hanno meno di trent’anni, hanno scelto un candidato democratico alla Camera. Due anni fa, alle presidenziali, gli elettori della stessa fascia d’età si erano divisi quasi equamente tra Trump e Kamala Harris.
Anche tra gli ispanici si registra un cambiamento significativo. Circa sei su dieci hanno votato democratico alla Camera, mentre soltanto un terzo ha scelto un candidato repubblicano. Nel 2024 Trump aveva ottenuto il sostegno di circa quattro elettori ispanici su dieci. Sono confronti fra consultazioni differenti, che richiedono cautela, ma indicano una direzione abbastanza chiara.
L’indagine dell’Associated Press mostra soprattutto quanto sia stato determinante il giudizio sul presidente. Circa quattro elettori su dieci hanno dichiarato di aver votato per «to express opposition», esprimere opposizione a Trump. Meno di due su dieci hanno invece votato per manifestargli sostegno. Per gli altri, il presidente non ha rappresentato un fattore decisivo.
Il dato non è sorprendente per un’elezione di metà mandato, tradizionalmente utilizzata dagli americani per giudicare l’amministrazione in carica. Lo diventa però se lo si collega a un altro risultato della stessa indagine: circa sette elettori su dieci ritengono che il Congresso non faccia abbastanza per controllare il potere presidenziale. Non si tratta soltanto di una richiesta di cambiamento politico, ma anche di una domanda di riequilibrio istituzionale.
È un orientamento che attraversa l’elettorato indipendente e coinvolge persino una parte di quello repubblicano. Il Congresso, agli occhi di molti americani, ha esercitato troppo poco la propria funzione di controllo nei confronti della Casa Bianca.
Resta però da capire quanto di questa sconfitta sia attribuibile alla politica e quanto all’economia. Qui diventa importante la lettura del Financial Times, che nella sua newsletter del 4 novembre racconta l’ondata democratica dentro un contesto segnato soprattutto dal costo della vita.
L’inflazione, i prezzi dei generi alimentari, il costo della benzina e le conseguenze economiche della guerra in Iran hanno rappresentato fattori centrali nella campagna elettorale. La questione non è soltanto quanto sia cresciuta l’economia americana, ma quanto gli elettori percepiscano un miglioramento della propria condizione personale. È la distanza, spesso decisiva nelle elezioni, tra gli indicatori macroeconomici e la vita quotidiana delle famiglie.
Anche su questo terreno l’AP Voter Poll offre indicazioni significative. Circa quattro elettori su dieci considerano l’economia il problema principale del Paese, mentre tre su dieci indicano lo stato della democrazia. Per circa metà degli intervistati il costo della vita e la corruzione governativa hanno avuto un peso cruciale nella scelta elettorale.
Trump aveva costruito una parte importante del proprio successo sulla promessa di abbassare i prezzi, difendere i redditi e proteggere gli americani dalle conseguenze della globalizzazione. Il voto suggerisce che molti cittadini non riconoscano nei risultati della sua amministrazione il miglioramento atteso. E che le preoccupazioni economiche abbiano finito per prevalere su temi, come immigrazione e sicurezza, sui quali il presidente aveva costruito una parte rilevante della propria identità politica.
C’è però un ultimo dato, indispensabile per non confondere la sconfitta repubblicana con una definitiva riconquista democratica del Paese. La stessa Associated Press osserva che il Partito Democratico non gode di una popolarità particolarmente elevata. Meno della metà degli elettori ne esprime un giudizio favorevole, mentre resta diffusa la sfiducia nei confronti di entrambi i grandi partiti.
In altre parole, gli americani hanno votato contro Trump assai più chiaramente di quanto abbiano votato a favore di un nuovo progetto democratico. Il risultato consegna all’opposizione il potere di controllare il Congresso, ma non risolve il problema della costruzione di una maggioranza politica e sociale capace di durare fino alle presidenziali del 2028.
Per Trump la difficoltà è speculare. Il presidente conserva un nucleo di sostenitori fedeli, ma la sua capacità di attrarre elettori esterni a quel nucleo è indebolita. La coalizione che lo aveva riportato alla Casa Bianca si è dimostrata vulnerabile proprio sul terreno sul quale aveva costruito le sue promesse più concrete: il benessere economico e il potere d’acquisto.
Il messaggio dei Midterm, allora, non è ancora che l’America sia diventata in maggioranza democratica. Ci dice invece con chiarezza che una parte decisiva dell’America che aveva scelto Trump ha smesso di credere che Trump possa migliorare la propria vita.
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