Memoria e Futuro
Fatti di carta straccia
Il Fatto Quotidiano vive una strana crisi in questo momento, diversa da quella di tutti gli altri quotidiani cartacei italiani. A leggere i dati, cresce e muore nello stesso istante. I numeri lo raccontano se sai leggerli: diffusione in rialzo del dieci virgola sei per cento, abbonamenti digitali moltiplicati, utenti che arrivano in frotte. Ma l’Ebitda precipita, la perdita si aggrava, i ricavi editoriali crollano del sette virgola quattro per cento, e gli abbonamenti che costano novantanove euro e novantanove centesimi all’anno — praticamente la metà, a stime generose, di quanto costerebbe un abbonamento serio — non bastano neanche a coprire il buco.
Travaglio tempo fa, di fronte al primo fuoriuscire di notizie relative alla crisi dei conti dell’editore che finanzia il progetto di cui è dominus incontrastato, ha scritto che serve tornare alle origini, ridurre le pagine, stringere i testi. Detto con franchezza: è la dichiarazione di una resa. Non è una scelta editoriale. È una confessione. Significa ammettere che il modello non reggeva, che la macchina era diventata troppo grossa per il carburante che la alimentava, che la gente leggeva solo per curiosità morbosa, non per capire. E allora accorciamo. Almeno il danno sarà ridotto.
Ma il vero problema non è economico, è stilistico. È la linea. Chi ha avuto modo di leggerlo dall’inizio sa che Travaglio ha elevato a metodo quello che una volta si chiamava «fare il pagliaccio» — e lo dico senza volontà d’insulto, ma con una precisione che merita rispetto (Pannella avrebbe detto, “in senso tecnico”). Ha preso lo stile del Bagaglino, quel varietà di Roma dove gli sketch si fondavano sul corpo, sui nomignoli, sulla deformazione sarcastica del nemico politico, e le ha trasferite in un giornale. Gli articoli di Corrias su Marina Berlusconi, la tirata di Lucarelli su Silvia Salis: è quello. È circo. È la miscela letale tra un’ossessione antiberlusconiana che ormai dura quindici anni e l’incapacità di riconoscere quando l’ossessione diventa tossica, quando smette di essere controllo del potere e inizia a essere disprezzo puro per tutti i potenziali avversari.
Travaglio infarcisce i suoi pezzi di nomignoli. Lo fa con l’ironia del cronista che pensa di essere più furbo, ma è solo più volgare. Quando descrive il corpo di un uomo o di una donna con sarcasmo, quando ridacchia sulla voce, sulla postura, sugli occhiali, non sta facendo critica politica. Sta facendo quello che gli avrebbe proibito qualsiasi direttore di testata seria. E invece qui funziona, perché la redazione lo ha seguito in questa caduta. Corrias e Lucarelli non sono due eccezioni — sono la norma che il giornale ha scelto. È il respiro quotidiano della casa. E questo probabilmente al lettore del Fatto piace come piacciono i titoli imbarazzanti della Verità e di Libero a quelli di quei rispettivi giornali.
Il fatto più incredibile per noi è che non ci saremmo mai voluti trovare dalla parte di Marina Berlusconi. Berlusconi: il cognome stesso è una sintesi di tutto ciò che si è combattuto per decenni — televisione commerciale, volgarità, mancanza di scrupoli. Eppure eccoci qui, costretti a riconoscere che quando l’erede parla di “disprezzo cavernicolo” ha ragione. Nella sua risposta pubblicata su Dagospia — e già questo è un gesto che merita attenzione — scrive:
«Dietro le tante fantasie che Pino Corrias scrive su di me […] si nascondono i peggiori tratti di un disprezzo per il genere femminile che, se vogliamo restare in campo evoluzionistico, definirei “cavernicolo”».
E ancora:
«Per non parlare di una spiccata attitudine a quello che i suoi colleghi progressisti chiamerebbero “body shaming”».
Non è piacevole trovarsi d’accordo con lei. È moralmente scomodo. Ma inevitabile.
E qui arriva il punto più raffinato — e più umiliante per il Fatto. Marina Berlusconi non ha risposto con un’intervista al Corriere, non ha scelto Repubblica, non ha scritto un comunicato ufficiale. Ha scelto Dagospia. Il luogo del gossip politico, del retroscena come spettacolo, della politica trattata come costume. Rispondere lì significa una cosa sola: non riconoscere al Fatto lo status di interlocutore paritario. Significa dire: “Questo è il vostro livello”.
È un gesto di una finezza brutale. Perché trascina il Fatto nel territorio di Dagospia, lo colloca accanto a ciò che per anni ha disprezzato. E infatti Marina affonda il colpo:
«Gli attacchi del Fatto Quotidiano per me sono medaglie al valore, che mi appunto con grande soddisfazione sulla giacca».
E poi, con un sarcasmo che sembra scritto apposta per ferire Travaglio:
«Poverini, deve essere davvero frustrante».
Il silenzio di Travaglio dopo quella lettera non è casuale. Rispondere su Dagospia lo avrebbe ridicolizzato. Rispondere sul Fatto lo avrebbe fatto sembrare serioso contro un gesto volutamente leggero. Qualsiasi mossa sarebbe stata una trappola. E infatti non ha mosso nulla.
Nonostante o, forse, proprio per questo, i lettori aumentano ma arrivano attraverso promozioni che li svalutano, abbonamenti a prezzo da saldo, offerte che dicono: “Sì, sappiamo che vale meno, pagate quello che potete”. È la strategia di chi ha capito che non può più contare sulla qualità percepita. Allora vende quantità a basso prezzo. Esattamente ciò che farebbe una fabbrica di carta straccia.
Travaglio, che per anni ha detto di non volere contributi pubblici, ha finito per dipendere da qualcosa di peggio: dalla lealtà emotiva di un pubblico sempre più ristretto che paga poco per leggere pezzi scritti sempre più male. Questo è il ciclo. L’ossessione genera uno stile debole. Lo stile debole attrae solo chi già pensa come te. I lettori fedeli pagano meno, perché ti sanno in difficoltà. L’editore accorcia le pagine, taglia le spese, punta tutto sul digitale a ribasso. La carta diventa straccia. Il cerchio si chiude.
Negli anni il Fatto ha sempre rivendicato di non prendere contributi pubblici. È una parte identitaria del giornale. Ma negli ultimi tempi, secondo varie ricostruzioni giornalistiche, il gruppo avrebbe fatto richiesta di alcune agevolazioni fiscali previste per tutte le imprese editoriali. Non sono contributi diretti, ma segnano comunque una distanza dalla purezza originaria del racconto che il giornale ha fatto di sé.
E non è nemmeno vero che “una volta” il Fatto fosse diverso. Nella testa di Travaglio, questo stile — il nomignolo, la caricatura, la deformazione — è sempre stato il cuore del progetto. Non c’è stata una caduta: c’è stata una coerenza. Una coerenza che oggi presenta il conto.
Per questo, più che indignarsi, resta solo da augurarsi che la forza dei numeri — quelli veri, quelli che parlano di margini che crollano e ricavi che evaporano — renda finalmente esplicita la fine di un percorso che non ha danneggiato solo il Fatto, ma una parte del giornalismo italiano che per anni ha creduto che quella formula fosse vincente. Che bastasse il sarcasmo per fare informazione, che la caricatura potesse sostituire l’analisi, che il vaudeville fosse un modello replicabile.
Non lo era. Non lo è mai stato. E ora che la macchina si è (quasi) fermata, resta solo da prenderne atto.
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