L'arco di Ulisse
La traccia del legno di Debl
Un soldato israeliano devasta la statua lignea del Cristo in croce. La fotografia lo ritrae mentre con una mazza d’acciaio sta per frantumargli il capo. L’immagine è orribile, non più di quella che ricorda qualsiasi bambino, donna o vecchio palestinese che l’Idf sionista ha eliminato con violenza. Va da sé che l’indignazione di quella parte del mondo cristiano rimasto silenzioso di fronte al genocidio dei gazawi assume un valore di facciata che esprime bene la discrepanza tra i valori religiosi professati e le azioni reali. Nella fattispecie, il “cuore doppio” di tanti che si professano credenti diventa l’emblema di un’ipocrisia insostenibile, dove il gesto religioso si trasforma in “performance”: un atto di fede basso e privo di contenuti, che lo stesso Gesù non amava e condannava aspramente nei farisei.
Bisognerebbe parlare, pertanto, del legno della statua che smette di essere un oggetto inerte per diventare materia viva e simbolo di resistenza spirituale che dà piena testimonianza di sé attraverso la sua distruzione. E si avrebbe la Croce come scudo: il legno colpito per deviare l’odio dai corpi in carne e ossa trasforma la profanazione in un nuovo atto di martirio. In questo senso, la statua resiste alla violenza assorbendola su di sé, proprio come nella dottrina cristiana Gesù ha assorbito il male del mondo. Il legno agisce nel momento in cui la sua rottura mette a nudo la natura dell’aggressore, offrendo una testimonianza visiva inconfutabile che costringe il mondo e i responsabili di azioni tanto ignobili a confrontarsi con un senso di giustezza ormai smarrito. Nella teologia della liberazione Cristo è presente dove c’è ingiustizia. Il legno spezzato a Debl si ricongiunge idealmente alle macerie di Gaza e della Cisgiordania, creando un legame solidale che supera i confini nazionali e si schiera con chiunque venga umiliato e calpestato. La debolezza del legno che si rompe sotto i colpi di una mazza d’acciaio finisce per avere un impatto politico e morale superiore alla forza militare, trasformando il gesto di disprezzo del soldato israeliano in un’occasione di risveglio delle coscienze, dove il legno distrutto diventa più potente di quello intatto perché smuove la dignità umana contro l’orrore.
Colpire quel legno ha significato percuotere il linguaggio universale del dolore. La Croce, prima ancora di essere un simbolo confessionale, rappresenta l’innocente che soffre ingiustamente, il corpo che viene brutalizzato dall’arroganza e l’indegnità del potere. In quest’ottica l’atto del soldato assume una carica simbolica devastante: colpire l’immagine di chi è già vittima (Cristo in croce) rappresenta il grado massimo di sopraffazione. È come se l’odio non si accontentasse di colpire l’uomo vivo, ma volesse annientare anche l’idea stessa che la sofferenza meriti rispetto. Per molti, quel legno martoriato diventa il riflesso dei corpi dei bambini e dei civili sotto le macerie. La statua di Gesù prende i colpi che la carne non può più sopportare, trasformandosi in un’icona moderna della regione e chissà, in un nuovo motivo interreligioso. Chi brandisce la mazza contro un simile simbolo di dolore non sta solo abbattendo una statua, ma ogni riferimento etico che possa mettere un freno alle proprie azioni. Il legno distrutto a Debl, il villaggio cristiano a sud del Libano, diventa la prova tangibile di una deriva dove l’altro non è più un essere umano, ma un oggetto da calpestare. La statua libanese del “Cristo in croce” ha smesso di essere un arredo sacro per diventare qualcosa di diverso, simile a una testimonianza politica e spirituale: il sacrificio del legno grida la dignità di ogni vittima, indipendentemente dalla sua nazionalità o religione.
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