La moda e le mode

Giorgio Armani, un anno dopo: quell’abbraccio che il tempo non potrà cancellare

di Chiara Perrucci 3 Settembre 2026

Ci sono fotografie che raccontano un istante.

E poi ce ne sono alcune che, con il passare del tempo, finiscono per raccontare una vita intera.

Per me, quella fotografia è un abbraccio.

Siamo all’ Armani/Silos , a Milano, nel giorno dell’inaugurazione della mostra dedicata ai vent’anni di Giorgio Armani Privè. Io e il Signor Giorgio Armani siamo vicini, stretti in un gesto che allora aveva assunto per me un significato immenso e che oggi, a un anno dalla sua scomparsa, ne ha uno quasi impossibile da descrivere.

La guardo e mi sembra di rivedere tutto.

La sua presenza.

Il suo sguardo.

La sua eleganza silenziosa.

E soprattutto quella sensazione, difficile da spiegare a parole, che si prova quando ci si trova davanti a una persona che si è ammirata per tutta la vita e che, improvvisamente, è lì, vicina, reale, umana.

Quell’abbraccio oggi lo sento come un dono.

Un dono che allora non potevo sapere quanto sarebbe diventato prezioso.

È passato un anno da quando Giorgio Armani ci ha lasciati.

E ancora oggi faccio fatica a pronunciare questa frase senza sentire qualcosa che si muove dentro.

La sua morte mi ha provocato sgomento.

E dolore.

Un dolore quasi fisico, quello che arriva quando viene a mancare qualcuno che occupava un posto insostituibile nel nostro immaginario, nella nostra professione, nella nostra idea stessa di bellezza.

Per me Giorgio Armani era tutto questo.

Era uno dei grandi nomi della moda mondiale, certo.

Era il genio che aveva costruito uno degli imperi più riconoscibili della storia del Made in Italy

Era il designer che aveva saputo trasformare la sottrazione in lusso, la semplicità in seduzione, la sobrietà in una forma di potere.

Ma era anche l’uomo che ho avuto il privilegio di incontrare nel mio percorso di giovane giornalista di moda.

E quando una persona che hai ammirato così profondamente scompare, non perdi soltanto un protagonista della storia.

Perdi una presenza.

Una certezza.

Una parte del paesaggio della tua vita.

Giorgio Armani ha insegnato al mondo una parola che sembrava semplice e che lui ha reso difficilissima: eleganza.

Non l’eleganza delle sovrastrutture.

Non quella che chiede di essere notata.

Non quella che ha bisogno di esibire il proprio valore.

La sua era un’eleganza che si faceva riconoscere quasi sottovoce.

Armani ha tolto.

Ha alleggerito.

Ha ammorbidito.

Ha cercato l’essenziale.

E proprio attraverso quella sottrazione ha creato un linguaggio universale.

Il suo lavoro ha dimostrato che la bellezza può essere potente senza essere aggressiva, sofisticata senza essere ostentata, contemporanea senza inseguire continuamente il nuovo.

La sobrietà, nelle sue mani, è diventata una forma altissima di creatività.

E il rigore non ha mai soffocato l’estro.

Lo ha alimentato. Quello che forse non si riesce a raccontare abbastanza di Giorgio Armani è la sua capacità di lavorare.

Un attaccamento quasi sovraumano al lavoro.

Una tensione continua verso la perfezione.

Una volontà che sembrava non concedersi tregua.

Dietro ogni abito, ogni collezione, ogni immagine, ogni spazio, c’era una quantità impressionante di pensiero, di controllo, di disciplina.

Armani non sembrava mai disposto a considerare concluso ciò che poteva ancora essere migliorato.

Era questa, forse, la distanza tra il talento e la grandezza.

Il talento può essere un dono.

La grandezza è anche una scelta quotidiana.

E Giorgio Armani quella scelta l’ha fatta per tutta la vita.

Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto per ciò che ha creato. La grandezza di Armani viveva anche nel rapporto con le persone.

Con chi lavorava con lui.

Con la sua squadra.

Con i suoi dipendenti.

Con coloro che avevano condiviso il lungo viaggio della maison.

Dietro l’immagine apparentemente austera del grande couturier esisteva una dimensione profondamente umana, fatta di attenzione, di riconoscenza, di responsabilità e di generosità.

La sua azienda non era semplicemente un’impresa.

Era il luogo nel quale aveva costruito una parte della propria identità e nel quale aveva investito energie, tempo, pensiero e affetti.

Questo legame con il lavoro e con le persone che lo accompagnavano è una delle eredità più importanti che ci lascia.

Perché Giorgio Armani non ha soltanto creato una moda.

Ha creato un modo di intendere il lavoro.

Con serietà.

Con rispetto.

Con disciplina.

Con una responsabilità quasi morale nei confronti di ciò che portava il suo nome.

E poi c’è la sua generosità.

Una generosità che non aveva bisogno di essere esibita.

Forse perché apparteneva al carattere prima ancora che all’immagine.

Armani ha saputo restituire moltissimo alla città di Milano, alla cultura, al cinema, allo sport, alla società.

Ma credo che la sua forma più autentica di generosità fosse anche quella più privata: la capacità di dare attenzione.

Perché il tempo è una delle forme più rare di generosità.

E Giorgio Armani sapeva concedere attenzione.

Sapeva guardare.

Sapeva ascoltare.

E per chi lavorava nel mondo della moda, soprattutto agli inizi, essere guardati e ascoltati da lui significava sentirsi, per un istante, parte di qualcosa di infinitamente più grande.

Oggi torno con il pensiero a quella fotografia all’Armani/Silos.

A quell’abbraccio.

E mi chiedo se, in quel momento, avrei potuto immaginare che un giorno avrei guardato quell’immagine cercando di trattenere dentro di me la presenza di un uomo che non c’era più.

Probabilmente no.

Le fotografie hanno questo straordinario potere: fermano ciò che noi crediamo eterno proprio perché non sappiamo ancora che un giorno ne avremo nostalgia.

Oggi quella foto non rappresenta soltanto un incontro.

Rappresenta un passaggio.

Da un tempo in cui Giorgio Armani era lì, fisicamente, a un tempo in cui è diventato memoria, eredità, cultura.

Eppure, guardandola, non riesco a pensare soltanto alla morte.

Penso alla fortuna.

La fortuna di averlo conosciuto.

La fortuna di aver potuto condividere con lui anche alcuni momenti preziosissimi.

La fortuna di essere stata, nel mio piccolo, testimone di un uomo che ha cambiato per sempre il volto della moda.

A un anno dalla sua scomparsa, il mondo continua a parlare di Giorgio Armani.

Continuerà a farlo.

Perché i suoi abiti resteranno.

Resteranno le sue linee.

I suoi colori.

Le sue proporzioni.

Il suo rigore.

Resteranno le immagini di uomini e donne che, attraverso Armani, hanno imparato che vestirsi non significa semplicemente indossare qualcosa, ma scegliere come stare nel mondo.

Resterà soprattutto un’idea.

L’idea che la vera eleganza non abbia bisogno di rumore.

Che la bellezza non abbia bisogno di eccesso.

Che il lusso più autentico possa coincidere con la misura.

Che il successo più grande non sia necessariamente quello che urla più forte.

E allora forse il tempo, che apparentemente porta via tutto, nel caso di Giorgio Armani sta facendo esattamente il contrario.

Sta togliendo il superfluo.

Come faceva lui con gli abiti.

E più passa il tempo, più rimane l’essenziale.

Rimane l’uomo.

Rimane la sua visione.

Rimane il lavoro.

Rimane la bellezza.

Rimane l’esempio.

Rimane quel modo inconfondibile di aver trasformato una sensibilità personale in un linguaggio compreso in ogni angolo del pianeta.

E rimane, per chi lo ha conosciuto, qualcosa che nessun archivio potrà mai conservare davvero.

Una sensazione.

Un ricordo.

Un gesto.

Uno sguardo.

Un abbraccio.

Oggi quella fotografia all’Armani/Silos la guardo con occhi diversi.

Allora vedevo Giorgio Armani.

Oggi vedo anche il tempo.

Vedo la fortuna di esserci stata.

Vedo la gratitudine per quell’abbraccio che non sapevo sarebbe diventato un ricordo da custodire così gelosamente.

E capisco che forse il vero legame con una persona straordinaria non finisce quando quella persona se ne va.

Si trasforma.

Diventa memoria, insegnamento, nostalgia.

Diventa una presenza invisibile che continua ad accompagnarti.

Per questo, oggi, quando penso a Giorgio Armani, non penso soltanto al Re della moda mondiale.

Penso all’uomo che ha fatto della bellezza una missione, della sobrietà una rivoluzione, del lavoro una forma di rispetto e dell’eleganza una lingua universale.

E penso a quell’abbraccio.

Perché ci sono abbracci che durano, misteriosamente, tutta una vita.

Il mio con Giorgio Armani appartiene a questi ultimi.

Con tutto l’affetto che posso, mio Carissimo Signor Armani,

Chiara Perrucci

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