Memoria e Futuro

La fila dietro Besostri

di Marco Di Salvo 13 Ottobre 2026

Le leggi elettorali le scrivono i partiti, e le scrivono per sé. E su questo non credo si possano avere dubbi di sorta. Non esiste conflitto d’interessi più limpido di un Parlamento che stabilisce con quali regole verrà rieletto. La Costituzione ha previsto un arbitro, la Corte costituzionale, ma ha dimenticato di lasciare una porta aperta a chi vota. Per vent’anni a quella porta ha bussato soprattutto un uomo, con il codice sotto il braccio e una pazienza da certosino.

Felice Besostri veniva dalla politica: sindaco socialista di Borgo San Giovanni negli anni Ottanta, senatore dei Democratici di Sinistra dal 1996 al 2001. Poi scelse di tornare al diritto per fare politica. Nel 2008 provò la scorciatoia e si presentò alla Consulta come componente del corpo elettorale, per sollevare un conflitto tra poteri dello Stato. La Corte rispose che un cittadino solo non è un potere dello Stato. Restava la via lunga.

Nel novembre 2009 l’avvocato Aldo Bozzi e altri ventisette elettori depositarono a Milano un ricorso per lesione del diritto di voto, e Besostri era tra i legali. Tribunale e Corte d’appello dissero di no. La Cassazione si decise il 17 maggio 2013, dopo otto anni di Porcellum e tre elezioni, e il 4 dicembre la Consulta cancellò il premio di maggioranza senza soglia e le liste bloccate. Il Parlamento eletto con quelle regole rimase al suo posto, perché la Corte volle salvare la continuità delle istituzioni. Il cittadino aveva ottenuto una vittoria a danno già fatto.

Con l’esperienza cambiò metodo. Contro l’Italicum presentò ventidue ricorsi in giro per il Paese prima della sua entrata in azione, convinto che non si potesse aspettare altri sei anni una Cassazione. Cinque tribunali, Messina, Torino, Trieste, Genova e Perugia, rimisero gli atti alla Consulta, che il 25 gennaio 2017 annullò il ballottaggio e la facoltà dei capilista di scegliersi il collegio, lasciando in piedi il premio al quaranta per cento. Il risultato più importante stava altrove: la Corte ammise che una legge si potesse contestare quando era già in vigore ma non ancora applicata. Quella legge, scritta dal governo Renzi, non fu mai usata.

Poi la porta si è stretta. Sul Rosatellum, nel dicembre 2017, la Consulta dichiarò inammissibili quattro conflitti di attribuzione, tre presentati da parlamentari legati al Movimento 5 Stelle e uno dal Codacons con un cittadino e un senatore. Besostri commentò che i giudici sembravano dispiaciuti di non poter entrare nel merito. I ricorsi d’urgenza nei tribunali furono respinti, e i loro promotori denunciarono che così il sistema di giustizia costituzionale restava una zona franca, affidata alla discrezione del Parlamento: prima del voto non si può agire, dopo non serve più. Lui lamentava anche un ostacolo più prosaico, cioè che i ricorsi vanno presentati nei ventisei capoluoghi di corte d’appello e non nei centoventi tribunali ordinari.

Besostri è morto a Milano il 6 gennaio 2024, a settantanove anni. Nel novembre precedente aveva presentato con Riccardo Magi un ricorso alla Cedu contro il Rosatellum. La causa dei legali messinesi Palumbo e Pruiti Ciarello è arrivata in Cassazione, che il 27 ottobre 2025 ha rinviato chiedendo una relazione al Massimario, e a luglio 2026 non si era ancora pronunciata. Intanto il Rosatellum è stato sostituito, senza che a quanto risulta la Consulta abbia mai potuto esaminarlo.

Oggi la scena si ripete in grande. Il 26 ottobre sono previsti trenta ricorsi in tutte le corti d’appello, con novantanove avvocati volontari, promossi dalla Rete per un voto libero e uguale insieme a Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa. Contestano il premio di settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, la soglia del quarantadue per cento da raggiungere in entrambe le Camere, le seimila firme per collegio richieste ai partiti senza rappresentanza, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le norme sulla parità di genere. Sperano nelle udienze a metà gennaio e in una sentenza della Consulta tra marzo e giugno, e Stefano Passigli propone di chiedere a Mattarella che le Camere non vengano sciolte prima.

Il metodo è quello: molti tribunali, molti giudici, una sentenza prima del voto. L’ha messo a punto un cittadino e la Consulta l’ha riconosciuto. Adesso lo adottano forze politiche che avevano il Parlamento a disposizione, e al tavolo siede anche il Pd, il partito del governo che scrisse l’Italicum. Può darsi che manchino i numeri, può darsi che servano a poter dire agli elettori di averci provato. Il banco di prova si vedrà quando queste stesse forze torneranno maggioranza e toccherà a loro scrivere le regole.

Il 26 ottobre, davanti alle cancellerie, ci sarà la fila dietro l’avvocato che ne ha tracciato il percorso, anche se in testa lui non può esserci. Se guarda dall’alto, vedrà politici che depositano carte per ottenere da un giudice ciò che avrebbero potuto decidere in Parlamento. Un cittadino ha dovuto dimostrare due volte che le regole del voto si possono mettere in discussione davanti alla Corte costituzionale. A chi le regole le scrive converrebbe scriverle in modo che di ricorsi non ci sia bisogno. Ma questo non è dato, in nessuna delle repubbliche italiane esistenti o sognate.

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