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Cosa vi siete persi

Perturbati trad(i/u)t(t)ori

di Marco Di Salvo 10 Ottobre 2026

Ci sono canzoni che non hanno bisogno delle classifiche per dimostrare quanto valgono, e “Le spalle nell’abbraccio” dei Perturbazione è una di queste. Lo dico senza giri di parole: per me è una delle più belle canzoni italiane degli ultimi decenni. Apriva il racconto di “(dis)amore”, un disco di ventitré canzoni che seguiva un amore dalla nascita alla crisi.

Uscì nel momento peggiore. Il disco era atteso per il 20 marzo 2020 e slittò al 24 aprile, con l’Italia chiusa in casa. Un lavoro tutto dedicato ai sentimenti nasceva in un paese dove nessuno poteva abbracciare nessuno. Sembra un’ironia scritta apposta, ma per i Perturbazione è quasi la norma.

La loro è una storia in cui la fortuna passa sempre un passo più in là. Nascono a Rivoli nel 1988 come gruppo del liceo, esordiscono nel 1998 cantando in inglese e già col lavoro successivo passano all’italiano. Con “In circolo”, nel 2002, il video animato di “Agosto” conquista MTV e un premio importante, e ancora oggi quel disco compare tra i cento migliori italiani secondo Rolling Stone. Il salto, però, non avviene. Nel 2007 arriva il primo disco per una grande casa discografica, “Pianissimo Fortissimo”; doveva essere la consacrazione, fu solo un disco bellissimo. Poi “Musica X”, con la svolta quasi ballabile che spiazzò una parte degli affezionati, e Sanremo 2014, dove arrivarono sesti con “L’unica“. Un momento di luce vera, e di nuovo la strada in salita.

Dopo “(dis)amore”, per quattro anni, niente canzoni nuove. Nel 2024 il disco è un altro: “La Buona Novella”, rilettura integrale dal vivo dell’album di De André del 1970, uscita il 22 marzo per i venticinque anni dalla scomparsa del cantautore. Nasceva da un concerto commissionato al gruppo quasi quindici anni prima e rimasto nel cassetto.

Ed eccoci a ieri. Il 9 ottobre è uscito “Risuona”, e il colpo di scena è che di inediti non ce ne sono. Sono dieci canzoni straniere, tradotte e reinterpretate in italiano. Gli originali compongono un piccolo atlante di ciò che i Perturbazione hanno sempre amato: gli Yazoo (“Only You” diventata “Quel che non ho più”), gli I Am Kloot, gli Stars, i Noah & The Whale, gli Interpol, gli American Music Club, i Nada Surf, gli Efterklang, i Notwist. In apertura c’è “Musica in un’altra lingua”, che in originale è “Music in a Foreign Language” di Lloyd Cole, il quale ha accolto il progetto con simpatia e compare nel disco. Una dichiarazione di poetica, a pensarci bene. Quattro canzoni sono rimaste fuori, perché qualche autore ha detto di no.

Nostalgia ce n’è poca. Cerasuolo lo considera una prosecuzione di “(dis)amore”, con l’assenza a tenere insieme tutto. Basta ascoltare “Quel che non ho più“, dove due innamorati si vedono ancora ma non riescono più a parlarsi, come attraverso un vetro. Dietro c’è una tradizione lunga, quella delle canzoni straniere tradotte, che da noi comincia negli anni Sessanta col beat. Allora si traducevano i successi, qui si traducono canzoni che da noi quasi nessuno conosceva. Sfortunate, in fondo, quanto loro.

E qui devo fare una dichiarazione di parte: De André non mi ha mai conquistato. Lo so, è quasi una bestemmia, ma lasciatemela dire. Il repertorio lo lascio a chi lo ama; il mio fastidio va al rito. In Italia arriva sempre il momento De André nella carriera di un cantante, di un attore, di chiunque abbia una voce e un po’ di ambizione: il tributo, l’anniversario, la serata, il disco. Una patente di serietà da esibire, un modo per sentirsi importanti. Perfino a teatro lo stesso album è passato per Neri Marcorè. L’ironia è che i Perturbazione stessi hanno ammesso di non essere dei fan di De André né degli esperti, pur riconoscendo che fare quel disco è stata un’occasione bellissima. A loro non attribuisco colpe, il bersaglio è il sistema in cui anche chi non è fan deve passare dal rito, perché è lì che il paese applaude. Verrà un giorno in cui faremo a meno di recuperare De André. Ma questa è un’altra storia.

Quella che ci riguarda è un’altra. Siamo un paese che ama i gruppi quando sono finiti e li ignora mentre lavorano. Un critico, nel 2020, scriveva che il mercato va bene per i numeri, per i gadget, per la gara al tutto esaurito, ma che la musica è altra cosa. Sei anni dopo la distanza si è allargata, perché l’indie è diventato pop da palazzetti, applaudito, imitato e spesso svuotato, mentre chi ha costruito quella lingua, quel modo di cantare i sentimenti senza alzare la voce, resta ai margini a ricevere pacche sulle spalle.

I Perturbazione non si lamentano, e fanno bene. Ma noi, che li ascoltiamo da tempo, qualche domanda dovremmo farcela. Perché “Le spalle nell’abbraccio” non sia tra le canzoni che tutti si scambiano. Perché a loro tocca sempre arrivare un po’ dopo, o un po’ in anticipo.

Ascoltate “Risuona”, disco perfetto per questo inizio di autunno. Poi mettete su “(dis)amore“. E poi chiedetevi dove eravate quando ve lo siete perso.

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