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Salute mentale

Chiedere aiuto non basta: chi può permettersi di stare meglio?

Chiedere aiuto è il primo passo. Ma tra costi, attese e servizi poco accessibili, prendersi cura della propria salute mentale dipende ancora troppo dalle risorse di cui si dispone.

10 Ottobre 2026

Quante volte possiamo dire a una persona “chiedi aiuto” senza domandarci che cosa succederà quando proverà a farlo? Per quanto il consiglio possa essere giusto, trovare un professionista, capire a quale servizio rivolgersi, ottenere un appuntamento e riuscire a continuare il percorso non è sempre semplice per chi soffre, poiché tra riconoscere un bisogno e ricevere assistenza possono inserirsi ostacoli che la buona volontà individuale non risolve.

Oggi, è 10 ottobre, Giornata mondiale della salute mentale: la ricorrenza offre l’occasione per guardare oltre gli inviti a parlare del proprio disagio. Una società capace di ascoltare dovrebbe essere anche capace di rispondere, altrimenti, chiediamo alle persone di esporsi, di raccontare difficoltà intime e di superare la vergogna, senza assicurarci che dall’altra parte esista una possibilità accessibile di cura.

L’attenzione cresce, la fiducia nei servizi meno

L’indagine Ipsos pubblicata l’8 ottobre 2026 restituisce una distanza significativa: l’81% degli intervistati italiani considera la salute mentale importante quanto quella fisica, ma soltanto il 38% ritiene che il sistema sanitario riservi loro la stessa attenzione. Inoltre, il 41% indica la salute mentale tra le principali preoccupazioni sanitarie del Paese, contro il 18% del 2018.

Le opinioni raccolte nel corso del sondaggio non sono diagnosi né una misurazione diretta della qualità dell’assistenza; però, evidenziano che il tema ha acquistato visibilità e che questa attenzione non coincide, nella percezione degli intervistati, con una risposta sanitaria equivalente. È su tale scarto che va concentrato il dibattito: quali servizi rendiamo raggiungibili?

Un secondo quadro arriva dal Rapporto salute mentale del Ministero della Salute: nel 2024 i servizi specialistici hanno assistito 845.516 persone adulte. La rilevazione presenta limiti territoriali, perché mancano i dati dell’Abruzzo e quelli del Molise sono incompleti. Le donne rappresentano il 55,9% degli assistiti; il 66,3% ha più di 45 anni.

Questi numeri riguardano l’utenza registrata dai servizi, non tutte le persone che attraversano un disagio psicologico, dato che non comprendono automaticamente chi ricorre esclusivamente al privato e non permettono, da soli, di calcolare quanti restino senza assistenza.

Anche la distinzione fra bisogni è essenziale, in quanto un periodo difficile non coincide necessariamente con un disturbo psichiatrico; sostegno psicologico, psicoterapia e assistenza psichiatrica non sono prestazioni intercambiabili. L’accessibilità comincia dalla possibilità di ottenere una valutazione appropriata, senza essere costretti a formulare da soli una diagnosi o a scegliere un trattamento sulla base di ciò che compare online.

Il costo di cominciare, quello di continuare

Sul versante economico, basta un esempio ipotetico: quattro incontri mensili da 60 euro costano 240 euro. E parliamoci chiaramente, per una persona con 1.300 euro netti al mese significa destinare circa il 18% dello stipendio al percorso, prima di considerare affitto, alimentazione e trasporti. Il calcolo mostra quanto una spesa continuativa possa pesare sulle tasche di chi ricorre ad un aiuto per la cura della salute mentale. Va ribadito, ovviamente, che la questione non è contestare il compenso dei professionisti, ma interrogarsi su chi possa sostenerlo. Cominciare un percorso e mantenerlo sono due possibilità diverse e vanno considerate le possibilità economiche del singolo assistito. Una spesa affrontabile per qualche settimana può diventare difficile dopo mesi. Il reddito influenza così non soltanto la scelta iniziale, ma la continuità dell’assistenza.

Esistono inoltre costi meno visibili: un appuntamento durante l’orario di lavoro può richiedere un permesso; raggiungere una struttura lontana comporta tempo e denaro; chi accudisce bambini o familiari deve organizzare una sostituzione. In queste condizioni, rendere disponibile una prestazione non significa ancora renderla utilizzabile.

Un servizio disponibile non è sempre raggiungibile

La maggioranza di donne tra gli utenti dei servizi non dimostra che ogni donna sia più fragile, né spiega automaticamente le cause del disagio; suggerisce, però, di verificare se organizzazione dell’assistenza e misure di sostegno tengano conto delle condizioni materiali delle pazienti, comprese disponibilità economica e responsabilità familiari.

Non si può poi trasformare l’assenza di una richiesta in assenza di bisogno. Una persona può non conoscere i servizi disponibili, temere il giudizio o non riuscire a orientarsi. Per questo sarebbe utile pubblicare informazioni comprensibili su accesso, costi, eventuali esenzioni e modalità di presa in carico. Cercare assistenza non dovrebbe richiedere competenze amministrative proprio quando concentrarsi diventa difficile.

Le differenze territoriali andrebbero esaminate con altrettanta precisione. Confrontare una Regione con un’altra richiede indicatori omogenei: personale, strutture, attività, popolazione e completezza dei dati. Per il cittadino, tuttavia, la domanda è immediata: a chi posso rivolgermi vicino a casa? Una mappa di servizi esistenti è utile soltanto se accompagnata da indicazioni aggiornate sul loro funzionamento.

Che cosa succede dopo la richiesta?

Alla politica spetta misurare quello che accade dopo la richiesta. Quanto tempo trascorre prima della valutazione? Quante persone iniziano un percorso e quante lo interrompono? Quali ostacoli riferiscono? Investimenti e contributi economici dovrebbero rispondere a questi quesiti per  sostenere alcune sedute, ma certamente non sostituisce una rete capace di assicurare assistenza appropriata e continuità.

Parlare apertamente di salute mentale resta necessario. Non basta però incentivare alla prevenzione della salute mentale, né celebrare il coraggio di chi chiede aiuto, se poi gli ostacoli vengono restituiti come un problema personale da gestire. Il passaggio da compiere riguarda la responsabilità collettiva. La vera svolta sarebbe rendere la cura praticabile, non semplicemente raccomandarla.

Il giorno dopo la ricorrenza, le difficoltà non scompaiono. Restano gli appuntamenti da trovare, le spese da sostenere, il lavoro da conciliare. Una società si prende cura della salute mentale quando la risposta non dipende soltanto dalle risorse di chi sta male.

Quanto vale il nostro invito a chiedere aiuto, se possiamo garantirlo soprattutto a chi riesce a pagarlo?

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