Sanità
Se per curarmi devo pagare, che cosa resta del diritto alla salute?
Liste d’attesa interminabili, visite a pagamento e rinunce alle cure mettono in discussione il diritto alla salute garantito dalla Costituzione. In Italia, curarsi rischia di diventare un privilegio per chi può permetterselo, mentre la sanità pubblica fatica a garantire risposte.
Quanto vale il diritto alla salute se, quando proviamo a esercitarlo, la prima domanda diventa: posso permettermi di pagare? La distanza tra una garanzia costituzionale e una visita ottenuta in tempo si misura con il denaro che una famiglia può sottrarre all’affitto, alla spesa, alle bollette. Quando l’alternativa è aspettare, oppure aprire il portafoglio, la libertà di scelta somiglia molto a una selezione per reddito.
L’articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo e garantisce cure gratuite agli indigenti: quanto resta effettiva questa tutela quando le attese spingono a pagare o a rinunciare? Il 26 ottobre, al Festival delle Regioni di Firenze, Sergio Mattarella ha indicato il Servizio sanitario nazionale come “un campo di assoluta priorità”, richiamando la necessità di preservarlo e svilupparlo per garantire il diritto alla salute. Il Presidente ha anche ricordato che alle Regioni spetta fare in modo che le innovazioni migliorino davvero i servizi. Quindi, che cosa cambia per il paziente, dopo i discorsi e gli stanziamenti?
Liste d’attesa e diritto alla salute: quando curarsi diventa un privilegio
Il Rapporto annuale Istat 2025 presenta il problema in modo chiaro, riportando come nel 2024 il 9,9% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici necessari. Le lunghe liste d’attesa sono indicate dal 6,8% della popolazione, le difficoltà economiche dal 5,3%. Di certo, rinunciare a una prestazione non significa aver abbandonato qualsiasi cura quanto piuttosto che un bisogno sanitario è rimasto senza risposta.
Il problema riguarda soprattutto l’accesso a prestazioni delle quali le persone dichiarano di avere bisogno. Una visita rimandata non è automaticamente una diagnosi mancata, ma nessun amministratore dovrebbe considerare accettabile che sia il conto corrente a decidere se approfondire un sintomo.
Rinunciare alle cure non è sempre una scelta
La parola “rinuncia” rischia inoltre di assolvere chi dovrebbe garantire il servizio descrivendo una decisione personale, quasi un ripensamento. Quanto è libera, invece, la scelta di chi non riesce a sostenere una spesa e non trova una risposta pubblica compatibile con le proprie necessità? Mattarella ha ricordato anche i 15,6 miliardi del Pnrr destinati alla salute, risorse importanti che fanno nascere domande concrete come: chi lavorerà nelle strutture, quali prestazioni saranno disponibili, con quali orari e con quale continuità? Il valore di un investimento sanitario si verifica quando qualcuno riesce a usarlo, non basta tagliare un nastro, bisogna garantire personale e assistenza dopo l’inaugurazione. Governo e amministrazioni regionali devono essere giudicati su questo terreno, ciascuno per le proprie competenze.
Sanità pubblica e PNRR: gli investimenti non bastano senza servizi
La crisi ha radici che attraversano più legislature, ma la durata del problema non può diventare un alibi permanente per chi governa oggi. Servono risultati leggibili quali tempi effettivi delle prestazioni, rispetto delle priorità cliniche, servizi accessibili anche a chi non può spostarsi o pagare. In un tale contesto di discriminazione sanitaria, anche l’invito alla prevenzione perde credibilità quando non è accompagnato da condizioni concrete per praticarla.
Il diritto alla prevenzione non può dipendere dal reddito
Che senso ha chiedere alle persone di controllarsi e poi lasciare che debbano organizzare da sole il percorso, cercare disponibilità, confrontare prezzi? Il tempo impiegato per ottenere assistenza pesa sul lavoro e sulla vita familiare; per chi assiste un anziano o convive con una malattia, diventa un ulteriore carico. La sanità pubblica si indebolisce anche quando impariamo a considerare “normale” il sacrificio privato necessario per compensarne le difficoltà.
E chi quei soldi non li ha come fa a fare prevenzione, come riesce a salvarsi la vita? Una Repubblica che riconosce a tutti il diritto alla salute può accettare che, davanti alla necessità, la risposta dipenda dal denaro che restano in banca?
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