Teatro

“Baccanti”, a teatro le strategie di Dioniso ed Eraclito

Il regista Theodoros Terzopoulos ha aperto al Teatro Storchi di Modena la stagione Ert con una monumentale edizione della tragedia di Euripide ordendo una trama di frammenti del filosofo presocratico come una sorta di contrappunto ai diversi passaggi del dramma

2 Novembre 2026

MODENA _ Monumentale. E contemporanea. La tragedia portata in scena da Theodoros Terzopoulos, “Baccanti”, è opera dal segno forte che sfida i confini imperscrutabili dell’esistenza. La regia li ha localizzati sfiorandoli e, dopo averne diradato la nebbia attorno, ne ha rivelato il cuore nero. In una scenografia essenziale, colorata di grigio cupo e di rosso, un omaggio all’arte povera di Kounellis, quella che per Germano Celant era la tendenza “a ridurre ai minimi termini e impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi”così, in modo speculare, prende vita e respira, con ritmo elevato, un dramma che è sociale e antropologico, politico e poetico. Il potere e la sua negazione, la luce e le tenebre, la paura e l’oblio, la separazione e l’estasi. Le parole scorrono possenti, la musica espressiva di Panagiotis Velianitis sigla gli atti, essenziali e definitivi -grazie ad un cast di formidabile livello- che delineano un perimetro di passioni e torti subiti, vendetta e assassinio: l’agitarsi tremolante di una società con le sue norme codificate mentre si avvia verso una rovinosa caduta. La fine. Il delirio si consumerà lasciando solamente le scorie. Dioniso avvisa spietato nelle ultime battute:

“E adesso non vi nasconderò/ i mali che questo popolo deve patire,/ tutti dovranno lasciare questa città,/ pagando la colpa di questo empio delitto,/ che li contamina tutti,/ e non la rivedranno più, la loro patria,/ perché non è cosa religiosa/ che gli uccisori rimangano accanto alle tombe”.

L’allusione al nostro tempo è senza infingimenti, Netta e chirurgica. Come non leggervi le ansie e le paure che agitano il mondo di questi giorni? Il senso di vuoto e impotenza davanti al progressivo e micidiale cambiamento del clima, le migrazioni di popoli spinti dalla fame e dalle guerre a scappare dalle proprie case, i conflitti aperti, in Ucraina e in Medio Oriente, le logiche di potenza e miseria di autocrati responsabili di folli corse verso una possibile estinzione.

Il dramma fu scritto attorno al 407 a. C. quando l’autore, “il più tragico dei poeti tragici” per dirla con Aristotele, soggiornava in Macedonia alla corte del re Archelao. Dopo averla completata, Euripide morì, qualche mese dopo. La tragedia, letta come sfida tra ragione e irrazionalità, nasce con un obiettivo non dichiarato di vendetta. Dioniso, l’uomo diventato Dio, figlio di Zeus e Semele, donna mortale, torna nella nativa Tebe per diffondere il suo rituale e dimostrare di essere una divinità, cancellando così le menzogne diffuse dalle sorelle della madre e dal cugino Pentèo diventato sovrano di Tebe. L’incontro e la sfida tra questi ultimi due è il punto focale. Il dio venuto da fuori si scontra contro l’ordine della polis.

Un momento della tragedia “Baccanti” di Euripide, regia di Theodoros Terzopoulos. Il Coro e gli attoriMarco Cacciola nel ruolo di Pentèo re di Tebe e il Corifeo Paolo Musio (Fotografia di Johanna Weber)

Ragione contro istinto. Dioniso vuole attivare i riti del suo culto e perciò diffonde il virus della follia tra le donne che, abbandonate le proprie abitazioni, danno vita a riti dionisiaci sul Monte Citarone. Pentèo dopo essere stato irretito da Dioniso, recatosi in abiti femminili per spiare le Baccanti troverà la morte per mano della madre Agàve che, incosciente del crimine appena compiuto, porterà in città la testa del figlio ucciso.

Definita da qualche studioso come la “prima tragedia dell’epoca moderna” registra la vittoria del dionisiaco nei confronti dell’apollineo. A regolare il mondo sarebbe quindi il caos che vince sulle regole volute dalla ragione? Per Nietzsche l’incontro tra questi due elementi, apollineo e dionisiaco, segna la nascita della tragedia eppure nella sua opera la tragedia “Baccanti” ha un ruolo marginale. Infatti “L’influenza delle “Baccanti” è lasciata per quanto possibile in ombra, è come “occultata – scrive Guido Bonelli nella rivista “L’antiquitè Classique”, pag 62-63, 1991- emarginata dalla costruzione teorica di Nietzsche”. Per quale motivo? La costruzione di Nietzsche era basata sulla preistoria della tragedia, sulla sua derivazione dal ditirambo: “l’evoluzione del genere da Eschilo a Sofocle ed Euripide era concepita assurdamente come un progressivo venir meno dell’elemento dionisiaco” spiega Bonelli. Di conseguenza, non trovando traccia nelle opere di Eschilo e Sofocle “proprio l’apollineo Euripide, il poeta dell’”epos drammatizzato” offriva con “Baccanti” un documento significativo e convincente” ma che evidentemente “rovinava l’impostazione teorica di Nietzsche, se è vero che il dionisiaco affiorava soltanto come uno dei temi della tragedia e proprio al termine della sua evoluzione (non all’inizio) essendo “Baccanti” ultima tragedia di Euripide, rappresentata postuma nel 405 ad Atene”. Così Nietzsche osserva che quest’opera è “un genuino, ma tardivo ripensamento del vecchio Euripide, una palinodia (ossia composizione poetica in cui viene ritrattato, modificato, smentito, quanto era stato affermato in una composizione precedente ndr), ormai insufficiente ad arrestare il nuovo corso, del poeta apollineo ed intellettualistico” (ibidem Bonelli).

Tutto ciò in realtà conferma il fatto che “Baccanti” è opera complessa, sfuggendo a una precisa catalogazione – non è a carattere religioso, semmai esprime pensieri critici verso gli dei- e adombra qua e là inquietudini e senso di doppiezza. Iniziando da Dioniso che, mentre afferma il suo essere divino e figlio di Zeus, manifesta pure di essere preda di sentimenti umani quali la vendetta. Per non parlare di Pentèo, il virile reggitore che si lascia vestire da donna per spiare le Baccanti.

Un’immagine da “Le Baccanti” con la regia di Theodoros Terzopoulos di scena al Teatro Storchi di Modena”. Qui è Stefano Randisi nel ruolo di Tiresia con Gemma Carbone nei panni della Corifea (Foto di Johanna Weber)

Per Theodoros Terzopoulos è la sua tragedia feticcio. Quella che ha debuttato questa estate all’aperto a Pompei e Ostia e andata in scena al chiuso per la prima volta questi giorni al Teatro Storchi di Modena in apertura di Stagione dell’Ert, è infatti il suo settimo allestimento. Segno che ogni volta il regista e drammaturgo continui a scavare in questo monumento del teatro. Nel ben curato saggio “Il respiro di Dioniso” (Luca Sossella editore, 224 pagine, 2020) il critico e studioso Andrea Porcheddu segnala come, durante un workshop su “Baccanti” nel 1985, sia nata l’idea di fondare ad Atene la sua compagnia, l’Attis Theatre. Quello è il vero momento della svolta teatrale di Terzopoulos, ossia l’incontro con la tragedia greca e in particolare con “Baccanti”, l’opera che Euripide aveva scritto nelle terre d’infanzia del regista. Scrive Andrea Porcheddu che “Baccanti” sarà come “un eterno ritorno a casa, un viaggio che guarda al passato volando, come l’”Angelus Novus” di Benjamin, verso il futuro. A partire da quel laboratorio del 1985, “Baccanti” sarà il testo nodale nel percorso creativo del maestro greco”. Il teatro di Terzopoulos ha nel suo Dna, oltre alla tragedia greca, le esperienze e gli studi, da Bertolt Brecht ad Artaud, incontri con artisti eccezionali con i quali il regista greco ha stabilito nel tempo rapporti fortissimi. Uno di questi è il drammaturgo tedesco Heiner Muller che lo stesso Theodoros indica come suo “miglior insegnante”.

Interessante leggere cosa scrive Muller -e quanto sia attuale ancora oggi- di “Baccanti” di Terzopoulos nel 1987 (quindi il primo allestimento dei sette firmati dal regista greco) riportato proprio nelle pagine de “Il respiro di Dioniso” di Porcheddu. “Dyonisus arriva a Tebe di notte”. Questa frase è parte della risposta che Theodoros diede alla mia domanda: perché oggi “Baccanti” di Euripide, questo testo vecchio di duemila anni? E Theodoros proseguì raccontandomi qualcosa che accadde durante la sua infanzia nel suo villaggio natio (….) Verso la fine dell’occupazione nazista, sotto le nubi della della Guerra civile greca, una notte le donne si ritrovarono sulla spiaggia di Pydna per bere un po’ di vino e ballare. Un gruppo di soldati tedeschi ubriachi, con la paura della sconfitta addosso violentarono e uccisero tre donne.. Celebrazione e morte. Nel teatro di Terzopoulos il mito non è una favola, è esperienza condensata; il processo di prove non è la performance di un concetto drammatico, è l’avventura di un viaggio nei territori della memoria, una ricerca dell’unità perduta di corpo e linguaggio, di una parola come entità naturale, un tema che Holderlin evoca nella sua traduzione di Sofocle. Ho visto lo spettacolo due volte e ogni volta ho scoperto qualcosa di nuovo” (vedi: https://www.glistatigenerali.com/cultura/teatro/teatro-il-ritorno-dei-maestri-la-lezione-di-terzopoulos/), In ogni luogo dove ha allestito i suoi lavori Terzopoulos è sempre stato attento nel cogliere e dare risalto a temi che stanno dentro e la pelle e il cuore della gente. Stavolta ha voluto guardare al nostro Mediterraneo come luogo attraversato da migranti, uomini e donne in fuga. Dioniso, che ha attraversato tutta l’Asia ora giunge in Grecia proprio nella sua città natale, è simbolo o archetipo stesso del transfuga: rappresenta chi ha attraversato mare e deserti per arrivare in terre a sconosciute dove gente sconosciuta lo sente come diverso, portatore di valori “altri” rispetto alla propria.

“Baccanti”, tragedia di Euripide con la regia di Theodoros Terzopoulos di scena al Teatro Storchi di Modena. Qui è Enzo Vetrano nel ruolo di Cadmo (Fotografia di Johanna Weber)

Lo stesso regista a proposito di questo allestimento afferma che “È di estrema importanza proporre “Baccanti” in questo momento, laddove Dioniso incarna l’archetipo del rifugiato, partito da Timolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mar Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa. Il suo tragitto ci ricorda che l’arte del teatro è un viaggio infinito, percorso da persone in fuga, in continua trasformazione, che il Male si può mascherare da Merito e viceversa, e che l’enigma della morte racchiude una prospettiva di vita; ci ricorda che la Parola è Terra, che la Conoscenza è Consapevolezza, la Passione è la sua Negazione e l’Armonia è la sua Contraddizione”. Per la messinscena il regista si serve della traduzione in italiano di Edoardo Sanguineti dalla quale prende ogni parola senza manipolazione alcuna, lasciando che questa venga espressa in modo trasparente.

Gli attori. Il primo capitolo de “Il ritorno di Dyonisos”, il libro edito da Cuepress si apre sul “Corpo”. Scrive Theodoros Terzopoulos che “l’attore è al centro della scena, di fronte a lui si trova il dio estatico del teatro, Dionysos, il nato due volte, da Zeus e da Semele, rappresentante di identità che si escludono a vicenda e mutevoli, uomo e donna, furioso e mite, dio e animale, al confine tra follia e logica, ordine e caos”. Il volume è dedicato al metodo biodinamico messo a punto lungo la sua carriera da Terzopoulos e affronta, in diversi capitoli, tutti i passi necessari per dare vita a una recitazione unica e inconfondibile. Oltre alla cura del corpo, ci sono passaggi fondamentali per acquisire una buona tecnica di acting tra cui: respirazione, energia, decostruzione, ritmo, improvvisazione infinita, logos, senso, tempo, lutto, fascino. L’attore, come in tutte le creazioni del teatrante ellenico, è il cuore di ogni allestimento. Anche in questa inedita versione di “Baccanti” gli attori sono il baricentro sensibile del dramma, prestando volti e corpi a una scena solo apparentemente statica, bensì centro di trasformazioni, metamorfosi, luogo di riflessione e connessione tra elemento sociale e dimensione teatrale stessa. Gli attori, tutti gli attori, di questa “Baccanti” , compresenti e motivati, assolvono i rispettivi ruoli con coscienza e partecipazione offrendo un forte senso di unità all’allestimento.

La scena si apre rivelando una camera oscura dove al centro troneggia una grande teca di vetro, un catafalco, all’interno del quale sta disteso Cadmo (Enzo Vetrano) dormiente e vestito in abito dorato mentre e ai lati della costruzione “ospedaliera” dimorano due grandi bombole di ossigeno necessarie per tenerlo in vita. Alle spalle una quindicina di file ben allineate di buste contenenti del sangue per le trasfusioni. Elementi di modernità in contrasto con altre immagini riconducibili piuttosto a scenari del mito e a paesaggi senza tempo. Irrinunciabile la presenza del Coro, formato da giovani donne e uomini formati alla Scuola del Teatro di Bologna che si muovono con precisione esibendosi anche in importanti sforzi fisici.

L’attore Roberto Latini offre una superba interpretazione di Dioniso diretto dal regista Theodoros Tezopoulos nella tragedia “Baccanti” di Euripide che ha aperto la stagione dell’era a Modena (Fotografia di Johanna Weber)

Di bella forza la presenza e prova del semidio interpretato in modo autorevole da Roberto Latini che si distingue per portamento e profondità attorale. Si direbbe addirittura che abbia assimilato e fatto proprio il metodo di Terzopoulos… Attento alle variazioni, anche minime, di un personaggio chiave di tutto il dramma. Il dio che arriva come uno straniero in patria, affronta le persone con autorità e raffinata mimesi blandendo e convincendo in modo sottile, come un serpente a sonagli, il re Pentèo a recarsi en travesti nel monte Citarone dove poi troverà la fine. Latini si muove con eleganza, a tratti con una levità danzante, un recitar preciso e ponderato che dà il giusto peso alle parole scelte da Edoardo Sanguineti per tradurre Euripide. Il dio del vino e dell’irrazionale, il dio delle maschere e delle finzioni che sovrintende ai sabba che fanno perdere nozione di se stessi è qui un freddo calcolatore che prepara la vendetta. Capace di sussurrare e irretire Pentèo come di comunicare con crudeltà laconica, a catastrofe terminata, il destino che attende gli uomini e le donne di Tebe rei di averlo offeso e umiliato: “Da voi, ho patito violenza, io che qui nacqui come un dio”, dice.

Tenta di tenere testa a Dioniso/Latini il re Pentèo, interpretato da Marco Cacciola, ma contro il semidio non ce la può fare. L’uomo della legge e dell’ordine vorrebbe punire le donne che stanno compiendo riti orgiastici sul monte, ma al tempo stesso è tentato di spiarle. E’ uno scambio simbolico quello propostogli da Dioniso che, nel convincere il maschio Pentèo, in apparenza virile, a vestirsi da donna ne rivela anche l’intima e nascosta natura. Un gioco di maschere insomma. Maschere che si tolgono e maschere che rivelano. E’ anche uno straordinario momento di teatro nel teatro in cui Pentèo si trasforma in attore interpretando un altro ruolo in una metamorfosi simile a quelle ideate da Ovidio. A proposito di travestimenti e metamorfosi, efficace quella dove il re morente Cadmo (Enzo Vetrano) e il profeta Tiresia (Stefano Randisi) si mostrano improvvisamente pimpanti e pronti a seguire le Baccanti per danzare con loro. Randisi, abbigliato con un fiammante completo color rame è comunque attivo in danze con grandi ventagli rossi (una lenta e seducente la disegna con una magnifica Gemma Carbone). Cambio di maschera anche per Agàve (Alvia Reale) che tra le Baccanti al monte Citerone scambia il figlio Pentèo per un leone e lo uccide. Squartato assieme alle Baccanti. Porterà la testa del figlio a Tebe come un trofeo, ma sarà il padre Cadmo a farle aprire gli occhi sul crimine appena consumato. Il loro è un dialogo che ha i tempi di una campana che suona a morto.

Un momento della tragedia “Baccanti” di Euripide, regia di Theodoros Terzopoulos di scena al Teatro Storchi di Modena. Pentèo re di Tebe si avventura sul monte Citarone per spiare le Baccanti (Fotografia di Johanna Weber)

Agàve: “Chi lo ha ucciso? Come è venuto qui nelle mie mani?

Cadmo: “Tu l’hai ucciso, e le tue sorelle”

Agàve: “Dove è morto? Nella casa? In quale luogo?”

Cadmo: Là dove un giorno, i cani sbranarono Attèone”

Agàve: “Perchè andò lassù sul Citerone, questo sventurato?”

Cadmo: “Si mosse per offendere il dio e i tuoi baccanali”

Agàve: “Ma noi lassù, in che modo ci eravamo arrivate?”

Cadmo: “Eravate nel delirio”

Agàve: “Dioniso ci ha distrutte, soltanto adesso lo capisco”.

A questo proposito non si può non segnalare l’arrivo in scena dei messaggeri (gli ottimi Rocco Ancarola e Giulio Germano Cervi) che raccontano per filo e per segno quello che appare come un agguato ben pianificato da Dioniso e lo ricorda mentre si rivolge alle Baccanti: “Oh ragazze, io vi porto colui che ha deriso voi, e me. E le mie orge, e voi, punitelo!”.

Così come acquista un tono severo ma compassionevole quando riporta gli ultimi momenti di vita di Pentèo. “Io sono tuo figlio, oh madre, io sono Pentèo, che tu hai partorito a casa di Echìone, oh madre, abbi pietà, per i miei peccati, tu, non uccidere il tuo figlio”.

Chi, parole ne usa tante e alcune incomprensibili è il Corifeo (Paolo Musio attore sempre puntuale che Terzopulos ha voluto in tanti allestimenti) che recita in greco e che all’inizio della tragedia usa come intercalare l’esortazione: “τε βάκχαι, ἴτε βάκχαι/venite Baccanti, venite Baccanti”.

Ad alta intensità emotiva è la presenza dell’altra Corifea (una ispirata e intrigante Gemma Carbone Hanson). Appare e scompare con rapidità occupando la scena in tutte le possibili aree d’azione. Assieme all’altro Corifeo, un solido Paolo Musio, costituiscono l’elemento di equilibrio del dramma. Carbone sembra essere l’emblema di quel modo di essere attori, studiato e applicato da Terzopoulos. Ha una presenza austera, circondata da laica sacralità. I suoi interventi sono staffilate di energia e straniamento che permettono di stare sui binari di un racconto dai continui ribaltamenti. E’ immagine da icona quando, seminuda, i lunghi capelli bruni al vento percuote con cadenza regolare un enorme timpano. Sorveglia e segue il Coro scandendo nel finale il dissolversi del tempo e della tensione in un lento, regolare degradare di colpi di tamburo.

La Corifea Gemma Carbone con colpi regolari al grande tamburo scandisce il tempo della fine della tragedia “Baccanti” di Euripide (Fotografia di Johanna Weber)

Fin qui “Baccanti” di Euripide. Ma l’arte straordinaria di Theodoros Terzopoulos ha disseminato, accanto al testo di Sanguineti, una serie di rimandi a Eraclito – la maggior parte leggibile nei sopratitoli- che è quasi un contraltare al dramma. Il genio filosofico del presocratico infatti innerva l’opera rendendola più trasparente al pubblico, aggiungendo un ulteriore strato di pensiero e materia per riflettere. Miracolo del teatro di un maestro come Terzopoulos che con la sua arte trasporta in territori inediti e da esplorare. Dal pensiero del filosofo giunge un aiuto affinché “ad ogni uomo è concesso conoscere sé stesso ed essere saggio”. Un invito a guardarsi dentro, osservando i propri conflitti per capire meglio un mondo sempre in trasformazione.

Sono undici i frammenti ripresi da Terzopoulos, il primo dei quali è il numero 66 del Diesl-Kranz (Die Fragmente der Vorsokratiker, «I frammenti dei Presocratici») l’edizione critica di riferimento per lo studio dei filosofi presocratici (molte opere di questi sono andate perdute e la raccolta contiene quanto è rimasto). A pronunciarlo all’inizio dell’opera è il Corifeo (Paolo Musio): “πάντα γὰρ τὸ πῦρ ἐπελθὸν κρινεῖ καὶ καταλήψεται”/ “Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tutte le cose”. E’ un prologo scritto alla maniera degli oracoli, tipico del pensatore di Efeso. Annuncia come un presagio la tragedia che verrà. Il fuoco – dice Eraclito – è all’origine di tutte le cose. Sempre vivo segnala il divenire e il cambiamento. Muta ad ogni istante restando però sempre se stesso. Uguale e diverso. Precede il richiamo alle Baccanti (“venite Baccanti, venite Baccanti”) ed è un saluto a Dioniso giunto a Tebe.

Si riallaccia al successivo “Tutte le cose governa il fulmine” (fr.64) che mette assieme sentenza e paradosso. Luce e oscurità. Il fulmine è legato al fuoco, anzi simboleggia quello eterno. Arriva improvviso nel cielo con una luce abbagliante e subito dopo è oscurità. Questo frammento, amatissimo da Heidegger, potrebbe sembrare il verso di un poeta ermetico. Siamo sempre sul campo del cambiamento, in questo caso brutale, violento e repentino. Il Coro annuncia Dioniso, “il dio dello strepito” , in arrivo al monte Citarone per sovrintendere la riunione delle Baccanti mentre Tiresia chiede la presenza di Cadmo.

Roberto Latini è Dioniso e Paolo Musio Corifeo nella tragedia di Euripide “Baccanti”dove pronuncerà tutti i frammenti del filosofo Eraclito disseminati lungo la tragedia dal regista greco (Fotografia Johanna Weber)

Pentèo è giunto a Tebe, nel proprio palazzo e predispone i soldati per catturare lo straniero Dioniso, che ha creato così tanto scompiglio in città. Il re è agitato, su di giri, intende regolare subito questo affare ma Tiresia e Cadmo cercano di farlo ragionare. Così lo apostrofa Tiresia:

“Ma tu persuaditi oh, Pentèo,

non presumere che la forza

possa tutto contro gli uomini.

Accogli il dio in questa terra,

e sacrifica a lui, e partecipa al baccanale,

e incorona per lui la tua testa”.

Il ciclo si chiude con un nuovo aforisma declamato dal Corifeo: “Tutto è frutto del fuoco e il fuoco è il principio di ogni cosa, proprio come le ricchezze lo sono dell’oro e l’oro delle ricchezze” (fr. 90). Per Eraclito il Logos, la legge universale, è anche il fuoco e la ragione. Il fuoco, simbolo di cambiamento della natura è il principio fisico e obbedisce al Logos che governa l’esistente.

Così canta il Coro:

“…La sventura è l’esito

delle bocche che non hanno freno,

della demenza che non ha legge.

La scaltrezza è stoltezza,

è stolto chi pensa pensieri non più umani”.

Il Corifeo cita ancora Eraclito: “Lo stesso è Ade e Dioniso”. Questo frammento (il 15) per intero così recita: “Se non fosse per Dioniso che fanno la processione ed intonano il canto del fallo, essi compirebbero le cose più indecenti; ma identici sono Ade e Dioniso, per il quale delirano e celebrano le Lenee”. E’ l’attimo del rovesciamento. Ade, figlio di Crono e Rea, l’Invisibile, sposo di Persefone e dio dei morti e dell’Oltretomba partecipa alle feste dionisiache. E’ il momento in cui l’osceno diventa sacro. Dioniso rovesciato è Ade, e viceversa. Come accade in “Baccanti” scompaiono le certezze della ragione. Anzi è l’irrazionale ad acquistare titolo e padronanza della scena. I passaggi possono essere anche repentini, dalla vita alla morte come avverrà con Pentèo. Oppure passerà dalla gioia di catturare un leone, alla disperazione nello scoprire di aver ucciso invece il proprio figlio (Agàve).

L’attrice Alvia Reale interpreta Agàve, la madre del re di Tebe Pentèo è tra le Baccanti sul monte Citarone . La disperazione nello scoprire la morte del figlio (Fotografia di Johanna Weber)

Il dramma giunge al climax: l’incontro tra Pentéo e Dioniso. Un faccia a faccia aspro segnato dalla tracotanza del primo che manderà il Dio in cella e l’atteggiamento fermo di Dioniso che risponde colpo su colpo al re di Tebe. Significativamente il frammento citato dal Corifeo giunge al termine di una progressiva e incalzante giaculatoria del Coro che chiede lo sterminio del re di Tebe (“Perché non scacciamo il tiranno come si scacciano i sogni oscuri?”). E’ il frammento numero 98: “Le anime si percepiscono nell’Ade”.

Il racconto dettagliato degli stupefacenti accadimenti sul monte Citarone da parte di uno dei due trafelati messaggeri, dove le Baccanti si trasformano in furie Erinni facendo scempio di animali aggiunge stupore alla meraviglia di vedere al suo cospetto Dioniso che si era liberato dalla prigionia.

Il Corifeo legge : “Il nome dell’arco è vita ma la sua opera è la morte” (fr.48). Arco e vita in greco si scrivono allo stesso modo ma l’arco che richiama la vita in realtà può infliggere la morte. La natura vera del nome si scopre solamente con il suo utilizzo.

Intanto Pentéo cade nella rete di Dioniso e accetta di essere vestito da donna. “ μεταβάλλον αναπαύεται”, cioè “Mutando riposa” (fr. 84) dichiara il Corifeo. Tutto scorre. E’ fatica essere governati dalle stesse cose. Mutando riposa Un costante divenire e una continua trasformazione. Per Eraclito il Fuoco, che è Archè, mutando, riposa.

L’incontro-scontro tra Pentéo e Dioniso è al culmine in mezzo a doppiezze e infingimenti. Tra il dio e il suo persecutore è il capovolgimento delle parti. Al fondo resta una ambiguità, un segreto mai rivelato. Così il Corifeo recita nel frammento 62: “Immortali mortali, mortali immortali, viventi gli uni nella morte di quelli, gli altri morti nella vita di quelli”. I viventi assieme ai morenti intrecciano i loro percorsi. I primi nella morte degli altri e i secondi nella vita dei primi. Entrambi legati uno all’altro. Come riferiva già il frammento 15 “Lo stesso è Ade e Dioniso” che univa i due: da una parte il dio dell’oltretomba e dall’altra colui che è figlio di Zeus e di una mortale, Dioniso appunto. E’ la dialettica dei contrari. Da un lato c’è la lotta e dall’altra il Logos, il principio che sovrintende la trasformazione, la legge suprema che governa le cose del mondo: non cambia mai e tutto sottintende. Non esiste la luce senza il buio, la notte senza il giorno… e così la morte senza la vita. E viceversa. Insomma, vita e morte sono la stessa cosa.

Dioniso (Roberto Latini) convince il re di Tebe Pentèo (Marco Cacciola) di travestirsi da donna per spiare i riti segreti delle Baccanti sul monte Citarone dove verrà ucciso dalla propria madre (Fotografia di Johanna Weber)

“Andate, veloci cagne del Furore, andate da una parte all’altra”. Così incita il Coro che avvisa le Menadi dell’arrivo di Pentéo travestito da donna sul monte Citarone con l’intento di spiarle. Un attimo prima della catastrofe. Il Corifeo annota: “Morte è quanto vediamo stando svegli, sonno quanto vediamo dormendo” (fr. 21). Il messaggio è quasi indecifrabile e sonda una linea di confine ben precisa: quella della vita e della morte e lo stato di morte apparente che è quello del dormire. Per Eraclito sonno e morte sono intimamente connessi. Ad occhi aperti siamo immersi in una realtà fatta di illusione mentre durante il sonno che spesso si popola di sogni abbiamo una visione alternativa a quella della morte.

Clemence Ramnoux (in “Héraclite ou l’homme entre les choses et les mots” del 1959, 393) sostiene che “nel divenire intelligenti (desti) scopriamo che la vita è necessariamente legata alla morte: ma la comune degli uomini (i dormienti) seguita a vivere – e- morire una falsa apparenza di vita mentita”. Da uno stato di non essere a quello dell’essere. Qualche secolo dopo Eraclito ed Euripide, William Shakespeare scrive (in “Amleto”, atto III, scena prima): “To die, to sleep; To sleep: perchance to dream: ay, there’s the rub; For in that sleep of death what dreams may come When we have shuffled off this mortal coil, Must give us pause: there’s the respect… ” (“Morire, dormire, e poi sognare, forse: ecco l’ostacolo; perché dentro quel sonno della morte quali sogni ci possono venire, quando ci fossimo scrollati via da questo nostro fastidioso involucro…”).

Il messaggero annuncia la morte di Pentèo e racconta come il re sia stato fatto a pezzi. La prima a sferrare l’attacco è stata la madre Agàve. Le altre Baccanti hanno così fatto scempio del corpo, una gamba qui, un piede di là…

Il Corifeo lancia un ulteriore messaggio criptico: “Immondizia sparsa a caso il più bello dei mondi (fr,124)”. Questa è la versione completa: “E anche questo sembrerebbe irrazionale, se il cielo tutto e tutte le sue parti fossero nell’ordine e nel lògos, e nelle forme e nelle potenze e periodi, e nei principi invece non vi fosse nulla di simile, ma come rifiuti gettati a caso, fosse il cosmo”. Il nostro è un mondo che si autoregola. Lo studioso e filosofo Mauro Bonazzi in un articolo sull’inserto “La Lettura” del quotidiano “Corriere della sera” (30, agosto, 2015) in un lungo articolo intitolato “Il complesso di Eraclito. Anticipò l’idea di un cosmo senza finalità. Capì che noi siamo le nostre esperienze” riporta l’interrogativo di Nietzsche da “La Gaia scienza”: “Che mai facemmo, a sciogliere questa nostra Terra dalla catena del suo Sole? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non si è fatto più freddo?”. E Bonazzi risponde che “Forse, però, un esito così drammatico non è necessario. Forse si tratta soltanto d’imparare a guardare questo nostro mondo con occhi diversi. «Il bellissimo cosmo è spazzatura sparsa a caso».

Un’immagine da “Baccanti” tragedia di Euripide con la regia di Theodoros Terzopoulos. Nella immagine il Coro, Roberto Latini e Gemma Carbone (Fotografia di Johanna Weber)

La tragedia è compiuta. Dioniso ha avuto la sua vendetta. Terzopoulos affida l’ultime battute a un ultimo frammento di Eraclito, quello 56, citato dal Corifeo: “Ciò che abbiamo visto e toccato con mano, lo lasciamo alle nostre spalle, ciò che invece non abbiamo né visto né toccato con mano, lo portiamo con noi”.

A proposito di questo frammento di Eraclito c’è anche una bella storia da raccontare, Non riguarda “Baccanti” ma racconta come il pensiero del presocratico abbia viaggiato e contaminato ambiti come l’arte a distanza di secoli…

Le Gallerie degli Uffizi hanno ritrovato e acquistato nel 2020 un dipinto del cinquecento ritenuto perduto. E’ l’”Enigma di Omero” del maestro bolognese Bartolomeo Passerotti. Secondo la testimonianza del primo biografo di Passerotti, Raffaello Borghi, il quadro si trovava nel palazzo del letterato fiorentino Giovanni Battista Deti. Nel 1677 Giovanni Cinelli ricorda il dipinto nel palazzo della famiglia del senatore Carlo Torrigiani. Ed è lì, incredibilmente che viene ritrovato nei giorni nostri. In “Vita Homeri” di Pseudo Plutarco ( questo il nome convenzionale dato agli autori di opere attribuite a Plutarco ndr.) si narra che mentre Omero stava seduto su una roccia vicino al mare arriva una barca di pescatori. A costoro il poeta chiese se avessero pescato. Ma questi risposero che non avevano pescato nulla ed erano intenti a spidocchiarsi e risposero con questo enigma (che poi è ovviamente la citazione di Eraclito): “Quel che abbiamo preso, lo abbiamo lasciato, quel che non abbiamo preso, lo abbiamo tenuto”. Secondo lo Pseudo Plutarco Omero si arrovellò così tanto che ne morì. La risposta all’indovinello era: i pidocchi. Alludendo da una parte a quelli che erano riusciti ad eliminare e gettare in mare, dall’altra a quelli che non erano riusciti a togliere e portavano ancora addosso.

“Quest’ordine universale , che per tutte le cose è il medesimo, non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma sempre era ed è e sarà, fuoco sempre vivente, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne” (Eraclito, fr.30)

 

 

LE BACCANTI

di Euripide

traduzione Edoardo Sanguineti regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos musiche originali Panagiotis Velianitis con Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agàve), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Pentèo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero) coro (in o.a.) Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos assistente alla regia Stravos Papadopoulos assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis

Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Teatro Storchi di Modena

Il dipinto “L’Enigma di Omero” di Bartolomeo Passerotti ritrovato sei anni fa dalle Gallerie degli Uffizi dedicato ad un tema ispirato dal frammento  56 del filosofo di Efeso, il presocratico Eraclito 

 

e

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.