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Digital Services Act: a che punto siamo sull’implementazione
Quando l’Unione Europea ha approvato il Digital Services Act (DSA) nel 2022, l’obiettivo era ambizioso: riequilibrare il rapporto di forza tra cittadini, istituzioni e grandi piattaforme online, introducendo nuove regole per rendere lo spazio digitale più trasparente, sicuro e responsabile. A tre anni dalla sua entrata in vigore, nei corridoi di Bruxelles ci si chiede se quella che è stata definita la più importante riforma dello spazio digitale europeo stia davvero funzionando come previsto.
Una premessa
Il DSA si applica a tutti i servizi digitali che operano nel mercato europeo – dai social network ai marketplace, dai motori di ricerca alle piattaforme di streaming. Per la maggior parte dei servizi, gli obblighi riguardano la gestione dei contenuti illegali, la trasparenza delle procedure di moderazione e la tutela degli utenti.
Le regole diventano però molto più stringenti per le Very Large Online Platforms (VLOPs) e i Very Large Online Search Engines (VLOSEs), ossia le piattaforme e i motori di ricerca con oltre 45 milioni di utenti mensili nell’UE. Questi giganti digitali devono valutare e mitigare i rischi sistemici associati dai loro servizi – dalla disinformazione alla manipolazione elettorale, fino agli effetti sui diritti fondamentali – garantire maggiore trasparenza sui sistemi di raccomandazione e sulla pubblicità online e consentire ai ricercatori qualificati di accedere ai dati necessari per analizzarne l’impatto sulla società.
Il sistema di vigilanza è articolato su due livelli: la Commissione europea supervisiona direttamente le piattaforme più grandi, mentre gli Stati membri controllano gli altri servizi digitali attraverso autorità nazionali dedicate, i Digital Services Coordinators (DSC).
Qualche risultato dei primi tre anni
Da quando il DSA è diventato pienamente applicabile, nel febbraio 2024, la Commissione ha aperto diversi procedimenti formali nei confronti delle principali piattaforme digitali, di cui due si sono conclusi con sanzioni pecuniarie. X (ex Twitter) è stata multata per 120 milioni di euro a dicembre 2025 per l’uso ingannevole della spunta blu, le carenze dell’archivio pubblicitario e gli ostacoli posti all’accesso dei ricercatori ai dati pubblici della piattaforma. Temu ha invece ricevuto una multa da 200 milioni di euro a maggio 2026, per non aver valutato adeguatamente i rischi legati alla vendita di prodotti illegali e potenzialmente pericolosi.
Nonostante la sanzione a X, resta ancora difficile capire quali misure siano state adottate per correggere le violazioni contestate e come la Commissione ne stia verificando l’attuazione. Inoltre, l’Ombudsman europeo Teresa Anjinho ha criticato Bruxelles per aver negato l’accesso al rapporto con cui l’azienda aveva valutato i propri rischi, privilegiando la tutela degli interessi commerciali della stessa.
In altri casi, le piattaforme hanno evitato una sanzione formale assumendo impegni vincolanti. TikTok ha ritirato il programma TikTok Lite Rewards, che premiava gli utenti per il tempo trascorso sull’app con possibili effetti di dipendenza, oltre a intervenire sul proprio archivio pubblicitario AliExpress ha invece accettato misure relative alla tracciabilità dei venditori, ai sistemi di reclamo e all’ accesso ai dati per la ricerca. Restano comunque aperte diverse indagini, tra cui quelle che coinvolgono TikTok e Meta per possibili violazioni degli obblighi di trasparenza e delle norme sull’accesso ai dati da parte della comunità di ricerca.
Le crepe nel sistema
Guardando più da vicino all’attuazione del regolamento emergono almeno tre criticità.
La prima riguarda l’articolo 40, che dovrebbe consentire ai ricercatori accreditati di studiare il funzionamento interno delle piattaforme e valutarne i rischi sistemici. Nella pratica, però, il sistema procede a rilento con procedure di accreditamento opache, tempi lunghi e mancanza di un vero meccanismo di ricorso in caso di rifiuto.
Il secondo tema riguarda i Digital Services Coordinators (DSC), che in alcuni Paesi non sono ancora pienamente operativi. La Commissione ha già avviato diverse procedure di infrazione e, nel maggio 2025, ha deferito Polonia, Cipro, Repubblica Ceca, Spagna e Portogallo alla Corte di Giustizia per gravi carenze nell’attuazione del regolamento. Senza organismi nazionali efficaci, le regole rischiano di rimanere sulla carta.
Infine, c’è la dimensione geopolitica. Le principali piattaforme soggette al DSA sono quasi tutte aziende statunitensi e le tensioni con Washington rischiano inevitabilmente di influenzare il dibattito sull’enforcement.
L’iniziativa dei tribunali nazionali
In questo quadro, una delle novità più interessanti arriva dai tribunali nazionali. In Germania e nei Paesi Bassi, ricercatori e organizzazioni per i diritti digitali hanno iniziato a utilizzare il DSA direttamente in sede giudiziaria, raggiungendo risultati concreti.
Nei Paesi Bassi, ad esempio, l’organizzazione Bits of Freedom ha ottenuto da un tribunale di Amsterdam un’ordinanza che impone a Meta di offrire agli utenti un feed alternativo non basato sulla profilazione. In Germania, una decisione del 2025 ha chiarito che i ricercatori possono rivolgersi ai tribunali nazionali per ottenere l’accesso ai dati delle piattaforme anche quando queste hanno sede legale in un altro Stato membro. Sono segnali importanti che mostrano che il DSA può essere fatto valere non solo dalle autorità di vigilanza, ma anche attraverso le corti nazionali, creando un ulteriore livello di controllo da parte della società civile.
Una legge giovane in un mondo che cambia
Il DSA è ancora una legge giovane. Molte norme sono in fase di assestamento, diverse questioni interpretative devono essere chiarite e i primi ricorsi davanti ai tribunali europei costituiranno probabilmente il vero banco di prova della sua tenuta.
Ma il tempo stringe ed entro il 18 febbraio 2027 il regolamento dovrà essere sottoposto a una valutazione formale del suo funzionamento. Intanto, diversi attori industriali, sotto la bandiera della “semplificazione”, spingono per una revisione che potrebbe ridurre gli obblighi imposti alle piattaforme proprio mentre i primi risultati iniziano a emergere. Il rischio è che, dietro la promessa di rendere le regole più efficienti, si nasconda una stagione di deregolamentazione.
La sfida non è alleggerire il DSA, ma farlo funzionare meglio; applicarlo in modo più efficace, trasparente e coordinato, rafforzando il ruolo della Commissione, delle autorità nazionali e dei tribunali. La credibilità della legge dipenderà dalla capacità dell’Unione Europea di dimostrare che le regole valgono anche per gli attori digitali più potenti e che lo spazio online può essere governato come uno spazio di diritti, non soltanto di mercato.
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