Consumi
Abbiamo cambiato l’energia. Non ancora la rete
La transizione energetica non dipende soltanto da quanta energia rinnovabile produciamo. Reti e accumuli devono cambiare alla stessa velocità. Altrimenti avremo energia pulita da sprecare mentre continuiamo ad avere bisogno del gas.
Due articoli pubblicati oggi raccontano, letti insieme, qualcosa che separatamente rischiamo di non vedere. Libero osserva ciò che sta accadendo nei mercati elettrici europei, dove diventano sempre più frequenti le ore nelle quali l’abbondanza di energia rinnovabile spinge i prezzi fino a valori negativi. Il Sole 24 Ore guarda invece alla Sicilia, dove la crescita di fotovoltaico ed eolico sta mettendo sotto pressione una rete elettrica progettata quando l’energia veniva prodotta e distribuita in un modo completamente diverso. La domanda che nasce dall’accostamento riguarda molto più della Sicilia e molto più del prezzo dell’elettricità. Abbiamo cambiato il modo di produrre energia, ma abbiamo cambiato abbastanza rapidamente tutto ciò che deve permetterci di utilizzarla?
Per decenni il sistema ha funzionato secondo una logica relativamente semplice. L’energia veniva prodotta in grandi centrali e da lì cominciava un viaggio sostanzialmente unidirezionale, passando attraverso la rete fino ad arrivare alle fabbriche, alle case, agli uffici. Oggi chiediamo alla stessa infrastruttura di fare qualcosa di profondamente diverso. Migliaia di impianti fotovoltaici ed eolici producono energia in luoghi differenti e in quantità che cambiano durante la giornata, fino al punto che in alcuni territori e in alcune ore il flusso si inverte. L’elettricità non scende più soltanto dalla grande rete verso chi consuma, ma può risalire dai territori che stanno producendo più di quanto riescano a utilizzare.
Il Sole 24 Ore racconta che in Sicilia E-Distribuzione prevede circa 1,8 miliardi di investimenti nel triennio 2026-2028, quasi l’80 per cento in più rispetto al programma precedente, mentre Terna ha un piano pluriennale sull’Isola di circa 3,5 miliardi. Non sono soltanto cifre. Dicono che una parte decisiva della transizione energetica si sta spostando là dove forse abbiamo guardato meno, perché per molti anni abbiamo discusso soprattutto di quali fonti utilizzare, quante pale installare, quanti pannelli mettere sui tetti o nei campi, mentre assai meno affascinante appariva parlare di cabine, trasformatori, linee, sistemi digitali di controllo. Eppure il futuro dell’energia passa anche da lì.
La rete siciliana è stata costruita per condizioni diverse da quelle nelle quali oggi è chiamata a funzionare e questa constatazione potrebbe valere per una parte molto più grande della transizione che stiamo vivendo. Abbiamo introdotto il nuovo dentro un sistema costruito per il vecchio e adesso scopriamo che non basta produrre diversamente se ciò che deve ricevere, trasportare, distribuire e conservare quella produzione non cambia con la stessa velocità.
Il paradosso diventa ancora più evidente se alla rete aggiungiamo il tempo. Il sole produce quando c’è il sole, non necessariamente quando abbiamo maggiore bisogno di elettricità. Nelle ore centrali delle giornate estive la produzione fotovoltaica può essere molto elevata mentre la domanda non è sufficiente ad assorbirla, poche ore dopo il sole scompare, i consumi possono rimanere alti e bisogna trovare rapidamente un’altra fonte capace di rispondere. Gli accumuli diventano allora parte della stessa trasformazione. Non producono altra energia, consentono di spostare nel tempo quella che abbiamo già prodotto, evitando che una parte debba essere sacrificata quando è abbondante e rendendola disponibile quando serve.
I dati di Terna aiutano a capire la dimensione del cambiamento. Nel primo semestre del 2026 circa il 43 per cento del fabbisogno elettrico italiano è stato coperto dalle fonti rinnovabili e la capacità installata di eolico e fotovoltaico ha raggiunto 60,5 gigawatt, mentre l’obiettivo indicato dal PNIEC per il 2030 è di circa 107 gigawatt. Non siamo quindi davanti a un esperimento marginale che un giorno potrebbe modificare il sistema elettrico. Quel sistema sta già cambiando e proprio la velocità con cui cresce la nuova capacità rende sempre meno rinviabile l’adeguamento di tutto ciò che deve starle attorno.
C’è poi un dato che sembra contraddire tutto questo e invece aiuta a comprenderlo. A luglio, durante una fase di forte domanda accompagnata dal calo dell’idroelettrico e dell’eolico, il gas ha coperto il 41 per cento della domanda elettrica nazionale. Possiamo quindi trovarci nello stesso sistema energetico con ore nelle quali l’elettricità rinnovabile è tanto abbondante da perdere valore e altre nelle quali abbiamo ancora bisogno che il termoelettrico entri rapidamente in funzione.
A prima vista potrebbe sembrare la dimostrazione di una contraddizione delle rinnovabili. Credo dica esattamente il contrario. La contraddizione consiste nel pensare che una transizione energetica possa essere semplicemente la sostituzione di una fonte con un’altra.
Non abbiamo contemporaneamente troppa energia rinnovabile e troppo poca energia. Abbiamo energia prodotta in luoghi e momenti nei quali il sistema non è ancora sempre capace di utilizzarla, conservarla o portarla dove serve. È una differenza sostanziale, perché nel primo caso il problema sarebbero le rinnovabili, nel secondo diventa il modo nel quale stiamo costruendo la loro integrazione.
Per molto tempo abbiamo immaginato la transizione attraverso ciò che era maggiormente visibile. Una pala eolica al posto di una centrale, un campo fotovoltaico, un’automobile elettrica. Ma le trasformazioni profonde raramente coincidono con l’oggetto che le rappresenta. Un’automobile elettrica senza una rete di ricarica rimane un’automobile che prima o poi si ferma, così come un impianto capace di produrre energia pulita non risolve da solo il problema se quella energia non può essere trasportata, accumulata e utilizzata nel momento nel quale serve.
Non significa che nulla sia stato fatto. Terna ha investito oltre 1,58 miliardi di euro nei primi sei mesi del 2026, quasi il 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e l’aumento degli investimenti racconta quanto la trasformazione della rete sia ormai parte integrante della transizione energetica. Ma proprio la crescita delle rinnovabili obbliga a cambiare prospettiva. Non basta più domandarsi quanta nuova energia pulita riusciremo a produrre. Dobbiamo domandarci quale sistema stiamo costruendo per accoglierla.
Forse è questa la parte meno visibile di ogni cambiamento. Siamo molto bravi a riconoscere l’innovazione quando assume la forma di qualcosa che prima non esisteva e molto meno a vedere ciò che deve cambiare intorno perché quella novità diventi realmente utilizzabile. Una transizione non avviene quando compare il nuovo, avviene quando anche il sistema che deve accoglierlo smette di appartenere interamente al mondo precedente.
Per questo le ore nelle quali l’energia rinnovabile rischia di essere sprecata non dimostrano che abbiamo sbagliato a produrla, così come il gas che ancora utilizziamo nei momenti di maggiore domanda non dimostra che sia inutile continuare a farla crescere. Mostrano la distanza che ancora separa due tempi della stessa trasformazione.
Abbiamo cambiato l’energia. Adesso dobbiamo costruire il sistema capace di non sprecarla.
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