Quando le emozioni non trovano parole e non sono comprese, sfociano in uno sfogo violento.
18 Ottobre 2026
I numeri parlano chiaro, aumentano sempre di più gli episodi di lesioni personali e le rapine commesse dai minori, nell’ultimo decennio sono raddoppiate. In aumento il porto abusivo di armi e il coinvolgimento già in età preadolescenziale ad atti violenti di risse, aggressioni di gruppo e atti di cyberbullismo, i luoghi di aggregazione, e non solo frequentati dai giovani, sono diventati sede di raduno per compiere azioni scellerate rimaste putroppo troppo spesso impunite. Aggressioni messe a segno da bande organizzate – non l’ultima ai danni dell’attore Davide Iacopini – hanno fatto irruzione, incappucciati, con estintori e spranghe e spaccato finestre e portoni, ai danni dell’incolumità dei lavoratori di una scuola primaria di Torino. Studenti in corteo e rappresentanze violente, con bombe carta e fumogeni, si sono scaraventati contro gli agenti in tenuta antisommossa, in migliaia verso il Ministero dell’Istruzione di Roma. Nel pavese, 21 ragazzi, 10 dei quali minorenni hanno impedito fisicamente ad una studentessa di prendere il treno per andare a scuola. Purtroppo però, tra le denunce per danneggiamento, imbrattamento e violenza privata che fanno un’eco che rapidamente svanisce, è devastante ascoltare le spiegazioni dei giovani quando ammettono che, nelle intenzioni, gli episodi dovevano rappresentare “un gesto goliardico”.
Il tasso di litigiosità dei ragazzi, già a partire dai più piccoli, si avverte sempre più palpabile. A poche settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, ma con una cadenza quotidiana, si torna a parlare di aggressioni e bullismo anche a scapito dei docenti. Il Presidente Giorgio Mattarella, durante l’inaugurazione di ogni anno scolastico, ha sempre sostenuto che la scuola è pilastro della Repubblica, è palestra di vita per i valori preziosi che propone: accoglienza, fiducia, dialogo, rispetto, responsabilità. Ma dalla riforma promossa dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, relativo al voto in condotta, operativo dallo scorso anno scolastico, il livello della conflittualità, già a partire dai banchi di scuola, sembra essersi alzato e spesso con vane motivazioni. Dagli scontri a parole si è passati ai fatti con aggregazioni supportate e spesso portate in piazza. A questo punto quali provvedimenti restrittivi possono combattere efficacemente il fenomeno o quantomeno ridimensionarlo? Quali le cause scatenanti? La sovraesposizione mediatica del far conoscere tutto dei singoli fatti sta trasformando un tema così preoccupante in un reel da condividere. Quanta fetta della società, quante famiglie – il principale nucleo dell’educazione – uscite dalla logica dello shock e dell’indignazione momentanea, comprendono e si domandano cosa stia realmente accadendo alle nuove generazioni? Parlare di violenza giovanile oggi significa addentrarsi in un territorio complesso dove il confine tra disagio sociale, patologia e atto criminale è estremamente sfumato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), inquadra la violenza giovanile come un problema di salute pubblica globale inquadrandola come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, da parte di una persona di età compresa tra i 10 e i 29 anni, che provochi o abbia un’alta probabilità di provocare lesioni, morte, danni psicologici o privazioni”.
Nella scuola, per inquadrare le casistiche problematiche, si fa sempre più ricorso al DSM-5, il sistema di riferimento internazionale usato da psichiatri, psicologi e medici per identificare e classificare i disturbi mentali e della condotta. Al passo con i tempi e i mutamenti sociali, anche la violenza sta assumendo nuova terminologia e sembianze: dalla mala movida alle baby gang, dal bullismo al cyberbullismo, la dating violence, il vandalismo gratuito e non l’ultima, la violenza performativa: aggressioni fisiche commesse con l’unico scopo di essere filmate e rese virali, trasformando l’atto violento in un macabro contenuto digitale. Resta in piedi una domanda che rimbalza dai talk show alle conversazioni quotidiane: perché i giovani sono sempre più gli artefici di azioni efferate? Sempre più spesso si richiede alla scuola e la si addita dei segnali di malessere degli studenti spesso senza essere al corrente che i docenti sono spesso lasciati soli a gestire la complessità di comportamenti che travalica i programmi scolastici, trovandosi a subire, talvolta in modo violento, sulla propria pelle, situazioni di disagio non monitorate e risolte nell’ambiente educativo di partenza: la famiglia. La fragilità dei legami più prossimi è disarmante: la società richiede ritmi di lavoro ed impegni gravosi che, interferiscono con la funzione educativa dei genitori. Questi ultimi demandano ai diversi contesti formativi l’affidamento dei propri figli – dalle prime ore dell’alba sino a tarda sera – per coinvolgerli in attività didattiche ed esperienziali che, andando ad allertare l’adrenalina e il cortisolo, li sovrastimolano, rendendoli iperattivi e a scapito del giusto tempo che dovrebbero trascorrere in un sano ambiente familiare.
L’abuso di sostanze e alcool, sono solo una conseguenza del disagio, la mancanza di centri di aggregazione sani e di alternative costruttive nel proprio territorio spinge alla dinamica del “branco”. Dulcis in fundo la desensibilizzazione digitale. L’esposizione costante, spesso non mediata, a videogiochi frenetici e a contenuti violenti online fa perdere il peso reale di un gesto violento che si svuota di significato. Paradossalmente persino attività classiche come il nascondino, i giochi caotici nel cortile della scuola, la lotta per gioco, liberano adrenalina in modo naturale e persino le sempre più acclamate feste di compleanno, i centri commerciali con i parchi gioco al chiuso e i gonfiabili, sovraccaricano i sensi, tenendo il sistema nervoso su di giri. Dunque quale la cassetta degli attrezzi “emotiva” per disinnescare la violenza prima che esploda? Lo specchio sociale in cui si riflettono le piccole e medie generazioni è sempre più preoccupante, già i più piccoli vivono una profonda difficoltà nel dare un nome a ciò che provano in un mondo che velocemente si trasforma e altrettanto freneticamente richiede di plasmarsi ai nuovi modelli e stili sociali. Sentimenti come la noia, la tristezza, la frustrazione non vengono elaborati, ma espulsi attraverso l’azione ovvero la violenza fisica e verbale perché la violenza diventa il linguaggio adottato per comunicare un malessere che non trova parole. I giovani vivono in un’epoca che impone di “essere qualcuno” a tutti i costi, ciascuno tende ad emulare comportamenti giusti e sbagliati pur di uscire dall’anonimato e affermarsi in un contesto sociale di visibilità. Filmare una rissa con lo smartphone o addirittura il partecipare, validare un “like” in una platea virtuale, è un modo brutale per occupare uno spazio fisico e una modalità moderna per far emergere la propria presenza in un mondo che, a detta dei giovani, sembra non avere posti riservati per loro né per garantire loro un domani.
Non a caso le tensioni provocate a Milano, Parigi, Lione e Strasburgo dai manifestanti tra i quali numerosi studenti, rappresenterebbe a detta dell’attivista Greta Thumberg la giusta modalità per rivendicare i propri diritti e per garantirsi il proprio futuro. Dunque queste le modalità costruttive per rimarcare i propri disagi sociali? Come prevenire il disagio giovanile? Educare fin da piccoli alle emozioni prima che sia troppo tardi, perché dal punto di vista emotivo e relazionale i ragazzi sono spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, deludente, segnato già all’interno delle famiglie dove avvengono tanti episodi di autolesionismo, violenze e omicidi da parte di attentatori apparentemente insospettabili: il tragico femminicidio di Giulia Cecchettin, tra i tanti, riporta alla mente tutti gli episodi in cui la violenza di genere ha agito per mano di figure la cui psiche era già lacerata e mai stata curata. Fino a quando la violenza manifesta o subdola continuerà a rappresentare la modalità per chiedere aiuto – soprattutto laddove mancano spazi di ascolto e relazioni educative solide – continueremo ad osservare il viaggio verso la distruzione di generazioni e generazioni: fino a quando la sfera degli affetti personali e del mondo adulto, continuerà a vivere assorta nel proprio videogame di superficialità ed indifferenza, mancando del giusto ascolto dei giovani e non riuscendo a coglierne i bisogni più profondi, continueremo ad ascoltare di tante torture psicologiche impossibili da curare e descrivere a parole.
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