Criminalità

Sud Est siciliano: dove la cocaina diventa invisibile. Puntata 8 Lecce, dove la rotta diventa strada

Da Vittoria a Lecce, dalla mafia albanese ai Cappello-Laudani, lungo una catena che attraversa le ‘ndrine dei De Stefano, Commisso, Coluccio, Ursino, Aquino e il clan Buccarella: il mare finisce, la strada comincia e la cocaina perde origine dentro la logistica europea.

8 Luglio 2026

Quando la droga diventa economia, non ha più bisogno soltanto di nascondersi.

Ha bisogno di viaggiare.

Dopo essersi confusa con forniture, imprese, manutenzioni e oggetti ordinari, la cocaina esce dal Sud Est siciliano senza cambiare volto, dentro lo stesso movimento che ogni giorno porta merci, camion e documenti da un territorio all’altro.

È qui che l’invisibilità diventa movimento.

1 – Lecce, l’hub che non ha un porto

La droga non arriva sempre dal mare. A un certo punto, semplicemente, smette di averne bisogno.

Dopo avere attraversato il Mediterraneo, raggiunto il Sud Est siciliano e trovato nelle campagne e nella logistica il modo per confondersi con l’economia quotidiana, il traffico compie un altro passaggio decisivo: il problema non è più fare arrivare la cocaina in Sicilia, ma farla uscire senza che quel viaggio continui ad apparire come un traffico di droga.

È in questo momento che il racconto cambia direzione.

Il mare lascia spazio alla strada. Camion, svincoli, aree di servizio, piattaforme logistiche e trasporti commerciali sostituiscono progressivamente cargo, pescherecci e recuperi costieri, mentre la cocaina continua a muoversi lungo gli stessi percorsi utilizzati ogni giorno da migliaia di mezzi che attraversano la penisola con merci perfettamente lecite.

Ed è qui che compare Lecce.

A prima vista sembra una scelta incomprensibile. Non è un grande porto commerciale, non movimenta container e non possiede le infrastrutture che normalmente si associano ai grandi traffici internazionali. Eppure è proprio questa apparente marginalità a renderla interessante, perché quando il carico arriva nel Salento il mare ha già esaurito la propria funzione: non serve più una banchina, ma un territorio attraversato da una rete stradale efficiente, capace di assorbire il movimento e redistribuirlo verso il resto d’Italia e d’Europa.

Lecce, in questa prospettiva, non è un approdo, ma un punto di trasformazione, il luogo nel quale il viaggio cominciato dal mare si dissolve dentro il traffico ordinario delle merci

2 — Dalla Sicilia alla Puglia

Quando il carico lascia il Sud Est siciliano non comincia un’altra rotta. Comincia un’altra fase dello stesso viaggio. La cocaina ha già attraversato il mare, ha trovato nelle campagne il tempo necessario per scomparire e ha imparato a confondersi con la logistica dell’economia quotidiana. Adesso deve soltanto uscire dall’isola continuando a sembrare ciò che è diventata: una normale merce in movimento.

Il viaggio riparte da Vittoria e dai territori che la circondano, attraversa Catania seguendo le principali direttrici della logistica commerciale e risale verso Messina, dove migliaia di camion raggiungono ogni giorno gli imbarcaderi dello Stretto senza interrompere il flusso delle merci dirette verso il resto d’Italia. In quel traffico fitto e ordinario non esiste nulla che distingua un mezzo dagli altri. Ogni camion aspetta il proprio turno, sale sul traghetto insieme ad automobili e mezzi pesanti, attraversa pochi chilometri di mare e raggiunge Villa San Giovanni come accade ogni giorno a migliaia di trasportatori.

È proprio questa normalità a rappresentare la forza del sistema. Il passaggio dello Stretto non è un’eccezione, ma uno dei punti più ordinari della logistica italiana. Nessun percorso alternativo, nessuna fuga spettacolare, nessuna corsa contro il tempo: soltanto un viaggio che continua a confondersi con quello di migliaia di altri mezzi, seguendo una delle direttrici commerciali più trafficate del Paese.

Quando il traghetto attracca sulla sponda calabrese, il Mediterraneo è ormai alle spalle. Da quel momento il viaggio prosegue interamente su strada, dentro una rete logistica che attraversa l’Italia meridionale fino a raggiungere la Puglia, dove il carico cambia ancora una volta funzione e si prepara alla fase successiva.

3 — Quando cambiano i custodi

Il viaggio continua, il camion non si ferma e il carico resta lo stesso, ma lungo quella direttrice cambia qualcosa che dall’esterno è impossibile vedere: non mutano la destinazione né il metodo, cambiano gli uomini e gli ambienti che, tratto dopo tratto, garantiscono il passaggio.

Fino a Catania la cocaina si muove dentro una rete di relazioni costruita negli anni tra criminalità albanese e ambienti mafiosi siciliani, ed è in questo tratto che, secondo le ricostruzioni raccolte nel corso dell’inchiesta, entrerebbero in gioco soggetti riconducibili ai clan Cappello e Laudani, capaci di assicurare che il carico attraversi la Sicilia orientale senza interrompere il proprio viaggio e senza uscire dal flusso ordinario dei trasporti.

Il passaggio decisivo avviene però sullo Stretto, perché quando il camion lascia Messina, attraversa il breve tratto di mare che lo separa da Villa San Giovanni e mette le ruote sulla penisola, non cambia soltanto territorio: cambia il sistema di protezione che accompagna il trasporto.

Da quel momento, secondo le informazioni raccolte, il viaggio entrerebbe progressivamente dentro una rete di staffette e coperture territoriali riconducibile alla ’ndrangheta, con il possibile coinvolgimento di ambienti legati a ciò che resta dei De Stefano di Reggio Calabria e ad alcune famiglie storiche della Locride, dai Commisso dell’area di Siderno ai Coluccio di Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa Ionica, fino agli Ursino e agli Aquino, questi ultimi indicati in diverse ricostruzioni come una ’ndrina di Marina di Gioiosa Ionica imparentata con i Coluccio e storicamente proiettata nei traffici internazionali di droga.

Il passaggio verso la Puglia, in questa prospettiva, non sarebbe affidato al caso, perché alcune di queste articolazioni calabresi avrebbero mantenuto nel tempo rapporti e capacità di influenza su settori della Sacra Corona Unita e, secondo le ricostruzioni raccolte, anche con ambienti riconducibili al clan Buccarella di Tuturano, rendendo possibile una continuità territoriale che accompagna il carico fino alla zona di Brindisi senza costringerlo a uscire dal flusso ordinario dei trasporti.

Il camion continua così a viaggiare come migliaia di altri mezzi che ogni giorno attraversano l’Italia, ma a cambiare, lungo il percorso, non è il carico: sono i custodi invisibili che ne garantiscono il passaggio, adattandosi ai territori attraversati e lasciando che la droga continui a sembrare soltanto una merce in movimento.

4 — Lecce non è la destinazione

A questo punto diventa chiaro perché il viaggio non si fermi a Lecce e, allo stesso tempo, perché Lecce sia diventata uno dei nodi più importanti dell’intera catena logistica. Non è la destinazione finale del carico e non è neppure un punto di ingresso dal mare, perché non è una città portuale, non movimenta container e non concentra quei flussi marittimi che da anni rappresentano l’obiettivo prioritario dei controlli antidroga.

La sua forza sta proprio in questa assenza. Lecce non richiama l’immaginario dei grandi traffici internazionali, ma la sua posizione la colloca dentro una rete stradale che collega rapidamente il Salento al resto della penisola, trasformando svincoli, tangenziali, aree di servizio e piattaforme logistiche in una struttura di distribuzione capace di assorbire il traffico senza interromperne la normalità. Quando il carico arriva qui non deve più superare frontiere, attraversare il mare o affrontare controlli portuali: deve soltanto continuare il proprio viaggio confondendosi tra migliaia di camion che ogni giorno percorrono le stesse direttrici trasportando merci lecite.

È questo il motivo per cui Lecce non rappresenta il punto d’arrivo del viaggio, ma uno snodo: il mare, ormai, è alle spalle, la cocaina viaggia esclusivamente su strada e il traffico può confondersi dentro la stessa infrastruttura che ogni giorno tiene in movimento l’economia italiana, perdendo progressivamente la propria origine mediterranea e preparandosi a diventare qualcosa di più ampio, più mobile e più difficile da ricostruire.

Da Lecce, infatti, il carico può essere redistribuito verso la Puglia, risalire la penisola, raggiungere le piazze del Nord o prendere la direzione dell’Europa, ma è soltanto quando entra nella grande logistica continentale che il viaggio compie il salto decisivo, perché lì non basta più spostare la droga: bisogna farle perdere definitivamente il passato, cambiarle mezzi, documenti, targhe, società di copertura e provenienza apparente.

Ed è qui che il racconto lascia la Puglia e arriva in Germania, nel Paese in cui la cocaina non viene soltanto ricevuta o venduta, ma rilanciata dentro una rete di camion, imprese, autisti e piattaforme logistiche capaci di trasformare una rotta mediterranea in traffico interno europeo. (Segue…)

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