Italia
Il diritto di pisciare. Bisogna rivendicarlo
Il lavoro digitale ha cancellato luoghi, muri e caporeparti. Ma insieme rischia di cancellare anche diritti che credevamo acquisiti. La storia del rider Stanley Ibharoga ci ricorda una verità elementare: prima dell’algoritmo viene il corpo di chi lavora.
Stanley Ibharoga fa il rider a Torino. Lavora per strada, aspetta per strada, mangia quando può e, quando deve andare in bagno, qualche volta deve pagare. È servito un giudice per stabilire che anche chi consegna a domicilio il nostro pranzo ha diritto a ripararsi dal caldo e dal freddo e ad accedere gratuitamente a un servizio igienico.
La vicenda potrebbe essere archiviata tra le tante storie della gig economy, aggiungendo qualche considerazione sulla precarietà, gli algoritmi e le piattaforme digitali. Ma forse dice qualcosa di più. Dice che siamo arrivati al punto di dover rivendicare il diritto di pisciare.
Non è una provocazione. O almeno non soltanto.
Per molto tempo il luogo di lavoro è stato anche il luogo del conflitto. La fabbrica poteva essere dura, alienante, persino disumana. Ma proprio dentro quelle mura generazioni di lavoratori hanno conquistato ciò che oggi consideriamo elementare. La pausa, lo spogliatoio, la mensa, l’acqua, il bagno, un posto dove sedersi, un tetto sotto il quale ripararsi.
Non erano gentili concessioni. Erano diritti. Lo abbiamo dimenticato perché, una volta conquistati, erano diventati normali. Poi una parte del lavoro ha cominciato a perdere il proprio luogo. Il lavoratore è diventato mobile, connesso, disponibile. La fabbrica è diventata un’applicazione sul telefono. Non c’è più il cancello da attraversare e non c’è il caporeparto che ti aspetta. Sembra quasi una liberazione. Ma insieme al luogo possono scomparire anche le cose che quel luogo, dopo decenni di conflitti, era stato costretto a garantire.
Stanley lavora dal 2019 come rider. La giustizia gli ha già riconosciuto un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato. Un successivo provvedimento del Tribunale del lavoro di Torino ha imposto a Foodinho, la società che opera con il marchio Glovo, una serie di tutele concrete. Protezioni adeguate contro caldo, freddo e smog, un luogo nel quale ripararsi durante le attese e la possibilità effettiva di utilizzare gratuitamente i servizi igienici.
Eppure, Stanley racconta che continua ad aspettare sul marciapiede. E che per andare in bagno qualche volta deve ancora pagare.
È difficile trovare un’immagine più precisa di ciò che può accadere quando il lavoro diventa senza luogo. Il problema non è soltanto quanto si guadagna o quale contratto venga applicato. Prima ancora c’è il corpo. Un corpo che ha caldo, ha freddo, ha sete, deve sedersi e deve pisciare.
La tecnologia tende invece a raccontarci un lavoratore senza corpo. Un punto che si muove sulla mappa, riceve un ordine, raggiunge un ristorante, consegna un pacchetto, torna disponibile. L’algoritmo vede perfettamente dove si trova. Non sa se ha bisogno di andare in bagno.
Non si tratta di avere nostalgia della fabbrica. Nessuno dovrebbe rimpiangere le condizioni contro le quali milioni di persone hanno combattuto. Dovremmo semmai ricordare perché hanno combattuto. La modernità del lavoro non può consistere nel liberarci dei muri se, insieme ai muri, facciamo scomparire anche i diritti conquistati dentro di essi.
Abbiamo costruito parole sofisticate per raccontare il nuovo lavoro. Gig economy, piattaforme, flessibilità, autonomia, rating, algoritmo. Stanley ci costringe a tornare a un vocabolario molto più semplice.
Un uomo lavora. Un uomo ha un corpo. E se nel 2026 occorre ancora una sentenza per stabilire che durante il lavoro quell’uomo deve poter bere, ripararsi e andare gratuitamente in bagno, allora sì, bisogna dirlo senza pudore.
Bisogna rivendicare persino il diritto di pisciare.
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