Italia
Ve lo do io Vannacci!
Il “Generale” sa dare una legittimazione pubblica alla rabbia insensata e ai timori nevrotici di una parte della società italiana.
A quanto pare, non vi è alcun dubbio sul fatto che in questo frangente la canalizzazione della frustrazione stimoli l’elettorato molto più della promessa di una speranza. E questo spiegherebbe in parte l’onda neonazista della Sassonia e il “politicantismo neorepubblichino” del nostro nuovo fenomeno nazionale, Roberto Vannacci. Gli analisti certamente concorderanno sul fatto che, nel breve termine e in contesti di forte crisi, la mobilitazione del risentimento tenda a essere psicologicamente ed elettoralmente più immediata ed efficace rispetto a una visione di futuro a lungo termine. Pertanto gli psicologi, in seconda battuta, potranno spiegarci che le ragioni del ritono al “passato peggiore” si fondano su dinamiche emotive e comunicative ben precise. Sappiamo più o meno tutti che la paura e la rabbia sono stimoli emotivi più potenti e urgenti rispetto alla speranza. L’individuazione di un “capro espiatorio” (le élite, la globalizzazione, i migranti, i mutamenti culturali) offre una spiegazione semplice e rapida a problemi complessi. Si aggiunga che condividere un’opposizione comune (il “voto contro”) crea una forte identità di gruppo e un senso di solidarietà istantaneo tra chi si sente penalizzato e dimenticato dallo status quo. Mentre, cercare di offrire speranza attraverso progetti di sviluppo richiede la costruzione di una visione articolata e multiforme, che a sua volta necessita di un minimo di fiducia iniziale nelle istituzioni e nel leader che la propone. Vi è da dire anche, e questo è importante, che quando la sfiducia è generalizzata, la speranza viene facilmente scambiata per retorica vuota, da considerarsi alla stregua di una promessa elettorale irrealizzabile.
Tutta la storia politica, però, dimostra ampiamente che se la frustrazione è estremamente efficace per conquistare il consenso e vincere le elezioni, la speranza e la visione rimangono indispensabili per governare nel lungo periodo. Il nostro Vannacci è riuscito a inserirsi con efficacia in questo meccanismo elettorale, trasformando in consenso quelli che i suoi detrattori considerano limiti evidenti di una comunicazione inadeguata e urticante. Non vorrei che gli esperti storcessero il naso, ma credo che il suo profilo sia un esempio da manuale di come l’assenza di una cultura politica tradizionale possa diventare un vantaggio in tempi di forte polarizzazione. Eppure, i suoi tratti distintivi si prestano a una lettura che non si può equivocare, essendo predominanti l’uso permanente di un linguaggio diretto e la totale mancanza di una complessità critica. Il suo modo di esprimersi è privo di sfumature, ignora l’essenza e la complementarietà dei problemi globali e scivola spesso in generalizzazioni grossolane e stereotipi di pessimo consumo. Una banalissima semplificazione che il suo elettorato percepisce, evidentemente, come un parlare “schietto e di buon senso”. E poco importa se le sue tesi su identità, orientamento sessuale e cittadinanza isolano culturalmente il dibattito e rischiano di alimentare divisioni e intolleranza, allontanando il paese dagli standard europei sui diritti civili. In sostanza, quello che appare come un limite etico e ideologico funge da perfetto catalizzatore per la frustrazione di chi si sente minacciato dai cambiamenti sociali dell’evoluzione culturale. Va da sé che i limiti strutturali del “Generale” contano meno della capacità di intercettare uno stato d’animo emotivo. Vannacci non è in grado di offrire una soluzione studiata e complessa ai problemi del paese, ma sa dare una legittimazione pubblica alla rabbia insensata e ai timori nevrotici di una parte della società, monetizzandoli in consenso politico. Ora, resta da capire se questa formula possa reggere alla prova del tempo.
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