Partiti e politici

Remigrazione: il significato pesante, specifico e manipolatorio di una parola

La burocratizzazione della deportazione può essere percepita come l’essenza stessa della disumanità moderna.

11 Settembre 2026

Remigrazione. Sì, sì, remigrazione. Ripeto: remigrazione!” La parola chiave della destra radicale e identitaria a livello globale, utilizzata come pilastro centrale a sostegno delle proprie idee e azioni politiche. Eppure in origine, nel linguaggio sociologico, almeno per quanto riguarda il flusso migratorio dei meridionali d’Italia, la parola indicava semplicemente il ritorno spontaneo e volontario di un migrante nel proprio luogo d’origine, dopo aver lavorato nel settentrione della sua stessa nazione, in Germania, negli Stati Uniti, nell’America latina e un po’ ovunque. Oggi, invece, i movimenti di destra le hanno conferito un unico significato: operando un rebranding politico l’hanno trasformata in un eufemismo per indicare l’espulsione, il rimpatrio forzato e la deportazione, su larga scala, di popolazioni di origine straniera. Le caratteristiche della politica di “remigrazione”, a differenza dei tradizionali programmi di contrasto all’immigrazione clandestina, presentano tratti esasperatamente radicati nell’etno-nazionalissmo. Si attuano e si propongono programmi che non colpiscono solo gli immigrati irregolari, ma mirano anche ai residenti regolari, richiedenti asilo respinti e, nei casi più estremi, a cittadini naturalizzati, di seconda e terza generazione, considerati “non assimilati” e ostili alla cultura ospitante.

Il nuovo concetto unico di “remigrazione” fa parte, ormai, del linguaggio politico corrente grazie a Donald Trump e al sistema MAGA, entrando a gamba tesa nel dibattito istituzionale e parlamentare del nostro paese, dove esponenti della Lega e l’eurodeputato Roberto Vannacci ne hanno preso a modello il contenuto, proponendolo come misura per preservare l’identità culturale e la sicurezza nazionale. E se anche la proposta ha tutta l’aria di apparire come una formula retorica e pericolosa, volta a normalizzare pratiche discriminatorie e contrarie ai diritti fondamentali dell’uomo, tanto meglio! L’elettorato di destra, nella fattispecie, non chiede nulla di diverso e alternativo al disumano. Simone Weil, così attenta alla disumanità della politica, offre una lente filosofica straordinariamente potente per analizzare il concetto di “remigrazione”. Nel suo capolavoro “La prima radice”, noto anche come “Il radicamento”, Weil scrive che il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. Per lei l’essere umano ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, spirituale e intellettuale tramite l’ambiente di cui fa parte naturalmente o in cui si è integrato.

La “remigrazione che mira a strappare individui (anche di seconda o terza generazione) dal tessuto sociale in cui sono cresciuti per “re-inviarli” in una presunta patria d’origine, commette per Weil il delitto supremo: lo sradicamento forzato. Sradicare un essere umano significa privarlo del passato, della continuità e della possibilità di partecipare a una vita collettiva reale. La destra identitaria giustifica la remigrazione in nome della difesa della “purezza” o dell’omogeneità dello Stato-Nazione. Weil è stata una delle critiche più severe di questo concetto: riprendendo Platone, definisce la collettività statale idolatrata come il “Grande Animale”. Quando lo Stato diventa il valore supremo a cui sacrificare gli individui, si trasforma in una macchina totalitaria che riduce l’identità umana a un dato burocratico, etnico o geografico. Per Weil, la vera patria non è un’entità escludente basata sul sangue, ma un luogo di responsabilità e di protezione dei deboli. Sostituire la solidarietà umana con il dogma dell’omogeneità nazionale è, ai suoi occhi, una forma di idolatria politica che genera mostri. Nella prospettiva weiliana, questa operazione cancella l’individualità sacra della persona (ciò che lei chiamava l’impersonale o il sacro nell’uomo) e trasforma il migrante, il rifugiato o il cittadino naturalizzato in un “peso da spostare” o in un “pericolo da espellere”, privandolo della sua dimensione di sofferenza e di dignità. Ed è a questo punto che la burocratizzazione della deportazione può essere percepita come l’essenza stessa della disumanità moderna. Non so tutto o tanto di Simone Weil, ma, studiandola da anni, so abbastanza per interrogarla. Sulla “remigrazione” delle destre dell’attualità la sua risposta filosofica sarebbe ferma e inequivocabile: «Questa politica non è la soluzione a un problema sociale, ma il sintomo della malattia spirituale dell’Occidente che, che avendo sradicato se stesso e perdendo i propri valori culturali di accoglienza e compassione, cerca di sradicare gli altri in un’illusione di autoconservazione».

Per Weil, la disumanità non risiede nel migrante che cerca radici, ma nello Stato che gliele recide.

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