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Beni culturali

Le statue abbattute di Mosul e i cavalli di Ninive

di Alfio Squillaci
27 Febbraio 2015

Ninive è sempre stata come una vasca piena d’acqua,
ma ora le acque sfuggono.
‘Fermatevi! Fermatevi!’, ma nessuno si volta. (Naum  2,9)

Allora chiunque ti vedrà, fuggirà da te
e dirà: ‘Ninive è distrutta! Chi la compiangerà?
Dove cercherò chi la consoli?’. (Naum  3,7).

«Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona 1,2

Un dolore e un raccapriccio più grande, se possibile,  delle teste umane mozzate quello del martellamento e della  decapitazione delle statue di Ninive, oggi  Mosul. Se nel primo gesto dello sgozzare l’umano come un  capretto c’è la ferinità primitiva di chi è avvezzo al colare del sangue delle bestie destinate al sacrificio rituale – sia esso l’agnello destinato all’altare  del dio giudaico-cristiano  o il montone dell’Aid-,   seppure orrendo da gelare lo sguardo, c’ è in detto gesto un che di pastorizio-sacrificale  inscritto nelle abitudini degli uomini e nei riti della religione risalenti ai  patriarchi biblici, alle genti abramitiche venute da Ur, presso cui le ricchezze si misuravano dal numero degli armenti posseduti. Ma la furia iconoclasta, benché anch’essa molto antica (nella valle dei re a Luxor ogni effigie della regina  Hatshepsut venne prese a martellate dai successivi regnanti) è gesto anarcoide senza dignità, ritualità, ieraticità,  e reca tuttavia la tragedia aggiuntiva di una masnada di folli che vedono  la religione in lotta contro l’arte quando è proprio in quei luoghi che arte e religione si fusero.

Solo se si è in preda alle devastazioni delle droghe o posseduti dall’idea folle,  diventata disturbo comportamentale, di un dio feroce unico e grande puoi compiere un gesto così empio  contro l’arte e la storia la quale dopotutto è Dio nel tempo, Dio nel destino, Dio nel passato e nel futuro di un popolo.

Di fronte a queste immagini strazianti volgiamo altrove lo sguardo e sentiamo salire dal fondo dell’anima  il lamento doloroso del poeta davanti al sangue, ma non è più la sangre de Ignacio, è il sangue dei miti e dei riti antichi, il sangue della storia sgozzata: ¡Que no quiero verla! ¡Que no quiero verla! 

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