Cinema
Il film su Pino Daniele: smarrimento ed indignazione
Ho visto il film dedicato a Pino Daniele, “Je so’ pazzo” e ne sono uscito attraversato da un sentimento di smarrimento profondo, misto a una ferma ed amarissima indignazione.
16 Ottobre 2026
Ho visto il film dedicato a Pino Daniele, “Je so’ pazzo” e ne sono uscito attraversato da un sentimento di smarrimento profondo, misto a una ferma ed amarissima indignazione.
Smarrimento, innanzitutto.
Perché se è pur vero che la sua infanzia è stata dolorosa, tormentata da un tessuto familiare lacerato dalla miseria e dalla manifesta prepotenza paterna, questa cifra emotiva è diventata nel film l’unica chiave di lettura, sovrapposta quasi ad ogni scena.
Come se Pino Daniele non fosse mai diventato quel gigante della musica capace di imprimere un segno indelebile nel panorama nazionale e internazionale.
Ciò che meritava di essere celebrato è stato, invece, neghittosamente trascurato, evitato, quasi espunto dalla narrazione.
Tra il secondo album, “Pino Daniele” ed il terzo, “Nero a metà”,si staglia una stella: il suo sound si fa raffinatissimo, sontuoso, unico.
Eppure questa folgorante evoluzione artistica non viene sfiorata. La regia preferisce attardarsi nel ritratto di un giovane disperato, a tratti persino volgare, dipinto quasi come un’anima opaca che sorride senza motivo o cede alla violenza. Ma un poeta, un musicista dell’anima come Pino Daniele, non era questo.
Al film non interessa la bellezza scintillante della sua musica, né la sua progressiva, penetrante evoluzione verso quell’originalissimo linguaggio che fu il Neapolitan Power — un respiro internazionale che guardava a Stevie Wonder e Al Jarreau.
Nelle sue interviste Pino ricordava spesso come fin da ragazzo ascoltasse i vinili di Miles Davis, di John Coltrane, il meglio della scuola jazz americana.
La pellicola ignora la parabola di un chitarrista autodidatta che, attraverso uno studio disperato e febbrile, assurge a vette geniali, specchiandosi in maestri del calibro di George Benson e Al Di Meola, dai quali desiderava, ansante, rubare segreti e partiture. Quel giovane tozzo e barbaro che appare sullo schermo avrebbe mai potuto custodire una simile aristocrazia musicale?
Pino Daniele appare tetragono, con vestiti discinti, di sozze abitudini culinarie: mangiava sempre con le mani? Un poeta che scrive “Je stò vicino a te” può mai apparire come un maschio violento che accoppa la sua donna?
Ed è qui che lo smarrimento si fa indignazione. Pino Daniele viene intrappolato nello stereotipo di una Napoli unicamente povera, proletaria, incapace di pensarsi città europea; un orizzonte ridotto a bidonville e baraccopoli.
Con un malizioso sciacallaggio, la regia costringe ogni scena nei vicoli, dentro la precarietà ostentata dei “vasci”.
Eppure, già in “Terra mia”,Pino cantava una Napoli dai mille colori, e in “Nero a metà”tesseva i contrappunti celestiali di “A testa in giù” e l’infinita malinconia di Alleria: musica divina.
È un film pessimo, un’occasione mancata che non rende giustizia né alla dignità di una città, né al genio immortale del suo musicista più grande.
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