Letteratura

L’ eterna estate di Albert Camus e Maria Casarès: l’epistolario dell’amore assoluto

Con questo scritto si racconta l’intenso amore clandestino tra lo scrittore Albert Camus e l’attrice Maria Casarès, nato a Parigi nel 1944. Un legame assoluto, testimoniato da 865 lettere appassionate, che sopravvisse al tempo ma fu spezzato dalla tragica morte di Camus nel 1960.

19 Ottobre 2026

Ci sono palcoscenici remoti, crepuscolari e magnetici in cui la fragile finzione scenica cede improvvisamente il passo al destino più imperioso e le quinte d’un teatro si mutano in trappole sacre, labirinti d’oro in cui Cupido scaglia i suoi dardi infuocati e spietati.

Accadde un tempo al tormentato Luigi Pirandello con la sua sublime e prorompente musa Marta Abba; e accadde di nuovo, in una primavera di guerra, sangue e cenere, al febbrile Albert Camus e alla magnetica Maria Casarès.

Il teatro non fu per loro una semplice, algida scenografia, ma il perimetro fatale, l’altare profano in cui due solitudini immense e disperate si riconobbero con l’agnizione di un amore che sarà veramente assoluto.

Era il marzo del 1944. Parigi, la ville lumière, tremava ferita, spettrale e silenziosa nell’oscurità opprimente dell’occupazione nazista. Camus era un intellettuale che già aveva pubblicato la trilogia dell’assurdo (Lo straniero, Il mito di Sisifo, Caligola): era un algerino con tratti bellissimi, occhi febbrili e solari, somigliante ad uno degli attori più in voga del momento,Humphrey Bogart. Sarà uno scrittore famoso ed uno dei più giovani ad aver conseguito il premio Nobel. Tutto il mondo della cultura lo conoscerà quando pubblicherà “La Peste”.

Maria Casarès era la figlia dell’ex leader spagnolo e ministro repubblicano Santiago Casarès Quiroga. Erano riparati a Parigi, profughi di lusso e di dolore, mentre in patria i franchisti prendevano il sopravvento nella guerra civile. A dispetto di un avvio difficile Maria non fu ammessa all’Accademia d’arte drammatica – diverrà, poi, la “divina” del palcoscenico.

Camus già l’aveva vista recitare nel 1943, ma la incontrò il 19.03.1944 a casa di Michel e Zette Leiris durante la rappresentazione-lettura del “Desiderio preso per la coda” di Pablo Picasso. Lì si accese la scintilla divampante, l’incendio indomabile del loro amore profondo. Camus le propose la parte di Martha in “Le Malentendu (Il malinteso)”, opera da lui scritta.

Camus fu folgorato dalla bellezza straripante e veracemente passionale di Maria, ne fu pervasivamente ammaliato. Ma fu nella notte fatale del 6 giugno 1944, mentre il mare di Normandia si scuoteva per lo sbarco alleato, che le loro anime si arresero alla tempesta. Diventarono amanti, mentre il mondo cercava la libertà.

Camus, però, era sposato con Francine, pianista e matematica rimasta bloccata in Algeria a causa della guerra. Questo legame confinerà l’amore tra Maria ed Albert in una clandestinità dolorosa, portandoli a lasciarsi. Francine si ricongiungerà con Albert e nascono in quei quattro anni due gemelli: Jene e Catherine.

Ma il caso, nel teatro supremo dell’amore, recita la parte del destino, tessendo i suoi fili invisibili e tenaci. Quattro anni dopo, nello stesso identico giorno — il 6 giugno 1948 — i loro passi si incrociarono per caso sul Boulevard Saint-Germain. Fu come se il sipario si alzasse di colpo su un secondo atto inaspettato. Non si lasceranno più.

Così racconta del loro incontro Olivier Todd nella biografia dedicata ad Albert Camus “Albert Camus una vita”.

“Albert incrocia sul boulevard Saint-Germain Maria Casarès, ormai attrice famosa di teatro e di cinema. “Dove andavi?” chiede Camus. “In teatro. E tu?” “A casa di Gide”. Lei diventa tutta la vita di Camus […]. Richard Wagner chiamava Cosima “l’Unica”, Camus dà lo stesso appellativo alla Casarès.[…]. S’incarnano l’un l’altro e si confondono. Attrici ne ha anche Sartre, ma nessuna come Maria, voce inimitabile, recitazione selvaggia. Camus non l’ha creata, crea con lei. Riprende perciò a lavorare su due pieces, cosa che non faceva da anni e Maria reciterà per lui” (Olivier Todd “Albert Camus una vita”, pagine da 454 a 457).

Dal giugno del 1944 nasce un epistolario ricchissimo e traboccante d’amore, 865 lettere, sottratto all’oblio dalla figlia di Camus, Catherine, a dimostrazione che un amore contrastato, fatto di maree, separazioni e rinascite, è più forte di ogni ostacolo.

Catherine ha scritto che volle pubblicare queste lettere (Saremo leggeri corrispondenza 1944-1959, Bompiani editore) perché sono “letteratura pura”.

“Le lettere di Maria stavano in una sacca- racconta Catherine Camus- nell’appartamento parigino di papà. Alla sua morte vennero subito recuperate dall’amico poeta René Char e consegnate a Maria Casarès, per evitare che ferissero mia madre”.

In seguito, Casarès le avrebbe affidate a Catherine insieme a quelle di Albert.

Nel frattempo, Catherine Camus e Maria si incontrarono.

“Nei primi anni 80, dopo la morte di mia madre, Maria Casarès era in tournée a Nizza, dove vivevo all’epoca. Le lasciai un messaggio in teatro chiedendo se le andasse di vedermi. Dubitavo molto che avrebbe accettato. Non amava rievocare la storia con papà. Invece rispose subito dandomi appuntamento nel suo hotel. Mi presentai verso le due del pomeriggio. E parlammo per ore stese sul letto. Divorando tavolette di cioccolato come se ci conoscessimo da sempre. A un certo punto le dissi: ‘Devo andare’. ‘Ma perché?’ chiede lei. ‘Perché fa notte’. Maria sorrise: “È proprio vero che la mela non cade mai lontano dall’albero”. Non so a che cosa alludesse citando quel proverbio. Forse pensava che come papà anch’io diventassi malinconica al calare della sera. Poco importa: da quel giorno ci rivedemmo spesso. Maria era la vita stessa”. (Albert Camus e Maria Casarès, cuori nella tormenta di Marco Cicala, Venerdì di Repubblica 1 ottobre 2021).

Nelle loro lettere l’inchiostro si fa carne, brivido, invocazione. Albert le scriveva così, nel giugno del 1944:

“Sono così felice, Maria. È possibile? Ciò che trema dentro di me è una specie di gioia folle. Ma c’è poi anche l’amarezza quando vai via e la tristezza dei tuoi occhi al momento di lasciarmi. In effetti, quel che ho di te ha un sapore in cui la felicità si mescola sempre all’inquietudine. Ma se mi ami come scrivi, dobbiamo ottenere altro. È giunto per noi il momento di amarci, e dobbiamo volerlo così forte e così a lungo da poter passare sopra a tutto” (Lettera n. 3, giugno 1944).

Poco dopo, il suo canto si faceva ancora più febbrile:

“Maria, tesoro mio, amore mio adorato? Ti rendi conto che l’intensità che ho messo in tutto ciò che vivo e che fa di me quello che sono l’ho infusa anche in questo amore cresciuto così in fretta e che oggi mi colma[…]. Ti abbraccio, ma con le lacrime che non posso versare e che mi soffocano” (Lettera n. 13 luglio 1944).

“Ti aspetto, e ti aspetterò fino a quando la vita e l’amore avranno un senso per te e per me. Ma se una volta soltanto mi hai amato con tutta l’anima avrai capito che l’attesa e la solitudine possono essere per me soltanto una disperazione» (Lettera n. 16 luglio 1944).

«Il mio desiderio più vero e più spontaneo sarebbe che, dopo di me, mai nessun uomo ti sfiorasse più. So che non è possibile. Tutto ciò che posso augurarmi è che tu non dilapidi questa cosa meravigliosa che sei – che ne faccia dono solo a una persona che lo merita davvero. E anche allora, non potendo io occupare tutto il posto che gelosamente vorrei conservare, desidererei che mi serbassi  il posto privilegiato che in rari istanti mi era parso di meritare. È una misera speranza, ed è la sola che mi resta” (Lettera n. 20 ottobre 1944).

Maria rispondeva con la stessa spaventosa intensità:

“Quando ti ho conosciuto ero troppo giovane per cogliere veramente tutto ciò che “noi” rappresentavamo, e forse è stato necessario che andassi altrove a inciampare contro la vita per poter tornare con una sete inestinguibile da te, che sei il mio senso. Ora eccomi tua, interamente. Stringimi a te e non lasciarmi mai più. Saprò capire le tue tentazioni, se ne avrai, e saprò anche comunicarti le mie per poter attingere in te la forza necessaria a vincerle. Quando ci penso, quando cerco di immaginare il nostro futuro, quasi soffoco di felicità, e un immenso timore mi stringe il cuore, non riuscendo a credere a tanta gioia in questo mondo” (Lettera n. 30, agosto 1948).

“Ah, torna presto, ora che ho questa fiducia illimitata in te, in me, in noi, forse mi insegnerai ad avere fiducia nella vita! E le cose verranno da sé… E ti porterò nel cuore del vento, della pioggia battente, dei merletti delle onde e nell’odore delle alghe, e ti farò capire, “razza di lacustre bruciato dal sole”, ti farò capire e amare questo movimento infinito, tutto bagnato, salato, in cui si può vivere soltanto al passato, tanto l’istante è fuggitivo e inaccessibile” (Lettera n. 49, dicembre 1948).

Per Maria, Camus era il baricentro del mondo. Per Camus, lei era “L’Unica”.
Un amore oceanico, nutrito di assenze, vissuto davanti a mari infiniti che fungevano da specchio al loro tormento. Da un ponte di una nave, Albert le confessava:

“Nel frattempo, sono qui, davanti a questo mare che mi aiuta, lui solo, a sopportare tutto. Quando spunta il giorno sulla sua immensità, quando la luna crea un fiume lattescente che sospinge le sue acque dense verso la nave, o quando il mare del mattino è increspato di schiuma, lì, da solo sul ponte, ho appuntamento con te. E ogni giorno il mio cuore si gonfia come l’oceano, pieno di questo amore tormentato e felice che preferisco alla vita intera. L’immagine che serbo di te ha ormai attraversato molti dolori e molte gioie. Non cambierà più. Quel viso amato è mio, è ciò che serberò, ciò che ho ricevuto di più prezioso nella vita. Aspettami, amore mio, mia selvaggia. Stasera sei presente come non mai. Soffoco per le lacrime che affiorano mentre ti scrivo. Ma immagino il tuo sorriso, che vedo anche in questa fotografia davanti a me, e riprendo a sperare – tanto forte è la volontà di essere felici. Ma la felicità che mi viene da te ripaga di tutto. Dove sei, amore mio. Vago su tutta quest’acqua che ci separa, ti chiamo e vorrei che mi sentissi, e che questo grido ti sollevasse finalmente fuori dal dolore. Ti abbraccio da lontano, sempre più lontano! Ricordati che non ti abbandono, che ti seguo passo passo, e che ci sono, per te e accanto a te” (lettera n. 67, luglio 1949).

E Maria  rispondeva che l’unica sua vera angoscia era la morte, la notte definitiva capace di spezzare quel legame prima di poter finalmente realizzare il loro sogno: “L’unica cosa che ora mi separa da te e a momenti mi spinge alla follia è l’idea che un giorno la morte possa obbligarci a vivere l’uno senza l’altra. Quando questo pensiero mi assale ed è abbastanza acuto da farmi vivere una mattina, per esempio, con l’idea che tu non ci sei più e non ci sarai mai più, tutte le mie facoltà si offuscano in un caos totale. A parte ciò, niente più conta tranne te e me, con o contro il mondo intero; questa resta la mia unica angoscia reale, tutto il resto è solo preoccupazione o inquietudine. Ovviamente ciò presuppone una fiducia totale e illimitata in te, in te e nel nostro amore, di cui riesco a immaginare una sola fine: la morte[…]. Allora potremo parlare senza turbamenti di tutti i nostri problemi, delle nostre inquietudini, potremo vivere senza turbamenti, liberi uno nei confronti l’altra, e avremo vinto. Io sono pronta; quando ne sarai convinto comincerà la vera vita, e nel tempo che ci resterà realizzeremo “la nostra eterna estate”. Ti aspetto, amore mio caro, e ti amo” (Lettera n. 93, 1949).

La morte, infatti, non ebbe la pazienza di aspettare la vecchiaia. E non arrivò attraverso la tubercolosi che da sempre minacciava il respiro di Camus, ma con la brutalità di un colpo di scena tragico.

Il 30 dicembre 1959, da Lourmarin, Albert le scrisse le sue ultime parole: “Ecco. L’ultima lettera. Solo per dirti che arrivo martedì in auto… Ti telefono quando arrivo, ma magari potremmo già stabilire di cenare insieme martedì. Diciamo in linea di massima, salvo imprevisti lungo la strada”.

Il 4 gennaio 1960, sulla Nazionale 5 in località Villeblevin, l’auto di Camus si schiantò contro un albero. Il sipario calò improvvisamente a novanta chilometri da Parigi, interrompendo per sempre il viaggio verso la sua Unica.

Così scrisse il grande Dino Buzzati all’indomani della sua tragica dipartita, fotografando l’anima autentica e solida dell’autore: “Aveva una faccia non da intellettuale ma da sportivo, Chiara, popolaresca, solida: e il dentro corrisponde al fuori” ( Buzzati Dino, Corriere d’Informazione – Corriere della Sera del 5 gennaio 1960).

Ma l’eco delle loro voci continua a risuonare tra le pagine, lasciando al mondo il profumo di un amore che, per essere compreso e sfiorato nella sua devastante bellezza, chiede solo di essere letto.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.