Letteratura
Umberto Eco: la mossa del cavallo di un intellettuale sempre moderno
25 Aprile 2026
Questo è un libro straordinario-Roberto Cotroneo Umberto- La Nave di Teseo-dal quale non apprendiamo il significato delle opere di Umberto Eco, neanche un’interpretazione del suo stile o una narrazione della sua vita privata.
Si snoda su dettagli preziosi, sontuosi.
C’è, di converso, uno spirito, un afflato che coglie il lettore ed è la tensione, il conato, lo sforzo con il quale, questo scrittore raffinatissimo, Roberto Cotroneo, scrive di Umberto Eco.
E sono personalissime sensazioni, impressioni, pensieri che affascinano il lettore e ci fanno comprendere la statura di quel grande intellettuale che era Umberto: ” sapeva leggere il presente nelle diverse lingue della modernità”.
Cotroneo si immagina di entrare in quella mente geniale, per capire come abbiano quelle sinapsi, quel cervello elaborato schemi narrativi, interpretazioni di segni- già la semiotica- di rutilante novità.
“La sua mente è irraggiungibile e non misurabile con niente. Una delle cose che ho sempre sognato era di entrarci, solo per capire come funzionava il suo sistema operativo. La velocità di elaborazione, la capacità di passare da un argomento all’altro: uno altissimo e uno pop, persino frivolo, senza interruzioni e senza un cambio di registro[…].La velocità di pensiero di Umberto era una cosa talmente tangibile, talmente fisica, che ti sembrava che la sua mente avesse ingranaggi, suoni, consistenza, da poterla sentire: come quando nei vecchi computer sentivi il frusciare del floppy disk”.
Umberto era geniale, perché stava sempre avanti, più di tutti.
A differenza di Pasolini, che si guardava indietro ed era nostalgico della sua civiltà delle pale e dei borghi, Umberto non ha mai rimpianto l’Italia contadina, il passato, il mondo di un tempo.
Anzi, quando l’Italia vedeva il mondo in bianco e nero, Eco già era nei vividi colori della modernità.
Era moderno nel 1976, ma parliamo del 1958. Ed è moderno ancora oggi, che siamo nel 2026.
Umberto era affascinante, attraente perché produceva la letteratura con il senso del dovere tipico del suo essere piemontese, ma nel contempo cercava la bellezza.
In un’Italia volgare, dominata dal nulla, alla ricerca di futili narcisismi, dove impera il ciarpame e dove la politica non orienta, ma subisce,come avrebbe potuto, anche oggi, reggere Umberto Eco?
Ci ricorda Cotroneo: “Perché in un paese piegato dal nulla culturale come quello che stiamo attraversando in questi anni, dentro un mondo essiccato e intristito da furie narcisistiche, da snobismi dell’ultima ora, da battaglie prive di spessore, lui ha continuato a essere seguito e amato? Perché il sapere e il carisma di Umberto Eco sono una luce accesa: un modo per orientarsi, un’intermittenza nel buio. Confortava e conforta sapere che c’era qualcuno che conosceva le cose che servono, che le ha insegnate, che le ha scritte, che non si è risparmiato, e che ha sempre parlato sapendo quello che diceva.[…]Attorno gli scrittori si facevano sempre più insignificanti e più narcisi, i professori diventavano sempre più baronali e assenti, e tutto andava in una direzione che non era certo quella che si sarebbe augurato Umberto”.
Perché, di certo, nella marea della volgarità che conta è’ un atto politico asserire i diritti della Bellezza. Sapendo che, alla lunga, vincerà.
Umberto Eco era una calamita, attraeva a sé anche con i suoi sguardi ove all’acutezza si mescolava una timida malinconia. Nei suoi occhi c’erano “lampi improvvisi ed un enigma nitido”.
Ma parlargli era contagioso.
Scrive, con tocco poetico, Cotroneo: “ogni volta che incontravo Umberto accadeva qualcosa: era contagioso. Tutto prendeva una forma viva e accesa, come toccato dalla sua intelligenza.
Era entusiasmante anche solo ascoltarlo”.
Umberto ci ha lasciato una coscienza intellettuale, ci ha insegnato a leggere i libri, perché non lo abbiamo mai capito, mentre lui si, che i libri si parlano tra di loro,forse meglio delle persone,hanno uno spirito, un’anima e fanno crescere la nostra mente, perché la letteratura ci pone in altri ambiti, in un nuovo ordine di idee, con altre impostazioni e categorie per giudicare e vedere con nuove lenti il mondo.
Ci ha donato un nuovo umanesimo, come Dante e Petrarca, perché abbiamo compreso con lui che la cultura sia indagine, e che la lettura del mondo si regga sulla forza del dubbio, sul saper guardare. E ha insegnato a tutti che i segni contano e non sono tutti uguali.
Umberto era infinito nella finitezza, “perché era sempre capace di fare la mossa del cavallo. Di scartare, di saltare i pezzi avversari, di prolungare le partite, di muoversi in un modo imprevedibile. Di allungare gli scaffali della sua biblioteca e del suo sapere portando tutti a perdersi. Come Jorge Luis Borges, Umberto era uomo di labirinti”.
Umberto è epifania, intesa come estasi materialistica, che rompe il sacro tradizionale, per una nuova sacralità.
Eco con la sua immensa cultura poteva solo essere paragonato a Borges, il famoso poeta argentino che come Umberto possedeva una biblioteca sterminata di libri, ma come lui erano inventori di una nuova poesia, che andava oltre la linea comune, quella ordinata, di prammatica.
Cotroneo ci ricorda che : “c’era un’aura, un sottotesto che diceva: Umberto è l’uomo più colto del mondo. In compagnia forse di Jorge Luis Borges e nessun altro. Il suo sapere era atterrente, si rifletteva su tutti e tutti lo trovavano quasi insopportabile. Non conosco nessuno che si è messo al suo stesso livello e ha dialogato con lui come fosse suo pari, o addirittura superiore”.
Umberto era il futuro, il computer che ancora non esisteva, già lo aveva capito e strutturato.
Eco è l’irrimediabile sapere. L’intellettuale che prova a traghettare le nuove generazioni verso un’idea moderna e spiazzante.
Ma Umberto non era di pelle e di carne e di ossa: era “una strana figura mitologica, un essere vivente in tutto e per tutto, ma fatto di pergamene, carta, legature, inchiostri e quant’altro: come il Bibliotecario dipinto dall’Arcimboldo nel 1566”.
Era il noumeno del sapere, non il mero fenomeno.
Umberto ci ha insegnato a ricercare i dettagli, che sono preziosi per capire il generale che forse è banale.
Cotroneo gli scattò una foto.
Era il 12 settembre 2015.
“È l’unica fotografia che gli ho scattato. E non se ne è accorto perché ho utilizzato un teleobiettivo ed ero piuttosto lontano. Lui passava sul lungomare di Camogli, lo sguardo assorto, un pànama bianco di Borsalino (ovviamente). La mattina seguente ci saremmo salutati e mai più visti. Sarebbe morto cinque mesi dopo. Quindi potrei dire, utilizzando un’espressione anche facile, che è l’ultima immagine che ho di lui. Quella che mi resterà. Ma più che un’immagine è una geografia, una mappa. Un collasso della memoria. Sempre Aleksandr Lurija lo chiamerebbe “un recinto di immagini non decifrate, nel mondo dei pensieri non espressi, nel mondo delle parole non dette”.
È un libro sublime, bellissimo.
ROBERTO COTRONEO
UMBERTO.
LA NAVE DI TESEO EDITORE.
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