Musei
Andiamo al Bailo?
Una visita al museo civico di Treviso permette di apprezzare il grande scultore Arturo Martini. Proviamo a scoprirne due capolavori
Anziché prendere subito il treno per Venezia, se atterri a Treviso raggiungi il centro per un gelato da Dassie’ e poi continua a piedi per il museo civico Bailo. Ha sede in un chiostro medievale sin dal 1882 e venne fondato da Luigi Bailo, un abate appassionato d’arte che per buona parte della sua vita raccolse fondi per l’acquisto di opere. Doveva avere anche delle doti umane non indifferenti perchè convinse collezionisti e artisti ad arricchire la collezione: chapeau. L’edificio venne semi-distrutto durante i bombardamenti del 1944 ma una serie di ristrutturazioni, la più importante delle quali a opera dello studio Scarpa, lo riportarono in vita. Ai suoi visitatori presenta dei dipinti d’arte moderna di artisti locali, una sezione rinascimentale e un’area dedicata a mostre temporanee; soprattutto però offre la possibilità di conoscere il lavoro di Arturo Martini (1889-1947), scultore trevigiano impareggiabile.
Una delle caratteristiche principali di Martini era quella di innovare a partire però da una conoscenza profonda dell’arte antica, soprattutto etrusca. Mentre la scultura greca prediligeva modelli idealizzati, quella etrusca era più terragna, per così dire, sia in termini di corpi sia di caratteristiche facciali. La pisana (bronzo, 36x134x69 cm) ad esempio dà l’idea di una donna semplice ma attraente e dal corpo armonioso; trasmette intensità nonostante sia raffigurata nel sonno. Venne ispirata dalla protagonista femminile delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, una donna forte che incarnava gli ideali di passione, forza morale e patriottismo; insegnava infatti a Carlo l’importanza della libertà e dell’indipendenza. La pisana venne acclamata dalla critica e dal pubblico al punto che Martini la ripropose in terracotta, pietra e bronzo per altri acquirenti; ulteriori copie vennero realizzate sino al 1989. Il modello che ammiriamo nel museo è datato 1929.
Quanto a modelli antichi per l’arte moderna, anche la Venere dei porti (terracotta, 115x74x91 cm) è un capolavoro. Ritrae una donna nuda seduta su di un sacco, o una poltrona rudimentale, con il torso piegato verso chi guarda. Tiene la testa con la sua mano sinistra mentre osserva l’orizzonte. È probabile che si tratti di un’interpretazione ironica della Venus pudica per il suo essere una prostituta. La superficie del corpo è ruvida e le caratteristiche facciali abbozzate; eppure ha una sua espressività particolare, non priva di malinconia.
Nota ad esempio come la donna viene ritratta in torsione, forse in attesa di una svolta nella propria vita; la bocca mezza aperta le conferisce un’aria sbadata, come se stesse dormendo ad occhi aperti.
Come mai Martini usò la terracotta? Secondo Flavio Fergonzi, l’artista aveva provato ripetutamente ad usare il granito ma non essendo uno specialista di pietre dure la cosa gli aveva preso molto tempo (e soldi, perchè il materiale era caro). La terracotta, invece, è molto più duttile, di veloce lavorazione ed economica: gli aveva permesso di raggiungere la posa che voleva al meglio. Inoltre, era apprezzata dai suoi clienti perchè la rugosità e la porosità delle superfici risultano piacevoli al tatto, e da un punto di vista cromatico conferiva ricchezza e calore anche senza l’apposizione di patine o smalti.
Ricapitolando, anche se non sei un arte-dipendente troverai il Bailo un gran bel posto da visitare perchè permette di capire le tante direzioni che la cultura italiana si apprestava a intraprendere all’inizio del Ventesimo secolo, soprattutto nell’ambiente culturale di una piccola città del Veneto.

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