Turismo
Il capitalismo delle piattaforme del turismo
Una analisi sintetica della potenza delle piattaforme per il turismo
Il capitalismo delle piattaforme del turismo
di Luca Michelini
1. Dalla comunità al profitto
Il successo di Airbnb ha prodotto una critica radicale della retorica originaria della sharing economy. La “condivisione” può trasformarsi in un modello capitalistico assai diverso dalla promessa comunitaria. Tom Slee, in What’s Yours Is Mine: Against the Sharing Economy, del 2015, prende in esame piattaforme come Uber e Airbnb e mostra come il linguaggio della condivisione, della fiducia e della comunità serva spesso a mascherare modelli economici orientati al profitto, finanziati da capitale di rischio e fondati sulla esternalizzazione dei costi. Le piattaforme digitali non promuovono rapporti orizzontali tra pari, ma funzionano come intermediari centralizzati che controllano l’accesso al mercato, le infrastrutture tecnologiche, i sistemi di reputazione, i pagamenti e spesso anche le condizioni concrete dello scambio. La promessa iniziale, sintetizzabile nell’idea “ciò che è mio è tuo”, si rovescia così nel titolo polemico del libro: What’s Yours Is Mine, cioè “ciò che è tuo è mio”. Slee suggerisce che le piattaforme si approprino di beni, lavoro, dati, fiducia sociale e spazi urbani prodotti o messi a disposizione dagli utenti.
Non è però mia intenzione commettere il curioso errore di una nota trasmissione televisiva italiana che nell’affrontare il tema degli affitti brevi, per lo più in termini critici, ha concentrato la propria attenzione esclusivamente di Airbnb. Oggi un ruolo importante è svolto infatti anche da Booking.com. Nata nel 1996 nei Paesi Bassi, fondata da Geert-Jan Bruinsma, allora studente dell’Università di Twente, l’idea era semplice: consentire agli utenti di prenotare online camere d’albergo in una fase in cui il turismo digitale era ancora agli inizi. La svolta avviene nel 2005, quando Booking.com viene acquisita dal gruppo statunitense Priceline, oggi Booking Holdings, per circa 133 milioni di dollari. L’integrazione con ActiveHotels, altra società europea acquistata da Priceline, rafforza rapidamente la presenza della piattaforma nel mercato alberghiero europeo.
Negli anni successivi Booking.com diventa una delle principali agenzie di viaggio online al mondo. Non offre più soltanto hotel, ma anche appartamenti, case vacanza, strutture indipendenti, trasporti e altri servizi collegati al viaggio; anche voli aerei. Oggi ha sede ad Amsterdam ed è parte di Booking Holdings, insieme a marchi come Priceline, Agoda, Kayak e OpenTable.
Il suo ruolo, però, non è solo commerciale. Booking.com rappresenta un caso importante di platform economy turistica, perché agisce come infrastruttura digitale che organizza l’incontro tra domanda e offerta di alloggi. Formalmente, i prezzi sono inseriti dalle strutture ricettive, cioè hotel, B&B e altri partner. Tuttavia, la piattaforma influenza fortemente le strategie tariffarie attraverso commissioni, ranking, programmi promozionali, visibilità, recensioni e clausole di parity rate. Booking distingue infatti tra regimi di “no parity”, “narrow parity” e “wide parity”, che regolano in che misura una struttura debba offrire su Booking tariffe uguali o migliori rispetto ad altri canali.
In questo senso Booking.com si distingue da Airbnb perché nasce come piattaforma di distribuzione turistica e come agenzia di viaggio online. Per questo interviene più direttamente sul mercato alberghiero e sulla concorrenza tra strutture ricettive. Il punto centrale non è che Booking determini sempre direttamente il prezzo finale, ma che condizioni il modo in cui quel prezzo viene costruito, reso visibile e confrontato sul mercato.
2. Una nuova forma di capitalismo
Un primo bersaglio della critica è la retorica della disintermediazione. Le piattaforme si presentano come strumenti capaci di eliminare vecchie mediazioni ormai “inefficienti”, quali taxi, alberghi, agenzie o regolazioni pubbliche. Slee sostiene invece che esse non eliminino gli intermediari, ma li sostituiscano con nuovi intermediari digitali, spesso più potenti e opachi. Uber, per esempio, non si limita a mettere in contatto passeggeri e conducenti, ma organizza un mercato, stabilisce tariffe, regola l’accesso alla domanda, controlla reputazione e visibilità degli autisti. Airbnb, analogamente, non è una semplice bacheca per affittare stanze inutilizzate, ma una piattaforma globale che trasforma abitazioni private in asset turistici.
Un secondo punto riguarda il ruolo del capitale di rischio. Slee contesta l’immagine romantica della sharing economy come insieme di pratiche spontanee, locali e comunitarie. Le principali imprese del settore sono sostenute da venture capital e perseguono strategie aggressive di crescita, conquista del mercato e costruzione di posizioni dominanti. In questo senso, la sharing economy non rappresenta un’alternativa al capitalismo tradizionale, ma una sua riorganizzazione digitale. Dietro la retorica dell’innovazione e della cooperazione, Slee vede imprese che mirano a scalare rapidamente, accumulare utenti, attrarre investimenti e imporre standard proprietari.
Un terzo nucleo della critica è l’esternalizzazione dei rischi. Le piattaforme tendono a non possedere direttamente gli asset fondamentali del servizio. Uber non possiede le automobili, Airbnb non possiede gli appartamenti,. Questo modello consente alle imprese di ridurre costi e responsabilità, trasferendoli su altri soggetti: conducenti, host, lavoratori occasionali, utenti, quartieri e amministrazioni pubbliche. In caso di incidenti, manutenzione, assicurazioni, periodi di inattività o danni sociali più ampi, il rischio viene spesso scaricato fuori dalla piattaforma.
Particolarmente importante è la critica al lavoro di piattaforma. Nel turismo il problema non è tanto il lavoro subordinato “mascherato”, quanto la trasformazione di case, recensioni, dati e relazioni urbane in risorse economiche governate dalla piattaforma. Ma dare conto del tema può contribuire a dare una idea complessiva del fenomeno “piattaforme”. Slee respinge l’immagine del lavoratore come micro-imprenditore libero e autonomo. Pur essendo formalmente indipendente, il lavoratore della piattaforma dipende dall’algoritmo, dalle recensioni, dalle tariffe e dalle regole decise unilateralmente dall’impresa. Non gode però delle tutele tipiche del lavoro subordinato: ferie, malattia, salario minimo, sicurezza, assicurazioni o possibilità effettiva di contrattazione collettiva. La flessibilità promessa dalle piattaforme si traduce così, secondo Slee, in precarietà e individualizzazione del rischio.
Slee critica anche l’idea che i sistemi di reputazione possano sostituire le regolazioni pubbliche. Le piattaforme presentano rating, stelle e recensioni come strumenti capaci di generare fiducia tra sconosciuti. L’autore osserva però che questi meccanismi non sono neutrali: sono progettati e controllati dalla piattaforma, possono essere opachi e diventano strumenti di disciplina. Chi lavora attraverso una piattaforma è costantemente esposto al giudizio dell’utente e alla possibilità di essere penalizzato o escluso. La fiducia, dunque, non nasce semplicemente dal basso, ma viene organizzata da un’infrastruttura privata che ne trae valore economico.
Un ulteriore elemento riguarda la deregolamentazione. Per Slee, le piattaforme usano la retorica della disruption per presentare le regole esistenti come ostacoli antiquati o corporativi. Tuttavia, molte di quelle regole hanno funzioni sociali precise: sicurezza, protezione dei consumatori, fiscalità, tutela del lavoro, accessibilità, organizzazione urbana. La strategia delle piattaforme consiste spesso nell’entrare rapidamente in un mercato, crescere prima che i regolatori intervengano, costruire una imponente base di utenti e poi negoziare da una posizione di forza. L’innovazione tecnologica diventa così anche una strategia politica di aggiramento delle responsabilità.
La conclusione di Slee è che la sharing economy, nella sua forma dominante, non realizza una democratizzazione dell’economia, ma estende logiche di mercato a sfere prima parzialmente protette: casa, mobilità urbana, lavoro occasionale, fiducia personale, relazioni di vicinato. Il libro non è una critica della tecnologia in sé, ma della sua organizzazione proprietaria e finanziarizzata. Il problema non è l’app, bensì il modello economico e istituzionale che essa rende possibile.
In sintesi, What’s Yours Is Mine sostiene che la sharing economy sia una retorica comunitaria applicata a un modello estrattivo. Essa promette accesso, fiducia e collaborazione, ma spesso produce precarietà, deregolazione e concentrazione del valore nelle mani delle piattaforme. La forza del libro sta nel mostrare come parole apparentemente positive, come “condivisione”, “apertura” e “comunità”, possano essere incorporate in strategie imprenditoriali che trasformano risorse sociali diffuse in profitti privati.
3. Il problema delle abitazioni
Nel caso Airbnb, il problema nasce quando l’ospitalità domestica occasionale diventa attività sistematica e professionalizzata. La piattaforma non serve più soltanto a mettere in contatto un turista con una persona che ha una stanza libera. Diventa l’infrastruttura attraverso cui appartamenti interi vengono sottratti al mercato residenziale e convertiti in alloggi turistici. Qui si produce il passaggio decisivo dalla sharing economy al platform capitalism. Nicole Gurran e Pranita Shrestha (“Airbnb, Platform Capitalism and the Globalised Home.” Critical Housing Analysis, 2021) sostengono che Airbnb debba essere interpretato come forma di capitalismo delle piattaforme che trasforma il significato della casa e incide sui mercati abitativi locali.
Il primo effetto critico riguarda la tensione sul mercato degli affitti. Se un appartamento rende di più come affitto turistico breve che come locazione ordinaria, il proprietario è incentivato a preferire il turista al residente. Questo processo può ridurre l’offerta di case disponibili per chi vive stabilmente in una città o in un territorio turistico, contribuendo all’aumento dei canoni e alla difficoltà di accesso all’abitazione. David Wachsmuth e Alexander Weisler formulano questa dinamica attraverso la teoria del rent gap (“Airbnb and the Rent Gap: Gentrification Through the Sharing Economy”, Environment and Planning A: Economy and Space, 2018).
Il secondo effetto è la “gentrificazione”: termine utilizzato da Ruth Glass nel volume del 1964 London: Aspects of Change per descrivere il processo urbano in cui le classi medie riqualificano quartieri popolari, aumentando i prezzi e allontanando progressivamente gli abitanti originari locali. Per inciso: un fenomeno che a Como data ben prima dello sviluppo degli affitti brevi. In ogni caso: laddove gli affitti brevi si concentrano in quartieri centrali, storici o culturalmente desiderabili, il tessuto urbano si trasforma. Aumentano alloggi turistici, servizi orientati ai visitatori, ristorazione e attività commerciali rivolte alla domanda esterna; diminuiscono invece residenti stabili, negozi di prossimità e funzioni quotidiane. Il quartiere resta fisicamente lo stesso, ma cambia la sua destinazione sociale. Non è più soltanto un luogo abitato, ma uno spazio messo a reddito attraverso il turismo. La piattaforma può accelerare processi di sostituzione sociale.
Il terzo elemento critico riguarda la mercificazione dell’autenticità. Airbnb si afferma promettendo un’esperienza più autentica dell’albergo: vivere in una casa, entrare in un quartiere, incontrare la quotidianità locale. Ma quando questa autenticità viene venduta sistematicamente, essa rischia di annullarsi. La casa non è più semplicemente casa: diventa prodotto turistico. Il quartiere non è più semplicemente quartiere: diventa scenario esperienziale. La vita quotidiana degli abitanti non è più soltanto vita quotidiana: diventa risorsa estetica ed economica. In questo senso, Airbnb trasforma l’autenticità in merce e in marketing, esattamente come nel caso del turismo di lusso.
4. Il potere delle piattaforme
Emerge, come accennavo, una nuova forma di capitalismo. La piattaforma non possiede gli immobili, ma controlla dati, reputazione, ranking, pagamenti e accesso alla domanda globale. Non elimina l’intermediazione, la ricostruisce in forma più potente. Non c’è più soltanto l’albergo come impresa visibile e regolata; c’è una moltitudine di host, proprietari, investitori e piccoli operatori che forniscono l’offerta, mentre l’infrastruttura centrale resta controllata dalla piattaforma. La promessa decentralizzata della condivisione produce quindi una nuova centralizzazione del potere.
Il concetto di capitalismo delle piattaforme indica una fase del capitalismo contemporaneo nella quale alcune imprese digitali non si limitano a vendere beni o servizi, ma organizzano gli scambi economici, raccolgono dati, governano la visibilità degli operatori e controllano l’accesso ai mercati. In questa prospettiva, piattaforme come Google, Amazon, Facebook, Uber, Airbnb e Booking.com non sono soltanto imprese tecnologiche, ma infrastrutture private attraverso cui passano informazioni, transazioni, reputazioni e flussi economici. La letteratura più critica ha insistito sul fatto che il nuovo potere delle piattaforme dipende meno dalla proprietà diretta dei beni e più dal controllo dei canali di intermediazione. Questa tesi è stata formulata con particolare efficacia da Nick Srnicek in Platform Capitalism, del 2017 (mai tradotto in italiano) e successivamente sviluppata da una serie di autori che hanno collegato piattaforme digitali, rendita, dati e potere monopolistico.
Srnicek interpreta la piattaforma come la forma organizzativa tipica del capitalismo digitale. La sua tesi di fondo è che, dopo la crisi della redditività manifatturiera e dopo la finanziarizzazione dell’economia, il capitalismo abbia trovato nei dati una nuova fonte di accumulazione. Le piattaforme nascono precisamente in questo contesto: esse permettono di raccogliere, elaborare e monetizzare dati generati da utenti, imprese, consumatori e lavoratori. Srnicek definisce le piattaforme come infrastrutture digitali che consentono a due o più gruppi di interagire fra loro, trattenendo una posizione centrale nel processo di scambio.
Questa impostazione rappresenta una trasformazione importante rispetto alle teorie classiche dell’impresa. Nel capitalismo industriale l’impresa controllava prevalentemente fabbriche, macchine, forza lavoro e processi produttivi. Nel capitalismo delle piattaforme, invece, il controllo riguarda soprattutto ambienti digitali di interazione. Booking.com non possiede alberghi, B&B o appartamenti. Airbnb non possiede abitazioni. Uber non possiede automobili. Tuttavia queste imprese controllano il luogo in cui domanda e offerta si incontrano, cioè lo spazio digitale entro cui turisti, host, automobilisti, clienti e fornitori entrano in relazione. È questo passaggio che consente di parlare di piattaforme non come semplici intermediari, ma come nuove infrastrutture dell’economia contemporanea.
Il punto decisivo è che le piattaforme non funzionano come mercati tradizionali. Esse sono, nella maggior parte dei casi, mercati bifronti o multi-sided markets. Questa nozione è stata sviluppata in modo sistematico da Jean-Charles Rochet e Jean Tirole nel saggio “Platform Competition in Two-Sided Markets” (Journal of the European Economic Association, 2003): una piattaforma opera in un “mercato bifronte” quando deve mettere in relazione due gruppi di utenti e quando il valore che ciascun gruppo trae dalla piattaforma dipende dalla presenza dell’altro gruppo. Una piattaforma di carte di credito, per esempio, è utile ai consumatori se molti commercianti la accettano, ed è utile ai commercianti se molti consumatori la possiedono. Lo stesso vale per Booking: la piattaforma è utile ai turisti se contiene molte strutture, ed è utile alle strutture se molti turisti la utilizzano.
Questa intuizione è fondamentale per comprendere le “economie di rete”. In economia si parla di effetti di rete quando l’utilità di un bene o di un servizio aumenta al crescere del numero degli utenti che lo utilizzano. Il riferimento classico è Michael Katz e Carl Shapiro, “Network Externalities, Competition, and Compatibility” (The American Economic Review, 1985). Gli autori mostrano che esistono beni per i quali il valore percepito da ciascun consumatore dipende dal numero degli altri consumatori presenti nella stessa rete. Il telefono è l’esempio più semplice: un telefono posseduto da una sola persona non serve a nulla, mentre il suo valore cresce quanto più cresce il numero delle persone connesse alla rete telefonica. Gli autori distinguono anche forme indirette di “esternalità di rete”, come nel caso dei computer: più utenti adottano un certo hardware, più sviluppatori sono incentivati a produrre software compatibili, e ciò aumenta ulteriormente il valore del sistema.
Applicata alle piattaforme turistiche, questa teoria consente di capire perché Booking o Airbnb tendano naturalmente alla crescita cumulativa. Un turista sceglie Booking perché vi trova una vasta offerta di hotel, appartamenti e B&B. Una struttura ricettiva sceglie Booking perché vi trova una grande massa di potenziali clienti. Ogni nuovo turista aumenta l’utilità della piattaforma per le strutture. Ogni nuova struttura aumenta l’utilità della piattaforma per i turisti. Si crea così un circuito auto-rinforzante: più cresce un lato del mercato, più diventa attraente anche l’altro lato. La piattaforma non è quindi solo un sito di prenotazione, ma un meccanismo di coordinamento fondato su esternalità incrociate.
Mark Armstrong, in “Competition in Two-Sided Markets” (RAND Journal of Economics, 2006), ha precisato ulteriormente questo meccanismo. Secondo Armstrong, nei mercati bifronti il beneficio di un gruppo dipende dalla dimensione dell’altro gruppo, e la struttura dei prezzi dipende dalla forza delle esternalità incrociate. Ciò significa che una piattaforma può decidere di far pagare molto un lato del mercato e poco o nulla l’altro, se ritiene che attirare quel lato sia strategicamente decisivo. Nei media, per esempio, gli spettatori possono accedere gratuitamente ai contenuti, mentre gli inserzionisti pagano per raggiungerli. Nel turismo digitale, la consultazione della piattaforma è gratuita per il turista, mentre il costo viene sostenuto dagli operatori tramite commissioni.
Questa asimmetria dei prezzi non è un’anomalia, ma una caratteristica tipica dei mercati a piattaforma. Parker e Van Alstyne, nel saggio “Two-Sided Network Effects: A Theory of Information Product Design” (Management Science, 2005), spiegano proprio perché un’impresa possa razionalmente offrire gratuitamente un servizio a un lato del mercato, traendo profitto dall’altro lato. Il loro modello mostra che, in presenza di effetti di rete bifronti, può essere conveniente sovvenzionare un gruppo di utenti affinché la sua presenza renda più redditizio l’altro lato del mercato. Questa logica aiuta a comprendere perché molte piattaforme digitali siano gratuite per gli utenti finali ma estremamente redditizie per l’impresa che ne controlla l’infrastruttura.
Nel caso di Booking, il turista non paga direttamente la piattaforma per cercare, comparare e prenotare. La struttura ricettiva, invece, paga una commissione sulla transazione. Tuttavia la gratuità per il turista non significa assenza di valore economico. Al contrario, è proprio la massa dei turisti a rendere preziosa la piattaforma per gli hotel e i B&B. La piattaforma sussidia il lato della domanda, offrendo un servizio apparentemente gratuito, perché la presenza di milioni di utenti aumenta il potere contrattuale della piattaforma nei confronti dell’offerta ricettiva. Questo meccanismo rende particolarmente rilevante la teoria delle economie di rete bifronti.
Le economie di rete possono essere distinte in dirette e indirette. Gli effetti diretti si verificano quando il valore di una rete cresce perché aumentano gli utenti dello stesso lato. Il telefono, i social network o le app di messaggistica sono esempi classici. Gli effetti indiretti, invece, si verificano quando l’aumento degli utenti su un lato del mercato genera maggiore valore per un altro lato. Booking e Airbnb funzionano soprattutto attraverso effetti indiretti: più turisti visitano la piattaforma, più conviene alle strutture iscriversi; più strutture sono presenti, più conviene ai turisti utilizzare quella piattaforma. È questa reciprocità che produce concentrazione e che rende difficile per nuovi concorrenti entrare nel mercato.
Le economie di rete generano anche fenomeni di “lock-in” e di dipendenza. Quando una piattaforma raggiunge una certa dimensione, gli operatori economici possono trovarsi nella condizione di non poterne uscire senza subire una perdita significativa. Una piccola struttura turistica può avere un proprio sito web, ma se una quota rilevante della domanda internazionale passa da Booking, la sua presenza sulla piattaforma diventa quasi obbligata. Inoltre, la piattaforma accumula recensioni, dati storici, ranking e reputazione. Uscire dalla piattaforma significa perdere non solo un canale distributivo, ma anche un capitale reputazionale costruito nel tempo. Questo è uno dei passaggi in cui l’intermediazione utile può trasformarsi in potere strutturale.
5. Capitalismo cognitivo
La letteratura economica sulle piattaforme non contraddice necessariamente la letteratura critica sul capitalismo digitale. Al contrario, la integra. Rochet, Tirole, Armstrong, Parker e Van Alstyne spiegano perché le piattaforme creano valore: riducono costi di ricerca, risolvono problemi di coordinamento, aumentano la fiducia, connettono gruppi diversi e rendono possibili interazioni che altrimenti sarebbero più costose. Srnicek, invece, mostra che proprio questa funzione infrastrutturale produce nuove forme di potere. Il problema non è che Booking non offra un servizio. Il problema è che, quando il servizio diventa infrastruttura essenziale, la piattaforma può orientare il mercato, imporre condizioni, acquisire dati privilegiati e catturare una quota crescente del valore generato da altri.
La questione teorica diventa allora più sottile: quando il servizio di coordinamento diventa rendita? Quando la commissione pagata a una piattaforma remunera un’attività effettiva di matching, marketing, informazione e fiducia, essa può essere considerata il prezzo di un servizio. Quando però la piattaforma diventa il passaggio quasi obbligato per accedere alla domanda, la commissione tende ad assumere il carattere di una rendita da posizione. Il confine tra servizio e rendita non è netto. È proprio in questa zona intermedia che si colloca il capitalismo delle piattaforme. La piattaforma crea valore perché organizza il mercato, ma può catturare valore perché controlla l’infrastruttura attraverso cui il mercato funziona. Quando una piattaforma raggiunge una scala sufficiente, può diventare infrastruttura quasi necessaria per una pluralità di operatori.
Il tema delle piattaforme può incontrare quello del turismo per un altro motivo, più sottile da indagare. L’articolo “Il digital labour all’interno dell’economia delle piattaforme: il caso di Facebook”, pubblicato su Effimera da Andrea Fumagalli, Stefano Lucarelli, Elena Musolino e Giulia Rocchi, parte dal problema aperto da Nick Srnicek: nel capitalismo delle piattaforme i dati diventano una nuova materia prima dell’accumulazione. Gli autori riprendono questa tesi, ma sostengono che Srnicek non spinga abbastanza avanti l’analisi del processo attraverso cui i dati vengono prodotti e valorizzati. La loro domanda centrale è: da dove viene il valore economico delle piattaforme, in particolare di Facebook?
Secondo gli autori, il capitalismo digitale non si limita a usare dati già disponibili. Le piattaforme organizzano un processo continuo di cattura, elaborazione, integrazione e commercializzazione dei dati. I dati non sono semplicemente informazioni neutre, ma il risultato delle attività quotidiane degli utenti: comunicare, pubblicare contenuti, mettere “like”, commentare, condividere, cercare, taggare, costruire relazioni. Queste attività producono tracce digitali che vengono trasformate in big data e poi monetizzate attraverso pubblicità, profilazione e targeting algoritmico.
Il caso di Facebook è scelto perché mostra in modo chiaro questo meccanismo. Facebook offre agli utenti un servizio apparentemente gratuito, ma in cambio raccoglie informazioni, attenzione, relazioni sociali e comportamenti. Il suo modello di business non si fonda tanto sulla vendita diretta di un prodotto agli utenti, ma sulla vendita agli inserzionisti della possibilità di raggiungere pubblici profilati. In questo senso il vero prodotto di Facebook non è il social network in sé, ma i dati degli utenti e l’attenzione del pubblico.
Tiziana Terranova, nel saggio “Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy” (Social Text, 2000) ha utilizzato la nozione di “free labour”, cioè lavoro gratuito: gli utenti producono valore mentre svolgono attività che percepiscono come comunicative, ludiche o relazionali. Non sono salariati, non ricevono compenso, spesso non si percepiscono nemmeno come lavoratori. Tuttavia, la loro attività è indispensabile alla produzione del valore economico della piattaforma. Per questo Facebook può essere interpretato come un prodotto del lavoro gratuito dei prosumer, cioè soggetti che sono insieme produttori e consumatori.
La tesi più forte è quindi che il capitalismo delle piattaforme cancella la separazione tradizionale tra tempo di vita e tempo di lavoro: quando scegliamo dove impiegare il nostro tempo libero, cioè le nostre vacanze, in realtà stiamo lavorando gratuitamente per qualcuno, per il quale le nostre informazioni sono fondamentali. Quando un utente comunica, condivide, cerca informazioni o esprime preferenze, produce dati che entrano in un processo economico. La vita sociale diventa materia prima. Si entra, insomma, nel campo del “capitalismo cognitivo” e del “bio capitalismo”, dove l’intera esistenza umana diventa “processo di valorizzazione”.
“Siamo davvero liberi” in questo tipo di società? E’ il tema che è stato affrontato a Como, diverso tempo fa, nell’ambito del XVIII Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti: proprio dall’autore, Antonio Negri, che ha rilanciato il filone di studi sul capitalismo cognitivo.
Ma non è di questo che voglio parlare nella prossima puntata. Invece, si proverà a proporre qualche considerazione concernente il possibile governo del “territorio” investito dal nuovo fenomeno turistico.
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