Governo

A CONTESTO DATO

Meloni ha difeso il Papa da Trump. Lo ha fatto tardi, con riluttanza, sotto pressione delle opposizioni. La frase rivelatrice è una clausola quasi contrattualistica sul rapporto con Washington: a contesto dato.

14 Aprile 2026

La frase che Giorgia Meloni ha pronunciato ieri al Vinitaly, l’Italia con gli Stati Uniti ha un rapporto che va avanti da qualche anno, non riguarda il singolo governo; noi cerchiamo di fare del nostro meglio, a contesto dato merita più attenzione di quanta gliene sia stata dedicata. Perché è lì, in quella clausola, che sta tutto.

A contesto dato è una formula quasi contrattualistica. Significa: ho ereditato condizioni che non ho scelto, e dentro quelle condizioni opero. Sul piano retorico sembra la solita autodifesa di palazzo. Politicamente è uno spostamento. Per la prima volta Meloni descrive il rapporto con Washington come un vincolo ambientale da gestire.

Per capire il peso di questo spostamento bisogna ricordare da dove si è partiti. La linea politica di Meloni era orientata a mantenere saldo il rapporto con gli Stati Uniti; questa scelta le aveva consentito di tracciare una linea di continuità con la politica estera del governo Draghi, fondamentale per accreditarsi internazionalmente e tamponare le preoccupazioni nei confronti del primo governo di destra-destra nella storia della Repubblica. L’atlantismo le serviva come credenziale di presentabilità, scudo contro l’accusa di essere una forza anti-sistema.

Era una posizione costruita negli anni di Biden, quando Washington era un interlocutore prevedibile. Con Trump ha scelto di tenerla lo stesso, puntando sulla vicinanza ideologica con il mondo conservatore americano. La scommessa ha retto finché Trump non ha toccato il Papa. Trump ha attaccato il Papa – definendolo debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera e accusandolo di non riconoscere i risultati della sua amministrazione – e Meloni si è trovata davanti a un problema che nessuna equidistanza poteva risolvere. Il Papa è il riferimento di milioni di cattolici. In Italia, su quel terreno, non esiste margine per un governo che voglia conservare un’identità politica riconoscibile e conservatrice.

La premier ha reagito prima con una nota di routine, ringraziando il pontefice per il viaggio in Africa senza nominare Trump, e solo nel tardo pomeriggio – dopo una valanga di critiche da parte delle opposizioni – ha condannato apertamente le parole del presidente americano. Le opposizioni hanno forzato la mano su un processo scontato: Meloni avrebbe detto quella frase comunque, forse il giorno dopo, forse con meno clamore. Sicuramente non c’era più spazio per non dirla.

Quello che Trump ha fatto, probabilmente senza rendersene conto, è stato toglierle l’unica via di uscita ancora disponibile: presentarsi come mediatore tra Washington e un’Europa restia. Roma aveva già negato agli Stati Uniti l’uso di Sigonella per missioni dirette in Medio Oriente, richiamandosi ai vincoli degli accordi in vigore. Anche lì Meloni aveva scelto la forma tecnica per coprire una decisione politica.

Meloni sta semplicemente cercando di attraversare un incidente politico senza pagarne l’intero costo. Non c’è nessuna svolta autonomista. Il problema è che gli incidenti si moltiplicano e, ogni volta che deve scegliere tra la fedeltà alla Casa Bianca e i vincoli della politica interna, sceglie i vincoli. Che è la cosa giusta da fare. Solo che è quella che aveva promesso di non fare mai.

Trump, parlando al telefono col Corriere della Sera, ha detto di essere scioccato da Meloni, di aver creduto che avesse coraggio e di essersi sbagliato. Sbagliato su cosa? Che avrebbe seguito Washington sulla guerra in Iran, che avrebbe ignorato l’attacco al Papa, che avrebbe continuato a funzionare come un asse europeo del trumpismo. La risposta è implicita in ogni dichiarazione che Meloni ha fatto nelle ultime settimane. Mai esplicita. Fino a ieri.

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