Partiti e politici

X è una cloaca. Perché la classe dirigente italiana lo frequenta?

X è diventato un ambiente informativo dominato da polarizzazione, propaganda, falsità e dinamiche tossiche. Eppure politici, giornalisti, manager e intellettuali italiani continuano a considerarlo uno spazio centrale del dibattito pubblico. Perché?

20 Agosto 2026

Da quando Elon Musk, nell’ottobre del 2022, ha rilevato Twitter per 44 miliardi di dollari — trasformandolo poi in X nel luglio 2023 — la piattaforma è stata sottoposta a modifiche radicali e strutturali. È cambiato il modello di business, è cambiata la moderazione dei contenuti, è cambiata l’infrastruttura tecnica e, soprattutto, è cambiato il sistema di incentivi che regola la visibilità degli utenti. Musk ha più volte raccontato questa trasformazione come il passaggio necessario per fare di Twitter una everything app. Il risultato, almeno per ora, è stato soprattutto quello di modificare profondamente l’ambiente informativo della piattaforma, i suoi frequentatori e la natura dei contenuti che vi circolano.

Twitter era stato, per oltre un decennio, il social network preferito dai grandi della Terra, dalle istituzioni, dai giornalisti, dai personaggi famosi, dalle associazioni e dalla classe dirigente occidentale. Non soltanto perché era cool, ma perché svolgeva una funzione molto concreta: permetteva a chiunque avesse un ruolo pubblico di dotarsi, nei fatti, di una specie di ufficio stampa istantaneo. Una dichiarazione pubblicata su Twitter poteva diventare una notizia pochi secondi dopo.

Quell’ambiente oggi non esiste più, con molte istituzioni, organizzazioni e testate hanno progressivamente ridotto la propria presenza o abbandonato la piattaforma, mentre X è diventato uno dei principali campi di battaglia delle campagne di influenza politica, delle operazioni propagandistiche e delle reti di account anonimi, pseudonimi o automatizzati. Non è successo per caso. È anche il risultato di alcune scelte tecniche molto precise.

La prima è stata la trasformazione delle famose “spunte blu”. Su Twitter la verifica era gratuita e veniva concessa ad account di interesse pubblico la cui identità era stata accertata. Non significava necessariamente: questa persona ha ragione. Significava, molto più banalmente: questa persona è davvero chi dice di essere. Musk ha rovesciato il sistema trasformando la verifica in un abbonamento. Pagando X Premium si ottengono servizi aggiuntivi, la possibilità di pubblicare testi più lunghi, modificare i post e, soprattutto, una serie di vantaggi nella distribuzione dei contenuti.

È un cambiamento apparentemente piccolo ma concettualmente enorme. Nel vecchio Twitter la spunta aggiungeva autorevolezza all’identità senza garantire necessariamente maggiore visibilità. Nel nuovo X il pagamento può invece garantire maggiore visibilità senza aggiungere alcuna autorevolezza.

La seconda trasformazione è stata l’introduzione della monetizzazione dei creator. Gli utenti Premium possono ricevere una quota delle entrate generate dalla loro attività sulla piattaforma. In altre parole, l’engagement non rappresenta più soltanto attenzione o notorietà: può diventare direttamente denaro.

A questo si sono aggiunti lo smantellamento di una parte rilevante dei team che si occupavano di moderazione e sicurezza e l’introduzione delle Community Notes, il sistema attraverso cui gli stessi utenti possono aggiungere informazioni di contesto ai post ritenuti falsi o fuorvianti. C’è però il problema del tempo. Una smentita pubblicata ore dopo che un contenuto falso ha raggiunto milioni di visualizzazioni interviene quando una parte dell’effetto comunicativo si è già prodotta. La falsità corre, la verifica arriva dopo e non raggiunge tutti. E nell’ambiente contemporaneo dell’informazione la velocità non è un dettaglio: è una parte essenziale del messaggio.

Musk ha presentato molte di queste trasformazioni come economicamente inevitabili per garantire la sopravvivenza di una società acquistata, ricordiamolo, per 44 miliardi di dollari. Verrebbe da aggiungere: pensate quanto fosse economicamente sostenibile l’operazione. Ma al di là delle intenzioni di Musk, ciò che conta sono gli incentivi prodotti dal nuovo sistema.  Se chi paga ottiene maggiore visibilità, se l’engagement può essere monetizzato e se la capacità di controllo della piattaforma diminuisce, diventa conveniente produrre enormi quantità di contenuti capaci di suscitare reazioni. E diventa altrettanto conveniente costruire account, reti di profili e sistemi automatizzati in grado di generare quelle reazioni. 

Il problema dei bot, peraltro, non è più quello di dieci anni fa. I bot moderni usano l’intelligenza artificiale generativa per scrivere commenti che sembrano umani, sensati e contestualizzati al post. X non ha gli strumenti tecnici per distinguere un commento scritto da un utente reale da uno generato da un’IA. Quindi, possedere una rete di bot e utenze false oggi su X consente di far apparire maggioritaria un’opinione marginale, trasformare una questione inesistente in un apparente “caso social” e contribuire alla remunerazione degli account che vivono di engagement.

È un elemento di non poco conto se pensiamo che nel 2022, nel pieno della trattativa per l’acquisto della piattaforma, Musk affermò che il numero comunicato da Twitter circa la presenza di utenti falsi e bot (5%) era significativamente più alto, facendo crollare il valore delle azioni in Borsa (33 dollari) e cercando di negoziare al ribasso l’accordo (fissato a 54 dollari per azione).

Oggi, invece, il nuovo modello di X rende il problema molto più ambiguo. Per una piattaforma che deve dimostrare al mercato di avere centinaia di milioni di utenti attivi e un numero crescente di interazioni, eliminare improvvisamente una quantità enorme di account automatizzati significherebbe anche ridurre le proprie metriche. Se una parte di quegli account, inoltre, acquista servizi Premium, l’incentivo diventa ancora più contraddittorio.

Il pallone è di Musk e ci fa quello che vuole lui (NO)

A questo punto qualcuno penserà inevitabilmente: Musk è il proprietario, la società è sua e quindi può farne quello che vuole. Non è proprio così, mica stiamo giocando a pallone per strada.

In primo luogo perché anche una società privata opera all’interno di un sistema di relazioni economiche, politiche e sociali che può costringerla a modificare le proprie decisioni. Quando X tentò di imporre costi molto elevati agli account aziendali, molte grandi organizzazioni dell’informazione decisero semplicemente di non pagare. Nessun grande quotidiano internazionale, ad esempio, ha accettato di pagare la quota inizialmente imposta da Elon Musk. La reazione del mondo dell’informazione è stata compatta nel rifiutare l’abbonamento da 1.000 dollari al mese per le aziende. La piattaforma fu costretta a correggere il proprio sistema e a introdurre eccezioni e automatismi.

Ma c’è una questione più grande. Dovremmo iniziare a chiederci che cosa sia realmente un social network come X e quale funzione svolga nella società contemporanea. Non è soltanto uno strumento ludico o una piazza digitale qualsiasi. Non avrà redazioni come giornali o telegiornali ma ormai è una delle infrastrutture attraverso cui circolano informazioni pubbliche, dichiarazioni istituzionali, notizie, immagini di guerre, campagne politiche e interpretazioni degli eventi. E un’infrastruttura informativa non diventa socialmente neutrale soltanto perché appartiene a un privato. Servono delle regole.

Inquinato più che mai

Il risultato di tutte queste trasformazioni è che si passa da un ambiente frequentato dall’establishment ad un contesto estremamente polarizzato, nel quale la distinzione tra informazione, propaganda, attivismo, intrattenimento e manipolazione è diventata sempre più difficile. Tutto l’ambiente informativo di X è  totalmente inquinato da queste meccaniche, per questo è la piattaforma di elezione di campagne di propaganda, e di influenza, mentre impazzano i casi di disinformazione e misinformazione.  Non sorprende quindi che nel corso degli anni diverse organizzazioni internazionali, istituzioni, giornalisti e storiche testate abbiano deciso di abbandonare X. Tra queste il britannico The Guardian e lo spagnolo La Vanguardia, che hanno pubblicamente motivato la scelta con il deterioramento dell’ambiente informativo della piattaforma.

Nel frattempo è cresciuto enormemente il peso di contenuti contenuti sostanzialmente manipolati e indirizzati da realtà politiche, statali e lobbistiche attraverso utenze virtuali (cioè utenze che non corrispondono a un’identità reale) che si presentano come fonti di informazione, aggregatori di notizie o progetti di intelligence open source senza che sia sempre semplice comprendere chi ci sia dietro, come vengano selezionate le informazioni e quali interessi politici orientino la loro attività.  

Visegrad24, Clash Report, OSINTdefender e Open Source Intel 613 sono realtà che si sono affermate in un primo momento come fonti informative imparziali, ma che poi si sono rivelate compromesse e parte di un sistema più ampio di influenza: ora della realtà MAGA, ora del governo turco o israeliano. Non è un caso se poi le poco restrittive maglie della moderazione abbiano reso X il social d’elezione della destra reazionaria mondiale: in primis gli esponenti più reazionari del governo israeliano e americano, e ancora utenze virtuali come Libs of TikTok, Wall Street Mav o la più nota a noi italiani Radio Genoa.

Il curioso caso italiano

Veniamo quindi alla particolarità tutta italiana dell’ambiente della piattaforma. L’infosfera italiana di X è piuttosto piccola e rimane frequentata principalmente da esponenti della classe dirigente, che sono rimasti imperturbabili di fronte ai cambiamenti e all’evoluzione in senso totalmente distorto della realtà informativa in cui sono immersi. si tratta di un dato fondamentale perché non stiamo parlando di persone che non conoscono il funzionamento dei mezzi di informazione. Al contrario: parliamo di giornalisti, direttori, parlamentari, economisti, professori universitari, commentatori politici. Persone che per professione osservano la società, interpretano fenomeni, analizzano trasformazioni e spiegano agli altri come cambia il mondo.

Il giornalismo italiano, per esempio, utilizza a piene mani contenuti provenienti dalla piattaforma come se il fatto stesso che qualcosa circoli molto online rappresentasse già una notizia. A gennaio il giornalista Marco Carrara, su Rai Uno, ha raccontato in diretta un presunto “trend social” attraverso il quale gli iraniani avrebbero condiviso proprie fotografie precedenti alla rivoluzione del 1979. Già la definizione di “trend” dovrebbe imporre qualche cautela. Un trend presupporrebbe almeno una qualche dimensione quantitativa: quante persone? In quale periodo? Con quale diffusione? Rispetto a quale universo di utenti? In televisione vengono invece mostrati alcuni post. Tra questi compare quello di un account pseudonimo che utilizza come immagine un fotogramma di un noto film con Ray Liotta e Robert De Niro.

Il post mostrato in diretta tv

Il nome dell’account, ben visibile per alcuni secondi durante la trasmissione, è “CaudilloXIV”. Basta entrare nel profilo per trovare una lunga sequenza di contenuti apertamente sessisti e xenofobi. Il punto non è il singolo errore televisivo. Errori simili sono sempre esistiti. Il punto è il meccanismo mentale che permette di prendere alcuni contenuti trovati su X e trasformarli quasi automaticamente nell’espressione di un fenomeno sociale reale. Come se la piattaforma fosse una finestra trasparente sul mondo e non un ambiente governato dagli incentivi, dalle distorsioni e dalle manipolazioni che abbiamo appena descritto.

Ma c’è un elemento ancora più curioso. Tra i principali animatori dell’infosfera italiana di X troviamo proprio molti esponenti politici e intellettuali dell’area che, con una definizione necessariamente approssimativa, potremmo chiamare liberale, riformista o di establishment. È un dato interessante perché in molti altri paesi una parte consistente di quell’ambiente politico, intellettuale e giornalistico ha progressivamente ridotto la propria presenza su X, spostandosi verso strumenti differenti: Bluesky, Substack, Instagram o semplicemente altri canali di comunicazione. In Italia molto meno.

Claudio Velardi, Claudio Cerasa, Piercamillo Falasca e Goffredo Buccini sono su X con la spunta blu. Marco Taradash, Luciano Capone, Giancarlo Loquenzi e Cristiano Tinagli pure. Ci sono accademici come Riccardo Puglisi sempre con badge blu, mentre tra i giornali con utenze premium abbiamo Linkiesta , così come Corriere della Sera e Repubblica.  Il commento politico quotidiano vede una presenza costante di Pina Picierno, Michele Boldrin, Luigi Marattin e soprattutto Carlo Calenda, che dell’ecosistema politico italiano di X è probabilmente il vero sovrano. La cosa singolare è che molti di questi personaggi, negli anni, hanno criticato Musk, le sue scelte politiche, il deterioramento della piattaforma o le modifiche introdotte dopo l’acquisizione. E tuttavia sono ancora lì.

Perché sono ancora lì? Questa è l’unica domanda che mi interessa. Perché persone dotate degli strumenti intellettuali necessari a comprendere quello che è successo a Twitter continuano a utilizzare X non semplicemente come uno dei tanti mezzi di comunicazione, ma spesso come luogo privilegiato della conversazione politica e, soprattutto, come lente attraverso cui osservare ciò che succede fuori?

Dopo aver osservato a lungo dall’esterno (se volete potete avere un piccolo dissacrante spaccato di tutto questo attraverso la lettura dei post  dell’account @giallideilimoni) questo piccolo ambiente italiano, credo che la risposta sia molto semplice. I numeri.

Guardato attraverso le lenti di X, il mondo è molto diverso da quello reale. Su X le opinioni di alcuni giornalisti e commentatori italiani sembrano essere tra le più importanti del paese. Politici che nel mondo reale rappresentano partiti con percentuali relativamente contenute diventano protagonisti permanenti della conversazione pubblica. Calenda, Marattin, Boldrin e Picierno appaiono immersi in un universo politico nel quale ogni dichiarazione produce centinaia di risposte, migliaia di interazioni, articoli, polemiche e contro-polemiche. Sono potenziali leader di partiti di maggioranza relativa.

In un ambiente relativamente piccolo, non frequentato da competitor e senza la massa, poche migliaia di persone possono avere l’impressione di trovarsi al centro della conversazione nazionale. Gli intellettuali discutono con i politici. I politici rispondono ai giornalisti. I giornalisti citano gli intellettuali. Tutti si leggono, si contestano, si rilanciano e si legittimano reciprocamente e si beano per i loro sagaci interventi.

Tweet sparsi di alcuni citati

Ed è probabilmente questa la caratteristica più problematica e affascinante di X Italia. Il caso dimostra plasticamente che i social network non sono soltanto una lente deformante attraverso cui guardare il mondo. Sono proprio uno specchio.

Uno specchio che restituisce a chi vi occupa una posizione centrale un’immagine estremamente gratificante di sé: i propri pensieri sembrano più importanti, le proprie battaglie sembrano più grandi, i propri avversari sembrano più numerosi e la propria influenza sembra infinitamente superiore a quella esercitata nella società reale.

E forse è questa la ragione per cui una parte della classe dirigente italiana, pur avendo assistito alla trasformazione di Twitter in X e pur avendola spesso criticata, non riesce ad andarsene. In fondo, abbandonare X significherebbe anche rinunciare a un mondo nel quale si è permanentemente protagonisti.

Del resto ne sono sempre più convinto: in Italia la malattia più diffusa non è la depressione. È il disturbo narcisistico della personalità. Il problema è che questa patologia privata nuoce, indirettamente, alla democrazia italiana.

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