La moda e le mode
Il Diavolo veste Prada 2: la moda sull’orlo di una crisi (perfettamente stirata)
Il sequel uscito nelle sale cinematografiche il 29 aprile, aggiorna il mito con cinismo e ironia: Milano e New York restano capitali di un sistema in affanno, dove stile e sopravvivenza coincidono. Forse
È uscito oggi, 29 aprile 2026, Il Diavolo veste Prada 2, e la prima sensazione è che il diavolo non abbia perso il gusto per il dettaglio — ma forse ha perso un po’ di anima. O meglio, l’ha barattata con una versione meno lucida e consapevole di sé, ma in linea con un’industria della moda che da anni vive una crisi tanto profonda quanto abilmente mascherata.
Se il primo capitolo del 2006 era una frustata elegante al mondo editoriale e alle sue gerarchie tossiche, questo sequel è più simile a un sorriso tirato davanti allo specchio: sa di déjà-vu, ma con qualche ruga in più — e non solo metaforicamente.
Milano e New York, come nel primo film, non sono semplici sfondi ma veri e propri campi di battaglia. La Milano del sequel è meno romantica e più chirurgica: showroom trasformati in bunker, sfilate che sembrano consigli di guerra. New York, invece, resta la capitale dell’illusione, dove ogni crisi viene impacchettata in storytelling e venduta come rinascita. Due città, due linguaggi, un unico mantra: resistere, anche quando il sistema scricchiola.
Perché sì, la moda è in crisi. Ma è una crisi curiosa, intermittente, quasi coreografata. Arriva a ondate, come un trend stagionale: si manifesta nei bilanci, si sussurra nei backstage, ma poi viene subito sedata — con una capsule collection, una collaborazione virale, una nuova narrativa di inclusività. Tutto serve a camuffare un vuoto più grande: quello di un’industria che fatica a ridefinire il proprio senso oltre il profitto.
E il profitto, qui, è il vero protagonista. Più dei vestiti, più delle copertine. Il film lo dice chiaramente, senza troppi giri di parole: la moda è una guerra, e la comunicazione è l’arma più affilata. Le rivalità non sono più solo estetiche, ma finanziarie. Chi controlla il racconto, controlla il mercato.
In questo scenario tornano Andy e Miranda, figure ormai archetipiche. Andy non è più la ragazza ingenua che corre con il caffè in mano: è cresciuta, si è fatta strada, ma porta addosso il peso delle scelte fatte. Il suo invecchiamento è credibile, quasi necessario: meno idealista, più strategica, ma ancora in bilico tra ambizione e integrità.
Miranda, invece, è un monumento che si incrina. Non crolla — sarebbe troppo facile — ma lascia intravedere una fragilità nuova. Il suo potere è ancora intatto, ma il mondo intorno a lei è cambiato. E forse, per la prima volta, deve inseguirlo.
Il risultato è un film che non cerca di replicare la magia del primo, ma di commentarla. A tratti irriverente, a tratti disilluso, Il Diavolo veste Prada 2 è meno iconico. Non ci regala nuove frasi da incidere nella cultura pop, ma ci offre qualcosa di più sottile: uno specchio, leggermente deformante, di un sistema che continua a brillare mentre si crepa.
E in fondo, forse, è proprio questo il nuovo lusso : saper raccontare la crisi senza mai mostrarla davvero.


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