La parolaccia della settimana

La parolaccia della settimana. ODISSEA

di Massimo Crispi 27 Agosto 2026

Odissea

 

Beh, sì, dopo tutte le recensioni, siano esse state entusiastiche oppure stroncature, dall’avvento del Messia del cinema alla solita ammucchiata hollywoodiana, arrivano le mie riflessioni.

E sì, Odissea sembra essere diventata proprio una parolaccia dopo il film di Nolan.

Credo di aver visto raramente un film più inutile di questo. Inutile, sì, perché non aggiunge niente, anzi sottrae. Sottrae bellezza, sottrae poesia, sottrae riflessioni, sottrae Storia, sottrae la magia, sottrae il sovrannaturale, sottrae tante cose. Le emozioni, forse, sono le più sottratte. Ma, il più sottratto di tutti è proprio lui, il protagonista, Odisseo.

Tutto ciò a dispetto di un congegno che funziona come un orologio svizzero, ormai non più con ruote dentate d’oro e i rubini, ahimè, ma con una batteria, forse solare, forse ricaricabile, o forse no. Ma le entrate delle comparse, le uscite dei protagonisti, le telecamere sulle punte delle frecce (?), eccetera, facevano pensare un po’ agli spettacoli e ai film di Zeffirelli, sovraccarichi. Ma non inutili come questo film.

Perché dunque mi è sembrato inutile? Vengo e mi spiego.

Io sono affezionatissimo all’Odissea. È stato il mio primo libro di viaggi, da bambino, in versione narrativa per ragazzi, ma c’erano tutti gli episodi, nessuno escluso: Il meraviglioso viaggio di Ulisse, si chiamava quel libro. Dev’essere ancora tra le centinaia di libri che devo sistemare dopo il trasloco. E poi perché, essendo siciliano, la Sicilia è in buona parte la location principale del poema.

Ai miei tempi i poemi omerici si leggevano e si studiavano anche alla scuola media, non so oggi se si studino ancora né in che modo, per poi essere riletti e studiati in lingua originale al liceo classico, con tutto il corollario della mitologia.

Potete quindi immaginare come Odisseo, Penelope, Atena, Circe eccetera, siano stati miei compagni di sogni quando ancora non esistevano i video games ma esistevano dei film per la televisione che proponevano i poemi epici, fatti benissimo e recitati da chapeau. L’Odissea televisiva, coproduzione colossal della RAI, quando la RAI era ancora un’azienda che mirava a diffondere cultura e non una fiera di mentecatti che aprono pacchi sperando di trovare quello giusto coi danè, faceva restare incollata alla tv tutta la famiglia. Per me era ancora in bianco e nero, poi, con consapevolezza diversa, la rividi tanti anni dopo a colori e mi resi conto di che capolavoro aveva fatto Franco Rossi. Attori giusti, tutti, ambientazioni assolutamente giuste, ritmi e abbastanza rispetto del testo originario sebbene modernizzato ma senza le cretinate inserite da Nolan, frutto di un’ottica d’oltremare che riesce a banalizzare tutto.

Sì, eh, inutile. Un cozzare di elmi e scudi e frecce e spade e durlindane e armature e botte da orbi e rumori di ossa rotte e sangue e occhi cavati e teste volanti e chi più ne ha più ne metta perché lo spettatore forse vuole il sangue più di ogni altra cosa. Lo spettatore di oggi è abituato a queste saghe (o seghe, più adatto) di mostri e lotte di gente del nord con capelli lunghi e intrecciati la cui occupazione principale sembra essere nuocere l’uno all’altro, e c’è sempre gran copia di sangue e di orrori, dragoni parlanti, principi prepotenti, che, per carità, si ritrovano pure in Odissea di Omero, colla differenza che nel poema c’è anche parecchio di più.

Molti si sono sentiti offesi, quasi, dal paragone che altri, come me, fanno col poema, dicendo che il film è un’altra cosa e cose così, liquidando con sufficienza i puristi che si scandalizzano. Ma, scusatemi, se tu chiami un film Odissea e il protagonista è Odisseo, è chiaro che le storia viene tratta da lì, perché non ci sono altre fonti che parlano del viaggio di ritorno a Itaca attraverso mille e una peripezia. E se tu cambi la storia a tuo uso e consumo per raccontare un Odisseo che solo parzialmente corrisponde all’uomo omerico, permettetemi, io non mi scandalizzo, mi chiedo cui prodest? Vuoi parlare di Odisseo facendolo sembrare un uomo dei nostri tempi? Scriviti una storia ispirata all’Odissea e trasportala ai giorni nostri, è sicuramente un’operazione migliore, e anche più difficile.

C’è innanzi tutto una struttura narrativa assai differente. È chiaro che, se si vuol concentrare l’Odissea in due ore e passa, si devono tagliare parecchie cose, perché nel poema c’è una tale quantità di personaggi, umani e divini, che poi lo spettatore non capirebbe più nulla, come tutte le mogli di personaggi illustri incontrate agli Inferi, che raccontano un sacco di ciane e genealogie a Odisseo. Anche no.

È certamente vero che il cinema, che parla per immagini, ha e deve avere un linguaggio assolutamente diverso da opere scritte per essere lette e tutt’al più recitate, peraltro in versi, ma, udite, udite, è proprio ciò che manca al film di Nolan: il fascino di un racconto.

E già, perché tutto o quasi tutto, nel poema omerico, è raccontato, oltre che dagli aedi, da Circe, da Calipso, da Tiresia, da Anticlea, da Agamennone, da Nestore ed Elena (a Telemaco, a Sparta), eccetera, ma soprattutto da Odisseo stesso, sopravvissuto all’ennesimo naufragio e raccolto col cucchiaino da Nausicaa, principessa dei Feaci, che non ha paura dello straniero anzi ne è affascinata: finalmente qualcuno che viene da fuori che mi può raccontare delle storie un po’ più frizzanti di quelle che ormai mi hanno stufato, sempre uguali, a corte.

E infatti Odisseo racconta tutto, non tralascia niente. Nel poema omerico. Nel film non racconta una minchia fritta a nessuno perché i Feaci, e quindi anche Nausicaa, che lo accolgono nella loro isola sembrano non essere importanti per Nolan: via, tagliato tutto, superflui. Forse perché già c’erano troppe scene e il film sarebbe durato troppo.

Nel film, l’arte affabulatoria di Odisseo, così tanto decantata da tutti, una delle sue multiformi abilità, è totalmente assente. Ed è invece una delle sue caratteristiche principali, perché, attraverso la sua maniera di raccontare, convince e inganna chicchessia, perfino Polifemo, il ciclope un po’ provinciale e primitivo (longammatula si direbbe in siciliano) che non capisce nulla e si fa rimbambire dalle sue parole. I dialoghi tra Odisseo e Polifemo sono fondamentali perché sono anche ascoltati dai compagni di Odisseo, che si ritrovano rinchiusi in quella spelonca e che s’immaginano, prima o poi, di diventare la cena del ciclope. E Nessuno, il nome che Odisseo rivela a Polifemo, è una delle tante astuzie disseminate dal suo multiforme ingegno. Nulla, Polifemo non parla, bofonchia qualcosa solo dopo essere stato accecato col tizzone ardente, e aver urlato, ovviamente, ma nessun rapporto colle formiche umane, invaditrici del suo antro. E Outis, Nessuno, appunto, resta escluso da Nolan. Tanto è, appunto, nessuno.

Nel film si vede un gigante ignudo, mostruoso, che sembra venuto fuori da Cloverfield, probabilmente immaginario hollywoodiano, che entra nella grotta, munge le sue pecorelle, fa i formaggi e li appende ad altezze a lui confacenti, che quasi considera gli umani degli insetti senza chiedersi nulla, chi siano, da dove vengano e che vogliano.

E gli altri mostri, Scilla e Cariddi, in un improbabile stretto di Messina formato da faraglioni e strettoie, largo quasi quanto una piscina olimpionica, meglio l’originale senza ponte (ancora), sono anche quelli degni di Cloverfield.

Il canto ipnotico delle sirene si deve intuire, non è dato sentirlo, forse perché sennò ci sarebbe venuta la voglia di alzarsi dalle poltrone e sfondare lo schermo per andare loro incontro, meglio evitare. Forse perché viene intimizzato da Nolan, che vorrebbe farci capire che il canto delle sirene è la nostra coscienza che ci riporta indietro e ci fa vedere i nostri orrori? Ma nel poema hanno un’altra valenza: le sirene ci cantano il sapere totale, una sorta di pomo della sapienza cantato, che l’uomo sempre brama, anche a costo della vita. Cosa vorrebbe sentire invece l’Odisseo di Nolan, in questa maniera?

Manca, tra le tante cose che servirebbero per rendere Odisseo un uomo fragile, più vicino a noi, colle nostre stesse paure e passioni, e non una sorta di supereroe che da solo, pure da vecchietto, sbaraglia eserciti interi di giovani e pure di morti, come se avessero corpo di carne e ossa, come invece lo vuol fare apparire Nolan, un episodio che forse è il più toccante del poema.

È l’incontro, negli Inferi, collo spettro della madre, dopo aver ascoltato Tiresia, il quale gli rivela cosa succederà a Itaca quando ritornerà. Odisseo non immagina che la madre sia morta e ci resta malissimo. E anche questo strazio lo fa rivivere ai Feaci che ascoltano commossi attraverso il suo racconto. Anticlea gli narra che è morta per il dispiacere della lontananza del figlio, che non tornava più indietro, di cui nessuno aveva notizie, e così pure Laerte, il vecchio re padre, si trascina da un ovile all’altro, senza più il piacere di stare a palazzo, triste per l’assenza del figlio diletto, e gli dice che Penelope è rimasta a lui fedele, in attesa, che il figlio Telemaco, nato il giorno della partenza di Odisseo per Troia, (mentre nel film è già nato, chissà perché, prima che Odisseo parta), si è fatto bello e grande. E gli spiega come sono i morti. E Odisseo, in questo turbine di sentimenti cerca tre volte di abbracciarla ma stringe solo l’aria, disperato. Ecco, se Nolan avesse incluso questo episodio, almeno questo, avrei ripensato a definire inutile il suo film, perché senza questo perde senso tutto: l’incontro della madre, o di ciò che ne resta otre la vita, e del figlio, dopo anni di lontananza, si suppone in una famiglia dove ci siano buoni rapporti, è uno dei momenti di più alta poesia. Anche perché il rapporto coi propri morti è fondamentale nella cultura antica. Nell’Odissea televisiva c’è, ed è un momento bellissimo.

E poi ci sono tante di quelle cose assolutamente inventate e improbabili come le discussioni sui Popoli del Mare e di come tutte le città greche siano in pericolo e soprattutto la coscienza di vivere nell’Età del Bronzo! Forse una blanda allusione alle orde di migranti che “invadono” e “minacciano” i confini del Mediterraneo di oggi, giusto per modernizzare tutto? Per un pubblico americano abituato ai salti temporali, come in molti film di Nolan, probabilmente è possibile, anzi, assolutamente plausibile, che Odisseo parli dell’Età del Bronzo (denominazione inventata nel XVIII secolo dal gesuita e archeologo Nicholas Mahudel, giusto per puntualizzare). La Storia è una disciplina superflua per buona parte di quel pubblico, meglio le storielle. Per un europeo che ha studiato qualcosina e soprattutto conosce un po’ più a fondo l’Odissea, questa frase è assolutamente ridicola, proprio perché antistorica. Per coloro che esaltano l’opera di Nolan, questi sembrano essere dettagli di poca importanza. Per me e per altri sono invece dettagli rivelatori di una superficialità che mal si accorda con un cineasta che ha invece prodotto ragguardevoli opere come Inception, Insomnia e The Prestige. Ma lì poteva inventare liberamente, con un poema di tremila anni fa, no.

Ma poi, Odisseo, appena sbarcato a Itaca trova Eumeo cieco (perché? forse perché in quanto pastore e abituato all’aria aperta, aveva subito i danni che fa la luce solare senza proteggere gli occhi perché non esistevano gli occhiali da sole?) che gli dice che Telemaco è andato al santuario di Pilos e che i Proci gli tenderanno un agguato e lui, senza nemmeno pensarci due volte, si mette in viaggio da solo verso Pilos per salvare suo figlio. Nel poema omerico è Atena, sotto le finte spoglie di Mentore, a cui Odisseo aveva affidato il figlio, che suggerisce a Telemaco di cambiare rotta per tornare sano e salvo, non c’è alcuna colluttazione di Odisseo, non ancora, coi Proci traditori che si sono sostituiti ai sacerdoti di Pilos per uccidere Telemaco. Invenzione non necessaria se non per mostrare l’abilità nella difesa di Odisseo che uccide e sbaraglia tutti, quasi una prova generale di ciò che succederà a Itaca: pubblico, rassicuratevi, seppure invecchiato sono in forma, li ammazzo tutti e ne faccio polpettine.

Mancano poi gli innumerevoli travestimenti di Atena, i concili degli dèi e i loro rapporti cogli umani, i messaggi di Ermes, il velo di Ino che salva Odisseo dal naufragio, dopo la partenza da Calipso, causato dall’ira di Poseidone: anche gli dèi partecipano delle vicende umane, gli dèi provano simpatia per alcune di quelle creature mortali e li proteggono per come possono. Fanno parte di quel mondo magico che esiste nella cultura greca e che emerge solo a tratti nel film, pur perdendo di forza perché sembra una decalcomania appiccicata giusto perché un po’ di incantesimi ci vogliono.

Manca tutta la scena dell’ospitalità nella casa di Eolo, il dio del vento, e dell’otre dei venti che dona a Odisseo per poterli sfruttare al momento del bisogno, otre violato dalla stupidità dei compagni di Odisseo, che pensavano, avidi, che fosse un tesoro che il loro condottiero volesse tenere solo per sé. Risultato: tempesta e ritorno all’isola di Eolo, stavolta senza costrutto. Anche questo avrebbe messo in maggiore evidenza la superiorità mentale di Odisseo rispetto alla massa cerebrolesa dei suoi compagni. Invece sembra che tutti siano persone coscienti di qualcosa, che si sentono più furbe, mentre invece erano dei poveracci, ma questo c’era a disposizione e bisognava fare con quello.

Mancando tutta la lunga sequenza dei Feaci, di Antinoo, di Arete e Nausicaa, manca anche il canto dell’aedo Demodoco, che narra della guerra di Troia, e precisamente della contesa tra Achille e Odisseo, lì presente, che si commuove a quelle parole; mancano quindi le feste in onore degli ospiti, che danno un’idea di come si svolgesse la vita dell’epoca, con giochi e danze. C’è solo un breve accenno alla corte di Menelao, ma non è importante nella narrazione di Nolan, evidentemente, che vuole concentrarsi solo su inutili scene d’azione ed effetti speciali.

Clitennestra, nel racconto omerico di Agamennone e di Menelao, è assai diversa da quella narrata nell’Orestea di Eschilo, e poi nelle altre tragedie di Sofocle e Euripide, che invece appaiono come la fonte a cui sembra essersi ispirato Nolan, facendo un pot-pourri di tutto pur chiamandolo Odissea. Peraltro, Clitennestra, recitata da un’attrice nera, così come pure Elena, sua sorella gemella, è proprio una delle figure di “femminismo” spicciolo per accattivarsi la simpatia di un moderno pubblico femminile e militante. Ma è un concetto totalmente estraneo al poema omerico. È ciò che aveva esaltato una giovine spettatrice iberica davanti a me, fidanzata o moglie di un siciliano a cui il film era piaciuto proprio per come venivano trattate le donne, volitive e femministe, secondo lei. Ignorando totalmente il tipo di società e di rapporti tra i sessi che esistevano nell’antichità classica e ignorando la complessità del poema omerico. Anche l’aspetto era quello di una seguace delle saghe nordiche: bionda (tinta), con tutti i capelli intrecciati variamente, come le protagoniste guerriere di quelle serie tv. Non c’era verso di farla ragionare, un’esaltata di Nolan e del suo “femminismo”. Una grullerella, poraccia.

E il riconoscimento del letto nuziale di Odisseo e Penelope, che giaceva tra i rami dell’ulivo vivo? E la notte resa più lunga da Atena, che impediva al sole di sorgere, proprio per far ritrovare marito e moglie quasi per avere l’illusione di recuperare il tempo perduto? Che peccato non ci fosse. Era la poesia, anche per il simbolismo dell’ulivo nella cultura mediterranea. Mediterranea, appunto.

Mi fermo qui, talmente tante sono le differenze colla mia amata Odissea, quella vera, quella in versi, che elencarne altre mi disgusta. Anche perché chi non ha letto il poema e vede il film poi si convince che l’Odissea, quella vera, sia ciò che racconta Nolan e questo risulta, almeno a me, veramente molesto perché è una mistificazione. Chissà perché si è incaponito sull’Odissea, forse per farsi una vacanza a Favignana, dove mi hanno raccontato che molti componenti dello staff hanno distrutto il resort dov’erano alloggiati per molti giorni. Hanno ripagato i danni, naturalmente, ma è il concetto che mi stupisce, un passaggio di Unni.

Brilla più per le assenze, questo film inutile, che per ciò che pretende di raccontare allo spettatore moderno avido di botte e sangue, come in Il Trono di Spade, il Signore degli Anelli o tanti altri polpettoni in costume. Di botte e di conflitti, di guerre e di inganni è pieno anche il poema, per carità, ma non c’è solo ed esclusivamente quello. C’è la descrizione di una civiltà assai più complessa che nel film manca totalmente. C’è il rapporto di tutti, dèi (maschi e femmine) e uomini (maschi e femmine), col Fato, che sovrasta tutti e che solo Tiresia, l’indovino cieco, e Circe, la maga eremita che trasforma gli uomini in bestie, riescono a vedere. E, soprattutto, colla Natura, Natura che i Greci nominavano, affibbiando una divinità a ogni sua manifestazione.

Vien fuori, dopo due ore e passa di proiezione, forse un Odisseo consapevole dei disastri della guerra ma non certo pacifista, che rispetta a giorni alterni le leggi della devozione religiosa, uno che sa farsi giustizia da sé (argomento assai caro all’uomo moderno deluso da governi considerati troppo molli), forse più vicino a una sensibilità moderna dello spettatore medio (che, infatti, si esalta) ma di sicuro è tutta un’altra cosa rispetto all’uomo omerico.

Ridateci la poesia, per favore.

Sul finale taccio per non infierire.

Nolan, che non ti venga in testa di fare un film sull’Orlando furioso.

 

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