Bioetica
La macchina e la libertà
L’intelligenza artificiale può costruire il prossimo recinto, ma anche aiutarci ad aprirlo. Il codice sta diventando conversazione: una tecnologia in gran parte proprietaria può restituire alle persone pezzi di libertà, capacità di costruire e controllo sugli strumenti digitali.
Il problema dell’intelligenza artificiale non è decidere se stare con le macchine o contro le macchine. È decidere chi resta responsabile quando le macchine cominciano a decidere insieme a noi. Ci chiediamo se l’IA ci ruberà il lavoro, se diventerà più intelligente dell’uomo, se gli studenti smetteranno di studiare, se i giornalisti smetteranno di scrivere. Domande legittime, ma comode, perché trasformano una questione politica e civile in una specie di bollettino meteorologico tecnologico: sta arrivando l’intelligenza artificiale, copritevi.
L’intelligenza artificiale, invece, non “arriva”. Qualcuno la costruisce, qualcuno la finanzia, qualcuno decide dove usarla e quali funzioni affidarle. È lì che comincia la politica. Se un algoritmo contribuisce a stabilire chi può ottenere un lavoro, un credito o un servizio, la questione fondamentale non è quanto sia sofisticato il software, ma se la persona possa sapere che cosa le sta accadendo, possa contestarlo e, soprattutto, possa trovare un essere umano responsabile della decisione.
C’è una frase apparentemente innocua che rischia di diventare uno dei grandi alibi del nostro tempo: “lo dice il sistema”. L’abbiamo già conosciuta in altre forme: lo prevede la procedura, il computer non lo permette, non possiamo intervenire. L’algoritmo rende quell’alibi ancora più potente, perché può produrre conseguenze reali mentre nessuno sembra aver preso la decisione. È una nuova forma di non-legge: abbiamo norme, garanzie, Costituzioni e tribunali, ma costruiamo procedure nelle quali diventa difficile individuare chi risponda di ciò che accade. La tecnologia rischia di diventare quello che ieri era la burocrazia: un potere anonimo.
Ma raccontare l’intelligenza artificiale soltanto come l’ultima macchina di concentrazione del potere sarebbe un errore. Perché contemporaneamente sta accadendo qualcosa di segno contrario. La stessa tecnologia che può ridurre la nostra autonomia può anche restituircene una parte. Ed è forse questo il fenomeno politicamente più interessante.
Per trent’anni abbiamo assistito alla progressiva chiusura dell’ambiente digitale. La prima Internet degli anni Novanta era caotica, tecnicamente complicata, qualche volta perfino respingente, ma aveva una caratteristica formidabile: non eravamo soltanto utenti, potevamo costruire. Una pagina, un sito, un programma, una comunità potevano nascere senza chiedere il permesso a una grande piattaforma. Poi la tecnologia è diventata immensamente più semplice e per quella semplicità abbiamo pagato un prezzo. Abbiamo smesso progressivamente di costruire i nostri ambienti digitali e abbiamo cominciato ad abitare quelli costruiti dagli altri. Le piattaforme hanno preso il posto dei luoghi, i profili delle pagine personali, gli algoritmi di una parte delle nostre scelte.
Perfino gli oggetti che compriamo hanno cominciato a comportarsi come se non ci appartenessero completamente. Il televisore è mio, l’ho pagato, eppure qualcun altro decide l’interfaccia che devo usare, i servizi che devo acquistare, le applicazioni che posso installare. Il computer è mio, ma il sistema operativo governa una parte crescente della mia esperienza. La musica può essere mia, ma sempre più spesso la ascolto attraverso servizi e programmi decisi da altri. Lo stesso vale per gli strumenti con cui scriviamo, archiviamo, cerchiamo, impaginiamo e organizziamo il nostro lavoro.
La domanda diventa allora molto concreta: che cosa significa possedere un oggetto digitale? Se compro un tavolo posso dipingerlo, accorciarlo, togliere un cassetto. Se compro un libro posso scriverci sopra. Con gli oggetti digitali possediamo spesso l’involucro, mentre il produttore continua a governarne il comportamento. La proprietà diventa zoppa: mia nella materia, altrui nelle istruzioni.
La battaglia per modificare il software non nasce certo oggi. Software libero, open source, diritto alla riparazione e comunità di sviluppatori hanno una storia molto più lunga dell’intelligenza artificiale. La novità è un’altra: fino a ieri, per partecipare realmente a quel mondo, bisognava normalmente conoscere il codice. Quella era la barriera. Oggi non è scomparsa, ma si sta abbassando a una velocità impressionante.
Il codice sta diventando conversazione. Una persona può spiegare alla macchina ciò che vuole ottenere usando il linguaggio comune. La macchina traduce la richiesta in codice; l’utente può provarlo, chiedere una modifica, segnalare un errore, ricominciare. Non diventa per questo un programmatore professionista. Diventa però qualcosa che fino a ieri era assai più difficile essere: il committente attivo del proprio software.
È qui che il paradosso diventa affascinante. Abbiamo costruito macchine capaci di scrivere codice anche per aumentare la produttività delle aziende e quelle medesime macchine possono mettere un cacciavite digitale nelle mani di chi vuole sottrarsi ai programmi imposti dalle aziende. Una tecnologia in gran parte proprietaria può diventare uno strumento per recuperare pezzi di libertà perduti dentro il software proprietario.
È già possibile vedere il principio all’opera nelle comunità che cercano di intervenire sulle smart TV, sulle interfacce dei dispositivi e sui programmi che utilizziamo quotidianamente. Ma il punto interessante non è il singolo televisore “liberato”. È la possibilità che l’utente torni a pensare l’oggetto acquistato come qualcosa sul quale può intervenire, invece di considerare immodificabile ogni scelta fatta dal produttore.
Naturalmente non bisogna costruirci sopra l’ennesima religione tecnologica. L’IA sbaglia, il codice generato automaticamente deve essere controllato, modificare software e dispositivi comporta problemi di competenza, sicurezza, licenze e copyright. I programmatori professionisti continueranno a essere indispensabili. Ma sarebbe altrettanto miope non vedere il salto che sta avvenendo: milioni di persone possono avvicinarsi alla costruzione di strumenti digitali senza dover prima imparare un linguaggio di programmazione.
E questo riguarda molto più dei televisori. Riguarda i programmi con cui ascoltiamo musica, scriviamo, organizziamo fotografie e documenti, impaginiamo un libro, interroghiamo un archivio, cerchiamo dentro migliaia di file. Potremmo passare dalla domanda “quale programma devo comprare per fare questa cosa?” a una domanda completamente diversa: “di quale strumento ho bisogno per farla come voglio io?”.
Sembra una differenza minima, invece è una differenza politica. Nel primo caso le mie necessità devono adattarsi a ciò che qualcuno ha ritenuto conveniente produrre; nel secondo posso almeno tentare di costruire uno strumento intorno alle mie necessità. Voglio organizzare un archivio secondo un criterio che nessun programma contempla? Automatizzare una sequenza di operazioni che ripeto ogni giorno? Creare uno strumento semplicissimo che interessa soltanto a me? Non devo necessariamente aspettare che un’azienda consideri redditizio il mio problema.
È qui che ritorna qualcosa dello spirito della prima Internet. Non la nostalgia dei modem e dei siti brutti, che possiamo lasciare tranquillamente ai reduci, ma la possibilità di essere autori e non soltanto clienti dello spazio digitale. La prima Internet aveva abbassato drasticamente il costo della pubblicazione: una persona poteva diventare editore. I social network hanno reso ancora più facile pubblicare, ma hanno ricondotto gran parte di quella libertà dentro piattaforme proprietarie. L’intelligenza artificiale potrebbe abbassare un’altra soglia, quella della produzione del software. Non renderà tutti programmatori, ma potrebbe permettere a moltissimi di costruire piccoli strumenti.
A quel punto il conflitto sarà inevitabile. Le aziende difenderanno prodotti, sicurezza, proprietà intellettuale e modelli economici; gli utenti rivendicheranno il diritto di governare gli oggetti acquistati e i dati prodotti. Bisognerà stabilire dove finisca il diritto del produttore e dove cominci quello del proprietario. Non attraverso la favola degli hacker buoni contro le multinazionali cattive, ma attraverso il diritto. Perché la proprietà, o implica qualche facoltà concreta, oppure rischia di diventare soltanto una parola sulla ricevuta.
La discussione sull’IA dovrebbe dunque uscire dal referendum permanente tra entusiasti e apocalittici. Dobbiamo certamente domandarci quanti lavori trasformerà, quali abusi renderà possibili e quanto potere concentrerà nelle aziende proprietarie dei grandi modelli. Ma dobbiamo porci anche la domanda opposta: quanto potere può restituire alle persone?
La libertà dall’algoritmo e la libertà di usare l’algoritmo fanno parte della stessa battaglia. Ho diritto a non essere giudicato da una macchina senza possibilità di contestarne la decisione, ma devo avere anche la possibilità di utilizzare una macchina per organizzare il mio lavoro, costruire i miei strumenti, governare i miei dati e intervenire su ciò che possiedo. Nel primo caso impedisco alla tecnologia di sottrarmi libertà; nel secondo la utilizzo per acquistare capacità.
Vent’anni fa abbiamo consegnato, pezzo dopo pezzo, una parte della rete aperta alle piattaforme in cambio della comodità. Sarebbe paradossale se proprio l’intelligenza artificiale, tecnologia nata dentro una gigantesca concentrazione di capitale, dati e potenza di calcolo, contribuisse ora a riaprire qualche porta. Può diventare lo strumento con cui le piattaforme costruiranno il prossimo recinto. Ma nelle nostre mani può diventare anche uno degli strumenti con cui imparare ad aprirlo.
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